26 aprile 2008
Musica. Rock Train Slaves: The sky is crying.
Non è John Mayall, non è Eric Clapton, quello che state ascoltando, ma un gruppo bolognese di giovanissimi. Si chiamano Rock Train Slaves – più o meno: “schiavi del treno del rock” – e virano allegramente verso il blues, verso la musica del diavolo che incolla agli amplificatori ancora tanti ragazzi col mito della vita libera e selvaggia, fuori da ogni conformismo. Questa introduzione, cari amici, ci serve per tornare a Bologna, dove abbiamo chiuso la puntata precedente con l’immagine del cielo azzurro. Il cielo che ci appare appena risaliti dai sotterranei della città, là dove si annida – chissà – l’inferno. Il diavolo, i bluesmen del Mississippi lo incontravano ai crocicchi delle strade. A Bologna, Via dell’Inferno attraversa l’ex ghetto ebraico, luogo di apparizioni misteriose. Veloci ombre sotto i portici a volte fanno trasalire. E nell’oscuro ventre urbano c’è ancora, sepolto dal cemento, il reticolo di canali che un tempo erano le vie d’acqua di Bologna. Dal medioevo fino a tutto l’Ottocento, e oltre, i canali hanno consentito alle lavandaie di fare il bucato in via Riva Reno e ai barcaioli di scivolare sull’acqua con le loro merci. Esisteva un porto dal quale, attraverso il canale Navile, ci si metteva in collegamento con il Po, nei pressi di Ferrara, per poi proseguire fino al mare. E’ con l’animo del vagabondo che vi facciamo ascoltare un altro brano di “navigazione” blues: imbracciare le chitarre, salire su un barcone, seguire la via d’acqua fino alle saline di Cervia e caricare il sale da portare a Bologna, dove veniva immagazzinato nel deposito della Salara. Blues con vena malinconica: suonano i Bluesmen, band ferrarese di ottimo livello.
Musica. The Bluesmen: Balkan Blues.
I numerosi canali in mezzo alla città erano le autostrade del medioevo. Oggi il percorso a fianco dell’argine del Navile che da Bologna portava a Ferrara, si può fare in bicicletta. La Regione e il Comune di Bologna stanno riqualificando le antiche vie d’acqua, dove si scorgono ancora i segni di un sistema idraulico ordinato alla navigazione e allo sfruttamento industriale delle acque. Le chiuse e i resti di mulini e opifici stanno a dimostrare che Bologna era un città d’acqua, nata sulle rive di un fiume e di un torrente, e che dall’acqua traeva la sua economia. Ci sono ancora luoghi che rimandano alle antiche stampe e pitture in cui si vedono i bolognesi tuffarsi dai ponti per fare il bagno nei canali. In località Ca’ Bura c’è un ponticello in laterizio, a schiena d’asino, che scavalca il Navile: lo chiamavano il “Ponte della Bionda”, per via di una signora che concedeva le sue grazie ai barcaioli. E’ un posto romantico, bello da vedere nella foschia che mette il silenziatore alle cose, si adagia sulle vecchie fornaci, sugli edifici idraulici, sulle stradine che costeggiano il canale fino a Malalbergo. E’ come se la città si dilatasse, prendesse aria fuori dai confini concentrazionari di oggi, inseguisse la nostalgia del fiume: del grande fiume che le scorre a una trentina di km a nord, all’altezza di Ferrara. Il grande fiume che tutto prende e spazza via, “anche il dolore”, e trascina al mare. Al Po, “vena di pianura” che “mastica veleno”, il cantautore bolognese Franz Campi ha dedicato questa splendida ballata.
Musica. Franz Campi: Il fiume.
Il fiume e la terra. Quale terra? A Ferrara ancora per un mese è aperta al Palazzo dei Diamanti la mostra “Miró: la terra”, dedicata a uno dei maggiori artisti del Novecento, Joan Miró. E se la terra per Miró era la Catalogna, universale è il modo che lui ha trovato per accostarsi al paesaggio, per celebrare la vita, con lirica attenzione alle piccole e naturali cose. “Lavoro come un giardiniere o un vignaiolo” – disse di sé l’artista. “Donne e uccelli al levar del sole”, “figure e uccelli nella notte”, s’intitolano i suoi quadri. Il mondo rurale è evocato in pochi, delicatissimi segni: un filo d’aquilone che corre all’infinito, piccoli fiori deposti sul terreno, forme leggerissime che un soffio di vento potrebbe disperdere nel cielo azzurro. “Miró ha agguantato la liquidità dello spazio”, ha scritto un critico. E là dove le forme si sciolgono, dove la durezza scompare, noi riconosciamo la placenta che ci tiene attaccati ai paesaggi di terra e acqua della pianura padana: non solo ai paesaggi liquidi del Po intorno a Ferrara e verso la foce, ma anche a tutte le acque perdute della bassa – fossi, canalette, fiumarole, dighe e canali di cui non c’è più traccia, così come è sparita la via dell’ambra, che nel ferrarese aveva il suo terminal dal barbaro Baltico. Ma dove sono andate queste acque? Ce lo dice la bellissima canzone di Gianmaria Testa: “Ah, certi piccoli fiumi di bassa pianura che arrivano dritti nel mare / e chissà se si accorgono di niente o si lasciano semplicemente arrivare / assomigliano a certe tristezze che senza preavviso allagano i laghi del cuore / e alla solita acqua ci mischiano un’acqua che arriva da non si sa dove”.
Musica. Gianmaria Testa: Piccoli fiumi.
Riprendiamo il nostro viaggio, che da Ferrara ci riporta a Bologna con due soste nella campagna. La prima è il castello di San Martino in Soverzano, vicino Minerbio, dove arriviamo seguendo l’alveo svuotato di un torrente, come ce ne sono tanti nella bassa bolognese. Possiamo chiamarle “fiumarole”, queste vie secche a causa delle bonifiche, che hanno finito per convertirsi in strade, mentre un tempo erano colme d’acqua, tanto che accanto vi hanno edificato nel Trecento il castello, poi teatralmente trasformato nell’Ottocento da Alfonso Rubbiani. Lo stesso Rubbiani, autore a Bologna di rivisitazioni neogotiche del medioevo che sono dei falsi storici, ha restaurato il castello di Bentivoglio, dove facciamo la seconda sosta. Costruito a fine Quattrocento inglobando la preesistente rocca, il castello – danneggiato durante l’ultima guerra – si specchiava nel canale Navile. Era questo il canale che fin dal XII secolo collegava Bologna al Po, portando le acque del Reno dalla chiusa di Casalecchio a Malalbergo, per ricollegarsi poi con le valli del Reno. Si è fatto tardi, ormai, e dobbiamo prendere l’autostrada. La A 13, che da Bologna porta a Padova e Venezia. Autogrill, benzine, rombo di motori e fumi sulla pianura padana, è il mondo della canzone di Alberto Padovani, cantautore di Colorno, provincia di Parma, con la quale chiudiamo questa puntata. Siamo sempre nel territorio del blues padano (prima abbiamo ascoltato i ferraresi The Bluesmen). Padovani con il suo gruppo ManìnBlù propone un folk degli spazi aperti, dove la fisarmonica e le chitarre mirano a Nashville o a New Orleans, sublimando in altro Delta quello nostro del Po.
Musica: ManìnBlù: Uomo d’autostrada.