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14 Febbraio 2007 | Racconti d'autore

N°47- RACCONTI D’AUTORE

“Dov’è andata la via Emilia?”
Da “Magic Mystery Tour Da Pico della Mirandola a Ligabue” di Roberto Barbolini.


Questo singolare libro di Roberto Barbolini tra autografia culturale, saggio letterario e romanzo critico, con stile divagatorio e divertente esplora in lungo e in largo la Provincia Emilia. Rabdomante a caccia di magie padane, l’autore si muove agile nello spazio e nel tempo: dalla Bassa di Peppone e don Camillo alla Modena della misericordia ed erotica Potta, dagli Appennini alla Honda, che sgommano verso la riviera adriatica. Na affiora il ritratto di una generazione e di una tradizione, un palinsesto di musiche e storie, di scritture e, soprattutto, personaggi, da Pico della Mirandola, la Fenice degli ingegni, a narratori come Delfini e D’Arzo, Loria Guareschi e Tondelli.


Ma anche cantautori divisi tra musica e letteratura, come Francesco Guccini e Luciano Ligabue, e poi Giovanni Lindo Ferrtti e Vasco Rossi, i Nomadi e l’Equipe 84, Pavarotti e Bono degli U2. Emergenti s’affiancano a figure semidimenticate, incontri con venerati maestri s’intrecciano a salutari riscoperte in un Magical Mistery Tour, dagli anni Sessanta a oggi, tra la via Emilia e il West, che ha il ritmo d’un riff di chitarra e il pathos d’una resa dei conti con il proprio genius loci.


Dov’ è andata la via Emilia?


Nell’era dei nastri asfaltati che, in percorsi il più possibile rettilinei, uniscono fra loro non paesi e città ma anonimi caselli per il pedaggio autostradale, rischiamo di smarrire ogni percezione e memoria viaria, nello sfilare di squallidi autogrill e pompe per la benzina, i cui addetti insistono per cambiarci a tutti i costi l’olio del motore. Oggi pensiamo alla strada, semplicemente, come alla linea più breve tra il punto di partenza e quello d’arrivo: una visione geometrica e impaziente, che annulla l’esperienza stessa del viaggio.


Così, è sparita anche la via Emilia. Non la sentiamo più co­me un fiume che scorre nel tempo oltre che nello spazio; e neppure la viviamo come il cuore di una geografia che umanamente ci tocca da vicino.


Per questo si rimane colpiti a leggere ciò che Antonio Delfini intuisce a proposito del tratto urbano della via Emilia in un breve scritto, Modena e dintorni, leggibile nella raccolta Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti: «Modena, al contrario di Reggio e di Parma, non si stende sulla via Emilia: ci si raccoglie, ci si chiude dentro le porte della città, si è sempre chiamata via Emilia. La città viene così divisa in due parti come da un fiume. Di qua c’è il Medioevo, la Controriforma, i due collegi clericali di San Carlo e di San Giuseppe, i colli, le montagne, il Cimone. Di là c’è Modena romana, Ludovico Antonio Muratori e la sua parrocchia della Pomposa, il Palazzo Ducale, la casa di Ciro Menotti, il Risorgimento, la pianura, il Po. Di qua c’è la Sicilia: di là c’è la Russia».


Quando ha la straordinaria percezione di questa geografia sdoppiata, apparentemente inconciliabile eppure unita come lo sono nella dannazione il dottor Jekyll e Mister Hyde, Delfini sta scoprendo, tra filologia e pseudologia fantastica, Modena come protagonista della Chartreuse stendhaliana. E la via Emilia, fiume in secca rimbombante di scrosci sotterranei, nel quale confluiscono le antiche vie d’acqua sepolte (da Canalchiaro a Canalgrande), è la strada fantasma in cui la storia si convoglia per spazializzarsi in racconto. Così l’arteria che divide la città, all’interno della quale «si incurva, serpenteggia, guizza come se fosse esclusivamente modenese», diventa il cronotopo narrativo che consente di procedere, contemporaneamente, nel panorama e nella narrazione.


Per il jlaneur novecentesco incarnato da Delfini Modena diventa, in piccolo, ciò che era Parigi secondo von Hofmannsthal: «il paesaggio fatto di pura vita». E la strada fantasma che la taglia in due è anche il percorso ideale del promeneur solitario, fattosi uomo della folla, che ne legge rabdomanticamente le tracce: «Paesaggio – questo diventa la città per il flaneur» scrive Walter Benjamin in un frammento di Parigi, capitale del x/x secolo: «O più esattamente: la città per lui si scinde nei suoi poli dialettici. Gli si apre come un paesaggio e lo racchiude come una stanza».


Di qui l’importanza dei portici: una specie di lungofiume che costeggia la via Emilia e, inquadrando il paesaggio fra le sue arcate regolari, lo disciplina, fornendolo in dettaglio agli ingrandimenti e agli svisamenti di quella forma particolarmente selettiva d’amnesia che chiamiamo memoria.


C’è una bella osservazione di Stefano Calabrese nell’ Esilio del flaneur La provincia di Delfini, Guanda e Zanfrognini (Pacini editore, Pisa 1992): «I loggiati cittadini, nell’ alterco greve di gesti e di parole che vi si produce, fanno lievitare ad ogni passo l’idea ironica di una pseudo-dimora pubblica, il paradosso di un abitare aperto allo sguardo della folla».


Chi sa come le interminabili “vasche” sotto i Portici del Collegio siano tuttora il rito di passaggio all’adolescenza, e il rituale coatto dei cittadini adulti di Modena, sente stringersi al collo una catena leggera e inesorabile. Capisce, come Delfini, che qui non si può vivere, ma soltanto ritornare. E spera che la via Emilia, vecchio serpente addormentato nella sua cesta, si risvegli e lo porti via, nel vasto anonimato d’una grande città senza portici.


Ma l’alternativa non è confortante: i sabati pomeriggio trascorsi da truzzi e naziskin e famigliole con carrozzina a passeggio su e giù per l’ipermercato Grande Emilia, simile a tutti i luoghi del genere da Milano a Los Angeles, da New York a Francoforte, segnano veramente il trionfo d’un mondo ridotto a puro catalogo delle merci. Dal flaneur di Benjamin ai coatti di Aldo Nove, l’arte di passeggiare si è trasformata in shopping.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

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