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15 Novembre 2008 | Paesaggio dell'anima

Le partenze d’autunno

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

15 novembre 2008

Musica. Lucio Dalla: Tu parlavi una lingua meravigliosa.

Siamo in una piccola stazione, un giorno grigio di ottobre. Improvvisamente appare una donna. E nasce una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi: “Tu parlavi una lingua meravigliosa” di Lucio Dalla, su testo del poeta Roberto Roversi.
Bologna – perché bolognesi sono Dalla e Roversi – ci ha regalato questa splendida canzone, dove c’è un uomo che intravede per caso dopo anni, in una piccola stazione, quella che è stata la sua donna, il grande amore della sua vita. Lei è girata di spalle, non lo vede. Lui vorrebbe chiamarla, ma esita – è ancora bella, dopo tanto tempo – apre il giornale per non farsi vedere, ha l’inferno nel cuore. Tutti i ricordi, le emozioni si affollano. Vorrebbe chiamarla, dirle che “le volpi con le code incendiate / non parlano ma gridano pazze tra gli alberi per il dolore; / sediamoci per terra oppure là / sopra panchine imbiancate / sediamoci sopra un letto di foglie secche / e ascoltiamo il nostro cuore”. Ma arriva il treno e non c’è tempo per ritornare giovani, per riafferrare il passato, per ascoltare i sentimenti. Lui sale, e lei naufraga nel suo cuore; lui la vede dileguare dal finestrino.  
Le partenze, cari ascoltatori, sono tremende. La vita che scorre sui binari dei treni, gli addii ai finestrini, le solitudini rimaste sotto le pensiline, il ricordo dei baci, gli abbracci che si sciolgono e i corpi che si separano.

Musica. Ginevra Di Marco: Amara terra mia.

“Addio addio amore, io vado via” – canta Ginevra Di Marco. Pensate, cari amici, cosa voleva dire prendere un treno una sera d’inverno, cento o più anni fa: un treno coperto di neve che attraversa la pianura per arrivare a Genova. E poi, dalla banchina del porto di Genova salpare verso destinazioni ignote, stipati in terza classe: quella degli emigranti. Al molo, la nave è pronta al fischio d’addio. Tra i fagotti ammucchiati,/ lungo gridar di nomi, singhiozzi, subbuglio. Le sirene accentuano l’agitazione. Parte la nave degli emigranti, fuggiaschi, apostati, / senza patria dentro gli Stati – citiamo a memoria una poesia di Marguerite Yourcenar. Tutto il mistero della vita e della morte è nella separazione degli addii. Gli emigranti sono rotaie che s’ingarbugliano e si perdono; sono maschere sporche che il pianto lava. Gli abbracci che si sciolgono, i pianti di chi non si vedrà mai più. Amara terra mia, ti devo abbandonare. Varcherò il Capo di Buona Speranza, varcherò l’Equatore, sfiderò Capo Horn, dove due oceani si scontrano in un fragoroso duello di acque. Qualcuno alla fine suonerà per me un tango di buona speranza.

Musica. Riccardo Tesi: Tango di buona speranza.

Tra il 1876 e il 1976 sono emigrati poco meno di 26 milioni di italiani. Di questi, quasi un milione e 200 mila sono partiti dall’Emilia-Romagna. Circa il 30 per cento degli emiliano-romagnoli ha scelto un paese lontano, l’Argentina, e uno vicino, la Svizzera: come se l’alternativa fosse tra lo svoltare appena dietro l’angolo e lo scomparire per sempre. Un altro 20 per cento se n’è andato in Francia e in Gran Bretagna, al di qua o al di là della Manica. Quinto paese tra i preferiti, il Brasile, dov’è approdato più del 7 per cento di quelli che sono partiti. Quindi Germania e Stati Uniti: questa la geografia della nostra emigrazione.
C’è anche un paese remoto, isolato, stretto e lungo, che ha accolto speranze e disperazioni dei nostri emigrati: il Cile. La piccola diaspora emiliano-romagnola in Cile si è dispersa in tanti rivoli, dalla capitale Santiago alla regione di Valparaíso, dalla regione Coquimbo a quella del Biobío, per concentrarsi in particolare nella regione Araucanía, dove si contano ben cinque associazioni emiliano-romagnole, sulle undici dell’intero Cile: nel capoluogo di regione Temuco, e poi a Traiguén, Purén nella provincia di Malleco, Angol e infine in un paesino che si chiama Capitan Pastene.
Prima di spiegarvi cosa siamo a venuti a fare qui, in queste solitudini australi, vi lasciamo all’ascolto di una delle più brave cantanti cilene, Mariana Montalvo.

Musica. Mariana Montalvo: India Song.

Siamo venuti nella regione dell’Araucanía perché qui troviamo una cosa strana – ma normale se parliamo di emigrazione: a quasi ottocento km a sud di Santiago, in un posto all’altro capo del mondo, esiste una fabbrica di prosciutti che è l’eredità della presenza modenese. La stragrande maggioranza degli abitanti di Capitan Pastene deriva dalle prime 23 famiglie del Frignano che nel 1904 colonizzarono questa zona abitata dagli indios Mapuche, seguite l’anno successivo da altri 62 nuclei familiari, sempre provenienti dalla provincia di Modena.
Le foto dell’epoca ci restituiscono le immagini dei coloni davanti alle loro baracche di legno: ce n’è una bellissima di una famiglia di Vignola ritratta insieme a una famiglia mapuche venuta in visita. Eccoli, i contadini dell’Appennino, con i baffoni e gli sguardi persi, seduti sull’acquedotto appena costruito o con una nidiata di bambini nel loro baraccamento, maschere sporcate dalla fatica che quasi non si distinguono dai visi scuri degli indios, con cui devono condividere una terra neanche tanto rigogliosa. Abbiamo le foto della prima aula scolastica per i figli dei coloni, dell’inaugurazione della ferrovia, delle donne che lavano i panni lungo il torrente, in un paesaggio che un poco assomiglia all’Appennino. Solo che qui ci sono le Ande a confortarci nel nostro spaesamento. Saremo in Cile anche la prossima puntata, cari amici. E’ qui che ci hanno portato le nostre partenze d’autunno.

Musica. Cumbia Andina.

Brano corrente

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