22 maggio 2010
Le musiche di questa puntata: Nicola Bagnoli, Moni Ovadia, Itzhak Perlman, The Cracow Klezmer Band, Libana.
Musica. Nicola Bagnoli: Valzer Giuseppe Dozza.
Cari amici, abbiamo aperto la puntata di oggi con il “valzer Giuseppe Dozza” del compositore bolognese Nicola Bagnoli, perché fu sotto Giuseppe Dozza, il mitico sindaco di Bologna del dopoguerra, che fu ricostruita nel 1953 la sinagoga della città, rasa al suolo durante un bombardamento nel 1943. Fu ricostruita dal figlio dell’architetto Muggia, cui si deve il precedente tempio inaugurato nel 1928. Rendiamo un ultimo omaggio al sindaco Dozza, che s’insediò con la sua giunta nel 1945 in una città distrutta al cinquanta per cento dalla guerra, e alla fine del suo lungo mandato, nel 1966, la lasciò che era una delle più belle e meglio organizzate d’Italia. Ma dobbiamo abbandonare ora Bologna, perché le nostre derive ebraiche ci portano altrove, non senza ascoltare, prima, Moni Ovadia, attore, musicista e scrittore molto legato alla nostra regione, in particolare a Modena, città che ama profondamente.
Musica. Moni Ovadia: Der Shtiler Bulgar.
Grande narratore dell’ebraismo orientale, Moni Ovadia, nato in Bulgaria da madre askenazita e padre sefardita, diceva in un’intervista che l’ebreo simboleggia la condizione contemporanea, caratterizzata dall’alterità e dallo sradicamento: “L’uomo postmoderno somiglia tremendamente all’ebreo sospeso a mezz’aria, il violinista sul tetto, il rabbino chagalliano che vola”. Avete presente il quadro di Marc Chagall? Quel povero suonatore in bilico rappresenta l’arte di vivere sospesi tra cielo e terra, in equilibrio precario, sempre pronti alla fuga. Dice Ovadia: “Il rapporto fra l’ebreo e il violino è stato cantato in mille storie e storielle, la più celebre è attribuita al leggendario pianista Arthur Rubinstein: “Perché ci sono così tanti violinisti fra gli ebrei mentre i pianisti sono pochissimi? Avete mai provato a scappare nel cuore della notte con un pianoforte in spalla?”. Ad accompagnarci, allora, verso la città più ebraica della nostra regione, Ferrara, è l’israeliano Itzhak Perlman, uno dei massimi violinisti viventi.
Musica. Itzhak Perlman: Yentl.
A Ferrara, quanti ricordi, quante memorie. Guardate la lampada di Channukkà a otto lumi al museo ebraico. E sapete che le lapidi abbattute dall’Inquisizione nel cimitero ebraico di via delle Vigne sono state rimontate e cementate nella colonna di Borso d’Este innalzata davanti al passaggio voltato chiamato Volto del Cavallo? Siamo in pieno centro. Siamo, ora, nel cortile interno dell’edificio delle sinagoghe di via Mazzini, un tempo via Sabbioni. E’ l’unico edificio in Italia dove la presenza ebraica sia attestata da oltre cinque secoli. E l’unico che abbia ospitato tre sinagoghe di rito diverso. Nel 1310 vivevano già a Ferrara 17 famiglie di ebrei. Intorno al 1530 gli ebrei erano circa duemila su una popolazione di trentamila abitanti. Tra di loro vi erano docenti dell’Università, medici e l’insigne tipografo Avraham Usque che pubblicò la prima Bibbia in spagnolo, con il finanziamento di Gracia Mendes Ha Nassì, la coraggiosa ebrea sefardita che organizzò l’arrivo a Ferrara, terra tollerante, degli esuli cacciati dalla penisola iberica. Via Mazzini è l’asse centrale del ghetto. Qui c’era anche il negozio di Nuta Ascoli, rimasto nel ricordo della gente perché vi si acquistavano specialità kasher come le buricche di pasta sfoglia, i salami d’oca, il caviale degli storioni del Po. Dalla Polonia, e precisamente dalla Cracow Klezmer Band, ci arriva questo brano tradizionale della comunità klezmer, dove è sempre il violino a trascinare la nostalgia del mondo perduto. Il violino suonato sul tetto.
Musica. The Cracow Klezmer Band: Ajde Jano.
Ferrara è la città emiliana che ha mantenuto più a lungo la tradizione culinaria ebraica. Era una cucina composta soprattutto da verdure cotte in umido, con olio e poca acqua. Specialità erano il purè di zucca (chiamata “barucca” per assonanza con l’ebraico baruch), l’hamin (frittata di tagliatelle arricchita da pezzetti di salame d’oca, uvetta e pinoli), i dolci di Purim con la pasta di mandorle. Andando a curiosare nella cucina ebraica della regione, troviamo a Modena la ricetta dei cefali in umido, a Lugo di Romagna i cappelletti ripieni di formaggio, a Monticelli d’Ongina, nel piacentino, è rimasto l’uso della “pasta all’ebrea” quando bisogna mangiare di magro. Il dolce di Busseto è ancora oggi la spongata, portata dagli ebrei spagnoli nel Quattrocento. Non ci resta, ora, che andare a Modena, a vedere i manoscritti miniati della Biblioteca Estense. Modena è il più grande giacimento al mondo di manoscritti ebraici riciclati. Li usavano come materiale di rilegatura dopo le confische dei testi sacri da parte dell’Inquisizione. Ma i maestri del Talmud sopravvivono da qualche parte nel tempo e nello spazio. Ci congediamo con un canto tradizionale ebraico, che veniva anche danzato. Shalòm, cari amici!
Musica. Libana: El ginat egoz.