8 maggio 2010
Le musiche di questa puntata: David Geringas & Geir Draugsvoll, Laudibus & Mike Brewer, Alice, Giuni Russo, Paolo Buconi.
Musica. David Geringas & Geir Draugsvoll: Songs of Sulamite.
Sentite questa musica che viene da lontano, cari amici? Viene dal Medio Oriente, dall’antica Palestina, dalla regione di Galaad, ricca di pascoli. Gli autori, contemporanei, sono lituani, ed evocano atmosfere di quattrocento o mille anni prima di Cristo. Circa 2.400 anni fa è stato, infatti, composto da autore anonimo il Cantico dei Cantici, rielaborando forse materiale molto più antico, risalente al re Salomone. Le capre che scendono dalle pendici di Galaad hanno il pelo nero e lucente come le chiome della Sulamita: l’amata, la sposa, l’amante di re Salomone, con il quale occupa la scena di questo teatrino arcaico in cui è ambientata la più bella poesia d’amore di tutti i tempi. Tra un po’ capirete perché parliamo di questo. Ma andiamo avanti. Il Cantico è uno dei testi più poetici della Bibbia, e dei più densi e misteriosi, perché sprizza sensualità. L’amore erotico tra la Sulamita e Salomone è metafora dell’amore divino: nell’abbraccio degli amanti traspare l’amore di Dio per le sue creature. E’ l’amore che vince la morte.
Musica. Laudibus & Mike Brewer: Le Cantique des Cantiques. VI. La Sulamite.
Ecco la Sulamita che sale dal deserto. Il re, lo sposo, la esalta con ardenti espressioni. “Le curve dei tuoi fianchi sono come monili / opera di mani d’artista / Il tuo ombelico è un curvo alambicco / di odoroso liquore non è mai secco / Il tuo ventre è un mucchio di grano / circondato da gigli / Cerbiattini le tue mammelle / gemelli di gazzella (…) / Quanta grazia e quanto piacere / nei tuoi sbattimenti d’amore”. Guido Ceronetti scrive che il Cantico è un commento sul vuoto: “Si commenta il Cantico per un’oscura intolleranza del suo vuoto: riempirlo, metterci Dio. Se Dio non c’è, allora è più che mai divino”. Il corpo è ingoiato dal desiderio come da una tomba. L’amore è spietato, come la morte. Dice il Cantico: “Mettimi come un sigillo sul tuo cuore / Come un sigillo sul tuo braccio / Perché l’Amore è duro / Come la Morte”. Il sigillo veniva portato come un pendente al collo, o sulla mano o sul dito. I primi due versi sono citati in una bellissima canzone di Franco Battiato, che ascoltiamo nell’interpretazione della cantautrice di Forlì Alice.
Musica. Alice: Come un sigillo (cover di Franco Battiato).
“Ponimi come un sigillo sul tuo cuore / così resterò impresso in te per sempre” – canta Battiato nella versione originale. C’è un verso stupendo che dice – lo abbiamo sentito – “Pronuncio il tuo nome contro? ogni sventura”. La persona amata è il più grande talismano, è colei che scaccia le avversità della vita. Battiato ci ha abituati a queste meraviglie di senso, in canzoni come La Cura, questa e altre. Parlare del Cantico dei Cantici ci ha portato lontano. In realtà noi volevamo parlare degli ebrei, della presenza ebraica nella nostra regione. Il Cantico è espressione di una cultura vecchia di cinquemila anni, consapevole della potenza del messaggio che le è stato affidato, anche per i non ebrei e i non credenti. Alludendo insieme alla nudità e alla santità, il Cantico ci rivela un mistero, esprime l’Assoluto in una visione umana. Le Sacre Scritture ci parlano dal fondo dei tempi, attraverso metafore come quella della sposa. La Sposa di Giuni Russo (anche lei della cerchia di Battiato) è la sposa del Cantico, ed è piena di riferimenti biblici dal libro di Siracide.
Musica. Giuni Russo: La Sposa.
Il 25 aprile, giorno della Liberazione, la Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna ha organizzato una visita guidata alla comunità ebraica di Bologna, che per l’occasione ha consentito l’accesso ai suoi archivi e al suo patrimonio di storie. Abbiamo pensato, allora, che la nostra trasmissione potesse condurci nei luoghi ebraici, seguendo un itinerario in Emilia-Romagna, nei vecchi quartieri in cui gli ebrei hanno vissuto e nelle antiche sinagoghe. Siamo partiti dal Cantico perché ne amiamo la parola poetica, piena di significati nascosti. Questi amanti che vantano le loro carezze come migliori del vino, forzano di notte le serrature, scendono giù dal Libano, si cercano nei villaggi, dormono nelle vigne, sono voci di una sapienza antica, che ritroviamo qui e là in frammenti sparsi anche nella nostra regione. Paolo Buconi, violinista e cantante bolognese, ci fa subito entrare nel clima. Da oltre un decennio Buconi si dedica allo studio e all’esecuzione della musica ebraica, dal trascinante klezmer ai brani liturgici e ai canti di rito sefardita. E’ l’erede dei Chazanìm, i cantori del tempio. Ma ne riparliamo la prossima volta.
Musica. Paolo Buconi: A glesele le Chaum.