23 ottobre 2010
Le musiche di questa puntata: Katia Labèque, Rjuichi Sakamoto, Alice, Gudenzi-Valentini, Paolo Dirani.
Musica. Katia Labèque: Wuthering Heights
Lasciamo Parma, cari amici, e affrontiamo certi valichi d’Appennino per arrivare alle cime tempestose. Piove, e il vento scompone le foglie sulla terra. Nella massa tremula delle nuvole si confonde il fumo d’ottobre che sale dai camini. Ci sono odori tiepidi nell’aria, nei giorni che precedono i morti. La brughiera del West Yorkshire in cui è ambientato il romanzo di Emily Brontë, “Cime tempestose”, si dispiega davanti ai nostri occhi confondendosi con questo paesaggio d’Appennino che oggi si è fatto verde umido per lasciare spazio all’immaginazione. Anche qui ci sarà una locanda, dove il viandante stanco potrà fermarsi e ascoltare una storia, mentre alla porta bussa l’inverno. Sono in questi fumi grigio scuri le nostre Wuthering Heights, le nostre cime tempestose. Haworth è il paese delle sorelle Brontë: lì, nel nord dell’Inghilterra, c’è ancora la loro abitazione, the Parsonage, in cui si era stabilito il loro padre, prete anglicano; dietro la parrocchia, un delizioso cimitero di campagna, dove i sepolcri ottocenteschi sono lastroni di pietra scura infossati nell’erba.
Musica. Ryuichi Sakamoto: The Wuthering Heights.
C’è qualcosa di più romantico di un piccolo cimitero di campagna? E perché i paesaggi nordici sono più romantici dei nostri? In questi paesaggi, la figura umana è solo un’ombra silenziosa, spesso adagiata sullo sfondo, intrisa di solitudine: un uomo che, al crepuscolo, scende verso le sponde di un lago; una camicia abbandonata a terra; un divano scomposto; voci e lacrime sprofondate nel legno caldo dei pavimenti – e, fuori, il lago ghiacciato, o la brughiera, le nuvole che corrono veloci e il vento che sibila sui piccoli sciatori in fila. Ma in fondo, anche il nostro Appennino è il nord del sud; è nord, per l’Italia di sotto. E sono romantici i piccoli borghi di case in pietra incastonati nella montagna. Muri fradici di anni riparano le nostre vite dalla fretta e dai rumori della città. Qui, avvolti dai boschi di querce e frassini, possiamo giocare a fare gli eroi solitari, come il protagonista di “Atlantide” di De Gregori, “l’uomo di passaggio” con le sue cicatrici esistenziali, votato a uno struggente declino, sprofondato in fondo al mare come la mitica Atlantide, il luogo in cui le cose cambiano di significato: “Ditele che l’ho perduta / quando l’ho capita / ditele che la perdono / per averla tradita”… Ascoltiamo la canzone nell’interpretazione della cantautrice romagnola Alice.
Musica. Alice: Atlantide (cover di Francesco De Gregori).
“Ho pensato che splendore sarebbe se c’incatenassero / io e te, l’una all’altro, insieme / nello spazio, una sola cosa come la pulsar / doppia che ruota in pochi millisecondi / attorno al proprio asse in un corpo / a corpo celestiale, emettere nell’etere le nostre / memorie in onde radio perché nessuno mai / possa dimenticarlo che ti ho amato / e tu mi hai amato, nati entrambi dal collasso / della stella più luminosa in natura, d’una supernova …”. E’ una poesia di Matteo Zanoni letta su “Tratti”, rivista della casa editrice Mobydick di Faenza, che raccoglie le voci di poeti e scrittori “da una provincia dell’impero”, come recita il sottotitolo, cioè Ravenna, la Romagna, l’Emilia – palestra di una moltitudine d’autori che incrociano note, parole, architettura, cultura della tavola, tant’è che dai fermenti di questi “provinciali” sono sorti anche un festival e un’editrice musicale. L’ultima pubblicazione musicale di Mobydick è “Irish Coffee Melodies”, un lavoro di Alessandro Valentini, trombettista, e Daniela Gudenzi, pianista, che arrangiano brani della tradizione irlandese in un’appassionata miscela di jazz e classico. Vi facciamo ascoltare “Enchanted Hills”, colline incantate, con Elisa Venturini al flauto.
Musica. Daniela Gudenzi – Alessandro Valentini: Enchanted Hills (da “Irish Coffee Melodies”, Mobydick, 2010).
“Ammiro le terre di mezzo / il loro senso di appagante nullità / il loro tempo fecondo” – scrive, sempre su “Tratti”, il poeta forlivese Stefano Leoni. Noi ci siamo arrivati, scavalcando colline e fuggendo autostrade, alle terre di mezzo della Romagna, tra la pianura e il mare. Poco fuori il borgo di Brisighella, siamo davanti a una rivelazione: la pieve del Thò, magnifica chiesetta romanica così chiamata perché posta all’ottavo (“tho”) miglio della strada romana che congiungeva Faenza con la Toscana. Le sue origini sono comprese tra l’VIII e il X secolo e, secondo la leggenda, sarebbe stata Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, a far costruire il primitivo luogo di culto sui resti di un tempio dedicato a Giove. Qui, rischiamo di precipitare dentro gli abissi del tempo. Le cime tempestose sono nella nostra testa: quanta pace, davanti al luogo di meditazione più antico della valle; e quanta passione, quanto furore nell’aggrapparsi al tempo che resta! “Parole nuove, parole antiche / che hanno fatto la ruggine / alle grate dei confessionali”, direbbe la poetessa dialettale riminese Annalisa Teodorani. Non ci resta, allora, che tornare alla musica, alle fêlures de l’âme di Paolo Dirani, pianista di talento romagnolo, che nelle sue “fessure dell’anima” lascia passare i suoni capaci – già dalle prime battute – di riconciliarci con la vita.
Musica. Paolo Dirani al pianoforte esegue il “Preludio”, suite in sol magg. per violoncello, di J. S. Bach (da “ Les fêlures de l’âme”, Mobydick, 2010).