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28 Agosto 2010 | Paesaggio dell'anima

Lacrime di marmo

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

28 agosto 2010

Le musiche di questa puntata: Giuni Russo, Moby, Balmorhea, Leo Ferré, Ludovico Einaudi. 

Musica. Giuni Russo: Il Carmelo di Echt.

 Cari amici, “vivere nella solitudine, nella pace e nel silenzio”, è stata la scelta di Edith Stein, filosofa ebrea tedesca, convertitasi al cattolicesimo, diventata monaca carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della Croce, e deportata ad Auschwitz dove morì nella camera a gas il 9 agosto 1942. Di questo parla la canzone di Giuni Russo scritta da Juri Camisasca. La canzone comunica tragedia ma anche serenità: la stessa che si prova in ogni cimitero, quando, davanti a quei volti scomparsi incorniciati nelle fotografie, tutto il resto sembra futile. Noi stiamo passeggiando nella Certosa di Bologna, un museo di tombe tra i più importanti al mondo. Morbidi fregi, fluenti panneggi, casti nudi, figure che si muovono liberamente nello spazio: le sculture della Certosa adornano sepolcri che sono capolavori, e consentono di seguire un percorso artistico che va dal neoclassicismo al verismo e al liberty, come in un vero museo.  

 Musica. Moby: Pale Horses.

 “Mettimi sul treno, rimandami a casa / Non riuscivo a vivere senza di te quando provai a girovagare / Mettimi accanto alla finestra, lascia che veda fuori / Guardando i posti dove tutta la mia famiglia è morta”. Il re della musica elettronica, Moby, ci regala questa perla straziante, e a noi viene in mente una citazione dai Minima Moralia di Adorno, dove uno scrittore afferma che il posto più bello al mondo è la panchina del cimitero davanti alla tomba dei suoi genitori. Gli scultori che hanno operato alla Certosa, spesso in coppia con architetti, hanno dato lacrime al marmo, vene all’assenza, muscoli al dolore.  Diego Sarti, realizzando nel 1891 il monumento della famiglia Montanari, ha scolpito una Dolente che trasmette un senso decadente di disfacimento e morte, secondo il nuovo stile liberty-simbolista.

 Musica. Balmorhea: Lament.  

 Interprete sofisticato dell’Art Nouveau, lo scultore bolognese Giuseppe Romagnoli ha realizzato nel 1908 un bellissimo gruppo scultoreo nella cella Albertoni, esaltando con il candore del marmo l’evanescenza dei panneggi. Una fanciulla è accolta nel mesto regno della morte da due consolatrici che le sfiorano le mani diafane, mentre ai lati accorrono altre due ragazze con le vesti ancora mosse dal vento. Che meraviglia! A dominare, qui, è il sentimento della malinconia. Cos’è la malinconia? Così la canta Leo Ferré: “La malinconia è un gatto perduto / che si crede ritrovato / è un cane in più / nel mondo che conosciamo / è il nome di una strada dove non si va mai / (…) La malinconia è sotto la tintura / avere i capelli bianchi / (…) La malinconia sono gli occhi dei cani quando piovono ossa / sono le braccia del Bene / quando il Male è bello / E’ qualche volta niente / E’ qualche volta troppo”…  

 Musica. Leo Ferré: La mélancolie.  

 La malinconia è il sentimento del passaggio del tempo. Il bolognese Silverio Montaguti è autore nel 1926 della sepoltura Zironi, dove spiccano le figure di Mercurio e del Tempo, quest’ultimo rannicchiato in una raffinata posa pronta allo scatto insidioso. Un Mercurio giovinetto è scolpito in bassorilievo da Gaetano Samoggia sul monumento Calzoni del 1902, sullo sfondo di una ricca decorazione di rami fitti di melagrane e fiori. Mercurio è il dio che nella mitologia greco-latina conduce le anime dei morti agli inferi. Conduce le anime in un’altra vita. Quale? Quella dell’eternità, che il linguaggio umano non riesce a comprendere perché è oltre ogni immaginazione? O semplicemente nella non-vita, dove tutto finisce? Consoliamoci con il pianoforte di Ludovico Einaudi.

 Musica. Ludovico Einaudi: In un’altra vita.  

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