24 maggio 2008
Musica. King Crimson: The night watch.
Il mondo di sotto, l’underworld delle acque sotterranee, è presente anche a Modena, cari amici. C’è una “rete di canali che innerva le viscere della città” – ha scritto il modenese Roberto Barbolini – di cui è rimasta memoria nei nomi delle vie del centro, come Canalgrande, Canalino, Canalchiaro. Siamo scesi nel “dedalo di acque sporche e architetture dimenticate” di Modena, e prima ancora di Bologna, seguendo lo scrittore forlivese Piero Camporesi nel suo viaggio dentro le visioni dell’inferno che ci hanno restituito i secoli passati. E certo assomiglia a una “gitarella nell’Ade”, “alla luce precaria dei faretti”, come la chiama Barbolini, questa nostra discesa tra le acque scomparse e imputridite, oggi ridotte a fogne, ma che un tempo scorrevano libere per Modena. In questi canali sotterranei avevano trovato scampo ebrei e soldati dopo l’8 settembre del ’43, calandosi dai tombini dei cortili. Il mondo di sotto può quindi anche portare salvezza; tuttavia noi lo associamo al buio e alla notte – altra rimozione del mondo contemporaneo. La notte ha le sue creature, come abbiamo visto nella puntata precedente. Tra queste ci sono anch’io che “alle cinque di mattina stacco / dal lavoro dopo una notte fatta in strada / e torno a casa con la paga” – dice la prostituta della canzone di John Strada, in questo brano arrangiato dal chitarrista brasiliano Nelson Machado. John Strada è nato all’incrocio tra le province di Modena, Bologna e Ferrara, in quella “periferia dell’anima” che dà anche il titolo al suo nuovo album.
Musica. John Strada: Scheletri.
Barbolini è convinto che “tutta quell’acqua che ci scorre di continuo sotto i piedi, dalla sorgente alla fogna, sia fonte di gravi mattane”. Tutta quest’acqua di pianura – i fontanili, le risorgive, i fossi, i pozzi artesiani, i canali, i sistemi di irrigazione – trivella la mente, la rende liquida, lunatica, intorbida il cervello. Così, l’irrequieto girovagare delle acque richiama l’immagine della mente che erra nel labirinto della follia. E di esempi ne abbiamo tanti, dalle nostre parti: dalla follia ariostesca alla stravagante malinconia del Tasso, dai nervi scoperti di Ligabue – il pittore naif – ai tanti lunatici dei manicomi di Colorno o Reggio Emilia.
La notte, per tornare a Camporesi, era associata all’umido regno di Diana, la dea della luna. “Col moto ciclico e ineluttabile dell’andata e del ritorno, dell’alto e del basso, la Signora degli Umori dominava le linfe vegetali e i flussi mensuali delle donne, umide, morbide creature incostanti”. Così, nei secoli passati, gli influssi della luna sulla donna aprivano le porte a una notte buia come quel “caveau di tesori estremamente appetibili ma insidiosi” che era il ventre femminile. “Fontana di seicento calamità”, la parte segreta della donna, prima che la medicina moderna spazzasse via i pregiudizi, era considerata una sorta di sabbie mobili, di palude infetta. Atmosfere dark, diremmo oggi, che ci vengono restituite dallo spleen decadente e malinconico di un duo che a noi piace molto e porta il nome di “All my faith lost”. Tra arpeggi di chitarra e suoni di violino si consumano sommesse tragedie e chimerici sogni femminili.
Musica. All my faith lost: Notti bianche.
“Nella scura e putrida palude uterina, come nelle morte acque stagnanti”, scrive Piero Camporesi, si annidava secondo gli antichi il serpente dell’incostanza, il mostro della lussuria. Tutta colpa della luna che assoggetta la donna, come le maree, “ai ritmi della contrazione e della dilatazione”. Succede allora che questo essere contenga in sé una cosa e il suo contrario, e cerchi di spegnere con il pudore il fuoco della lussuria che la infiamma. Nel Cinquecento, riporta Camporesi, un medico scriveva che la donna era considerata “per la sua frigidità e umidità … un debile uomo e come fatto a caso”. Insomma, qualcosa di “molle, volubile, incostante, incapace di resistenza”. E’ proprio nel paesaggio liquido e umido della Bassa emiliana che il Parmigianino ha ambientato la favola di Diana e Atteone, affrescando nel 1523 per il conte Galeazzo Sanvitale una saletta nella rocca di Fontanellato, vicino a Parma. Tra i pioppi e gli acquitrini della pianura, nella piena luce di un meriggio estivo, si svolge la crudele vicenda che vede Atteone tramutato in cervo e sbranato da eleganti levrieri dal muso appuntito, per aver osato guardare Diana nuda al bagno. A trionfare, alla fine, anche nel macho Rinascimento, è la donna dagli umori acri e dalle smanie furiose, la donna-luna scostante e seducente che consuma e impaluda l’uomo. Ascoltiamo dunque “Moon Woman” di Elvis Perkins.
Musica. Elvis Perkins: Moon Woman II.
Nel paesaggio ormai compromesso della Bassa parmense, la Rocca Sanvitale di Fontanellato appare come un miraggio. Domina su un territorio di antiche paludi e acque sotterranee (anche qui), spesso affioranti, e conserva il sogno pagano ed esoterico del Rinascimento nella pittura meravigliosa del Parmigianino. Le nudità prosperose delle dee rinascimentali portano ancora con sé “l’allarmante fantasma che si era a lungo aggirato nelle fantasie erotiche, nelle selve teologiche, nelle dottrine mediche dell’Europa premoderna: quello lurido della donna-matrice”, scrive Camporesi.
Nella cloaca che era allora il mondo, impregnato di umori e odori per noi insopportabili, non erano ancora giunti la candeggina e gli anticoncezionali a eliminare “in un solo colpo sentimenti di colpa, responsabilità morali, terrori igienici”. La religione vincente oggi – sottolinea Camporesi – è quella del corpo, a cui vengono restituiti tutti quei beni – bellezza, snellezza, agilità, durata, pulizia – che le vecchie liturgie domestiche e una cultura misogina gli avevano tolto. Eremiti, mistici, asceti che si sono accaniti nel punire, mortificare, demolire il corpo, hanno perso. L’unica severa penitenza da noi accettata è quella della dieta, che esalta la fisicità apollinea. Relegati nell’ombra, dunque, i secoli bui in cui si riteneva ineluttabile “lo sperpero della vitalità, la dilapidazione delle risorse sessuali, la perdita dei sughi vitali”. Guai a evocarli, quei tempi: sarebbe come sprofondare nella notte. Anche se c’è ancora qualche “eroe del crepuscolo” che accarezza l’idea. “Angosce magnifiche / Dissolute ipocondrie / È un buio magnanimo /Nero lucentissimo” – dice il testo di questa canzone dei Vanderlei, tra le migliori band dell’underground bolognese.
Musica. Vanderlei: Eroe del crepuscolo.