24 settembre 2011
Le musiche di questa puntata: Wim Mertens, Bessie Smith, Judi Dench, Edith Piaf, Guy Farley.
Musica. Wim Mertens: Der des ders.
Cari ascoltatori, iniziamo oggi con l’elegante musica di Wim Mertens, un compositore che ci piace molto. Dal suo recente disco abbiamo scelto “Der des ders”, espressione francese che sta per la dernière des dernières, l’ultima delle ultime, con riferimento alla guerra, per significare sia il soldato che ha partecipato all’ultima guerra, sia “mai più guerre”. Dopo il primo conflitto mondiale, torna in Europa la voglia di vivere e a Parigi, in particolare, si crea un clima di febbrile attività artistica, come se essere sopravvissuti alla guerra fosse il miglior viatico per immaginare un’esistenza diversa, più libera e meno convenzionale. Il nostro viaggio di oggi, cari amici, non tocca ancora la nostra regione, ma segue il filo della mostra in corso al Palazzo dei Diamanti di Ferrara sugli “anni folli” della Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì.
Musica. Bessie Smith: Alexander’s Ragtime Band.
A Parigi arriva il jazz dagli Stati Uniti, ed è subito amore. La cantante più in voga negli anni Venti e Trenta è Bessi Smith, che aveva cominciato a cantare in teatri e tendoni frequentati solo da neri, per arrivare poi all’Olimpo del jazz, con canzoni arrangiate da grandissimi musicisti. Anche lei, come molti artisti del suo tempo, ebbe una vita movimentata e travagliata dall’abuso di alcool e droghe. Parigi intanto diventa sempre più una metropoli mondana e cosmopolita: vi arrivano gli americani, come Francis Scott Fitzgerald, Henry Miller e Ernest Hemingway. Quest’ultimo visse a Parigi dal 1921 al ’28. Molti anni dopo, nel 1950, scrisse “Festa mobile” per ricordare “la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.” Fino a pochi anni prima della stagione creativa e sperimentale di Picasso, Braque, Chagall, Soutine, Léger e gli altri, il pittore più alla moda di Parigi era un ferrarese, Giovanni Boldini.
Musica. Judi Dench: Folies Bergère (dalla colonna Sonora del film “Nine”, 2009).
Il ferrarese Boldini aveva raggiunto il successo a Parigi ritraendo le donne del bel mondo. Dipingeva “lungiformi signore come sotto un vetro traslucido e in pose ambigue che stanno tra il salotto e il teatro”, scrisse il critico Berenson. Queste signore forse non vedevano l’ora di mostrarsi disinvolte e naturali, slacciando i rigidi corpetti di stecche di balena per farsi ritrarre da un pittore che conosceva bene l’insoddisfazione e l’irrequietezza delle sue modelle. Ma ora, improvvisamente Boldini passa di moda, la sua arte è superata, quel tipo di bellezza non interessa più gli artisti che dettano legge a Parigi. Presto arriverà una nuova generazione di “italiens de Paris”, tra cui Severini, De Pisis, De Chirico, Savinio, gli ultimi tre praticamente ferraresi – anche loro.
Restiamo in tema ascoltando “Je ne veux pas travailler” di Edith Piaf in una interpretazione di Pink Martini che canta “Io non voglio lavorare / Io non voglio pranzare / Voglio solamente dimenticarti / E dopo fumo”
Musica. Edith Piaf_ Pink Martini: Je ne veux pas travailler.
L’arte degli anni folli non vuole apparire bella, come quella di Boldini, ma rinuncia all’armonia, all’estetismo, per diventare ricerca, sogno, sorpresa, emozione, e anche angoscia. La nuova bellezza è quella di Modigliani: le sue donne, dai colli affusolati, sono maschere raffinatissime stese sui volti e sui corpi, che vanno al di là del naturalismo, del realismo: sono icone del malessere contemporaneo, eppure conservano una forte sensualità. Torneremo a Ferrara, la settimana prossima.
Musica. Guy Farley: Modigliani (dalla colonna sonora del film “Modigliani. I colori dell’anima”).