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13 Settembre 2008 | Paesaggio dell'anima

Roots music di casa nostra

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

13 settembre 2008

Musica. The Moonshine Sessions: Luna’s song.

Cari amici, tra una festa della birra e una sagra della polenta, tra la festa dei trattori e quella dello spiedino, l’estate è finita. Dalle spiagge della Riviera si ritirano gli ombrelloni, si chiudono i bagni e ci si dà l’arrivederci a Pasqua. Sono ormai solo un ricordo le feste patronali, le serate danzanti, le cene al castello, le serate gastronomiche al mare o in collina che hanno reso allegra l’estate in Emilia-Romagna, l’unica area turistica italiana dove quest’anno non si è registrato un calo delle presenze. Qui ogni paese, anche il più piccolo, ha voluto regalare a residenti e turisti il sentimento di una possibile felicità tra le piccole cose. Ecco allora – solo per fare qualche esempio – che Fiorenzuola d’Arda si è inventata la festa della rana, Vigolzone quella del tortello, Bobbio ha ospitato la rassegna “Musica in Irlanda” in memoria delle origini celtiche di San Colombano. La provincia, la campagna, e non solo il mare, cominciano ad attrarre gli artisti. Questa è una tendenza in atto nella musica, come in quella americana, che sta riscoprendo le sue radici country, campagnole. Abbiamo iniziato la trasmissione con Philippe Cohen Solal, uno dei fondatori del Gotan Project, che, dismessi i panni del musicista di tango, abbraccia la fede rurale mettendosi idealmente zaino e chitarra in spalla e portandoci dentro le sterminate pianure americane. E così fa la cantautrice del Nevada Alela Diane, che si fa fotografare davanti alla sua casa di campagna col nanetto sotto la sedia, e non si vergogna di dire che ama da impazzire lavorare all’uncinetto.

Musica. Alela Diane: The Pirates Gospel.

Non ci sentiamo, quindi, fuori dal mondo nel proporvi musiche come quelle della Pneumatica Emiliano Romagnola, nome futurista dietro il quale si nasconde la formazione che, forse più di tutte, ha saputo cogliere l’anima del nostro territorio. L’Emilia-Romagna è una delle regioni italiane più ricche di cultura musicale, dalle ballate che raccontavano il mondo di una volta alla tradizione violinistica dell’Appennino e delle terre tra Reggio e Parma; dai canti delle mondariso della Bassa alle orchestre di ocarine. Tutto superfluo, oggi? Ma no, ascoltate questa “giga du rus”: non è un ottimo esempio di world music? E’ una specie di folk randagio, quello della Pneumatica, che poggia sull’impasto timbrico di strumenti dimenticati come la ghironda, l’organetto o la piva, che è la cornamusa dell’Appennino. Ne esce una musica poco codificabile nella sua molteplicità di espressioni, ma a suo modo modernissima. A scorrere i vari generi, si sente come la forza di questa regione sia nella polarità, che le deriva dal distendersi sulla via Emilia da est a ovest e da nord a sud. Sta, cioè, tra la vivacità romagnola e la compostezza lombarda, tra aperture padane e chiusure montanare.

Musica. Pneumatica Emiliano Romagnola: Giga du Rus.

Dobbiamo dire che la tradizione musicale della regione trova nuova linfa nel prezioso lavoro della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli. E’ attorno alla Scuola che si coagulano le energie del giovane folk che muove i suoi passi sul territorio emiliano-romagnolo. Oltre ad organizzare da 14 anni il Festival di musica popolare, all’insegna dello slogan “Tutta la musica è musica popolare”, la Scuola di Forlimpopoli funziona come laboratorio in cui si insegnano i segreti del mestiere di musicista folk. Allievi, ex allievi e docenti hanno dato vita all’Orchestrona, che ha voluto radunare il frutto di dieci anni di lavoro in un disco da cui abbiamo tratto queste “Danze” vorticose che non si smetterebbe mai di ballare. E se volete saperne di più, vi segnaliamo il sito
www.musicapopolare.net dove potete ascoltare altri brani di tradizione popolare emiliano-romagnola, con armonizzazioni e rielaborazioni che consentono di inserire queste musiche nel filone “world”.

Musica. L’Orchestrona: Danze.

Certo, c’è modo e modo di tornare alle radici. Se si è giovani e si è cresciuti a rock’n’roll, si può scegliere di ripercorrere la strada del folk-rock americano dai ritmi lenti e un po’ inaciditi, per poi ritrovarsi a macinare chilometri non tra le pianure dell’Illinois o lungo il fiume Missouri, ma tra le rane e i grilli dei fossi della Bassa emiliana. E’ il caso della band bolognese che porta il nome del presidente americano Franklin Dèlano, cioè Roosevelt, e che vuole interpretare il lato oscuro del post-folk. Questi ragazzi hanno inciso l’ultimo album a Chicago, ma poi sono tornati a casa: “Come home” è il nome di questo lavoro, un tributo alle radici americane. Alternando atmosfere quiete a momenti dissonanti, si fanno interpreti di un disagio che serpeggia ovunque, tra il granturco che si muove appena sotto il vento nei campi padani e quello che cresce nelle vaste pianure del Midwest.

Musica. Franklin Delano: Come home.

Abbiamo iniziato questa trasmissione con due brani di quella che oggi viene chiamata “Roots music”, la musica delle radici: quella che conosci da bambino e non ti si schioda dalla testa anche se vivi in aree urbanizzate, e sei un distinto signore blasé convertito all’arte elettronica, alla multimedialità o al cyber-punk. A un certo punto, il tempo comincia a dilatarsi, si fa più lento, accarezza la stanchezza del vivere, e l’aria malinconica della provincia da cui sei fuggito ti ricattura. Per dire queste cose con leggiadria e raffinatezza, ci voleva Sufjan Stevens, musicista che recupera la tradizione folk del rock americano, abbeverandosi ai grandi spazi in cui si svolge e fallisce l’american dream. Arrivederci alla prossima puntata.

Musica. Sufjan Stevens: John Wayne Gacy Jr.

Brano corrente

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