17 marzo 2008
Musica. Amadou & Maryam: Camions sauvages
Cari amici, la settimana scorsa eravamo a Cesena, dove abbiamo visitato un luogo magico, la celebre Biblioteca Malatestiana: rifugio ai nostri pensieri dispersi, che abbiamo cercato di raccogliere e ordinare tra le due file di colonne e le finestrelle laterali, sedendoci ai banchi dei monaci, avvolti nel silenzio della lettura e sfiorati da una luce che doveva essere la stessa della Cesena rinascimentale. Ma ecco: la vita preme, ci spinge fuori. Sentite questo rumore di motori, sentite questo bellissimo brano di Amadou e Maryam, “Camions sauvages”, che ci porta in autostrada, di nuovo a percorrere un tratto compreso tra Rimini e Piacenza? L’autostrada è una semplificazione, una riga dritta tracciata sul terreno che non consente di divagare, fermarsi a guardare il paesaggio, perdere tempo. Però ha un suo fascino, ed è quello che le dà Salvatore Jemma, poeta bolognese di cui vi leggiamo qualche verso. “Arrivammo di notte, nella notte / d’autostrada, da Reggio per Piacenza / che fa, quando dei fari all’autogrill / sfiorano le macchine, scintilla / l’invisibile notte, sfiora il sonno / ogni bocca; per questo ci fermammo / a mangiare qualcosa, bere un caffè / poi tornammo fuori, e strido acuto / di freni e segni sull’asfalto / e voci d’autoradio…”.
Musica. REM: Drive
Si chiama “Paesaggio italiano” il poema di Jemma, ma più precisamente è quello emiliano, cioè una parte per il tutto, dove un viaggio notturno in autostrada è pretesto per parlare di quelle piccole cose che, se lasciate andare, poi sfuggono come i gabbiani in mezzo al mare in tempesta. E allora lo sguardo si perde negli ultimi bagliori del giorno, nella fiamma di orizzonte che lascia Rimini tra spiaggia e polvere e che i camion provenienti da sud cominciano ad aggredire. L’onda spumosa alle spalle, le colline sempre più lontane, e anche noi al calar della luce, all’impennarsi dolce e violento del tramonto, ci lanciamo sull’asfalto. Direzione Piacenza. Direzione est-ovest. Sfilano ai nostri lati le periferie, i distributori di benzina, i centri commerciali che rifulgono al rullare dei carrelli, le macchine sfreccianti tra vampe di fuoco e lamiere attorte.
Musica. Chiara Civello: Night
E in fondo, quando la notte umida comincia a rivestire anche i pioppi dritti nella pianura, ci piace questo passaggio svelto dalla Romagna all’Emilia, questo tumultuoso andare che taglia via le città ed è alimentato solo dalla benzina dell’inquietudine umana. “A noi – scrive il poeta bolognese Salvatore Jemma – la notte cupa / brilla come l’estasi di quelle / macchine, ferme ai posteggi / a pompe di benzina o di gasolio, come / nulla di più bello avrei mai visto; / e dopo, in alto, brillano le luci / di Shell o Total o Q8 ancora / in quel bagliore, nel buio clamore / dell’autostrada…”. E così, quando incalza il buio e le “stelle riempiono le strade o brillano le case”, anche Ravenna scompare alla vista, smarrendosi nel cielo azzurrato di Galla Placidia. Lì “dove fiammano stelle o il petrolio / sfiora il dorso del mare” non c’è tempo per una sosta. Tra l’altro Ravenna sta in fondo a una diramazione dell’autostrada, e noi dobbiamo proseguire, aggrappati alla luce del camion che ci precede. Passiamo le valli, gli argini, le file di pini, nel buio profondo segnato da bagliori rossi. Sfrecciamo “potenti sull’immensa metropoli d’Emilia”: Cesena, Forlì, Faenza, Imola, tutte in fila come birilli sulla mitica A14.
Musica. Blonde Redhead: The Dress
Superiamo Imola, e ormai siamo a Bologna. In cielo passa un aereo; intorno a noi invece ci sono i camion alle pompe di rifornimento, il profumo di caffè nell’autogrill, il bagliore dei fari, l’odore di kerosene. Bologna, le luci della tangenziale. Bologna, la capitale. “La notte lucente come un cristallo” permette di distinguere le luci di San Luca. La nebbia stanotte è ricacciata nel suo antro misterioso, oltre la linea del Po. Dalle parti di Ferrara o Mantova. Brillii confusi, flash, più svegli grazie al caffè, e saltiamo Bologna, mezz’ora neanche e siamo a Modena, e intanto l’autostrada si allarga, la terra stride, brucia la gomma, e il guidatore controlla nello specchietto che tutto sia sotto controllo. Stiamo arrivando a Reggio. E qui l’autoradio non può che sintonizzarsi su un brano dei Giardini di Mirò, formazione reggiana dalle ottime impalcature musicali, che si pone come protagonista della scena indie-rock.
Musica. Giardini di Mirò: Città di vetro
I pensieri si acquetano nell’infinita fila di camion che portano i propri pesi al nord, strascicando nel buio e nel subbuglio del traffico. Mentre le città, là fuori, dormono, noi decidiamo di cambiare itinerario. Non più Piacenza, ma Reggio Emilia è la nostra meta. E non la città rossa, la città dove “di notte le fontane parlano più forte”, come scrive Jemma. Non entriamo in piazza a Reggio Emilia “dove brilla il duomo, come luce / dei distributori di benzina”. No, voglio andare in un posto che quasi nessuno conosce, un posto che non è neanche bello e si chiama Villa Minozzo, sull’Appennino reggiano. Che ci andiamo a fare? Ci è venuto in mente che da lì possiamo intraprendere un altro dei nostri viaggi, un viaggio alla ricerca del paesaggio terrestre. Ma ormai è tardi, ne parliamo la prossima volta.
Musica. King Crimson: The night watch