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14 Maggio 2011 | Paesaggio dell'anima

I canti di maggio

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

14 maggio 2011

Le musiche di questa puntata: Riccardo Tesi e Claudio Carboni, Banditaliana, Quinzân, Suonabanda, Orchestra Romagna Nostra.

Riccardo Tesi e Claudio Carboni: Maggio di Granaglione (dal cd “Crinali”)

Maggio, cari ascoltatori, è il mese più bello da cantare. Maggio e il canto sono tutt’uno.  Con la bella stagione, il cuore si apre alla musica, alla danza, all’amore: l’inverno che spaccava le ossa è solo un ricordo, parte di un ciclo infinito che ritornerà. Nell’eterno ritorno dell’identico, ora tocca ai prati verdi, agli alberi in fiore, ai rigogliosi giardini dare voce alle emozioni umane. Abbiamo ascoltato un “maggio” – precisamente, quello di Granaglione, paese sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano – tratto dallo splendido lavoro di ricerca di Riccardo Tesi sulle musiche tradizionali della montagna emiliana. Il “ cantar maggio” è una tradizione antichissima – e viva ancora oggi in diversi luoghi d’Italia – che celebra con riti propiziatori la rinascita primaverile. I maggianti  girano di casa in casa cantando strofe benauguranti agli abitanti, in cambio di piccoli doni, quali uova, dolci, un bicchiere di vino. Il cantar maggio era anche un invito alle ragazze nubili, ad aprire il loro cuore all’amore. La voce femminile del primo brano era della bravissima Ginevra Di Marco; al sassofono Claudio Carboni, storico collaboratore di Tesi. Ascoltiamo ora Riccardo Tesi, maestro della world music italiana, in un’altra sua celebre rivisitazione del “maggio”, che questa volta ha le radici nel versante toscano dell’Appennino.    

Musica. Riccardo Tesi & Banditaliana: Maggio (dal cd “Lune”).

 “E bene venga maggio. E maggio l’è venuto!”. Sembra che i canti del maggio abbiano origine celtica: come sappiamo, i celti sono stati i nostri lontanissimi progenitori. L’Emilia-Romagna è una delle regioni in cui la tradizione del maggio era più presente. Oggi, gruppi folk, associazioni culturali e cittadini cercano di rivitalizzare il rito del maggio, che era strettamente legato alla questua. I maggianti nel loro passare di casa in casa raccoglievano cibo con significato magico e propiziatorio. Poi sull’Appennino si formarono orchestrine per accompagnare i cantori, i quali erano tutti maschi e portavano un fazzoletto al collo e il cappello di paglia. I musicisti seguivano i canterini suonando brani da strada durante i trasferimenti da un luogo all’altro; piffero e fisarmonica erano gli strumenti che non potevano mancare. In seguito, a tramandare questa eredità musicale furono le orchestrine, solitamente familiari, incentrate su violinisti spesso dilettanti. Dall’Ottocento in poi, nella montagna bolognese ebbero spazio i suonatori di organetto, fisarmonica e strumenti a fiato da banda. La musica portava la danza, e anche oggi i gruppi folk, come il romagnolo Quinzân, danno corpo al maggio con un ritmo danzante che ha dentro i colori della primavera.

Musica. Quinzân: Bene venga maggio.

Se ci spostiamo sull’Appennino bolognese, vediamo come anche qui – come in Romagna, nel piacentino e un po’ in tutta la regione – ci siano gruppi musicali che partecipano alle rassegne di musica etnica, registrano dischi, promuovono la conoscenza della musica della montagna e dei canti tradizionali come quelli del maggio. Esiste anche una “compagnia del maggio” che ogni anno in questo mese compie il tradizionale giro di questua augurale per i borghi dell’Appennino intorno a Monghidoro, insieme ai canterini e ai suonatori che si associano liberamente per l’occasione. La tradizione del maggio è viva, come abbiamo visto, anche nella valle del Trebbia con il nome di “carlin di maggio”, in Val d’Arda, sempre nel piacentino, dove si chiama “calendimaggio”, nel reggiano, intorno al comune di Villa Minozzo, e in alcune frazioni appenniniche a cavallo delle province di Piacenza e Pavia. Ascoltiamo la “marcia dei maggianti” dei Suonabanda, gruppo modenese che propone un vasto repertorio di balli antichi e musiche ad essi collegati, provenienti dalle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna.

Musica. Suonabanda. La marcia dei maggianti (dal cd “Balli staccati della tradizione emiliana”).

L’albero simbolo del “cantar maggio” è il maggiociondolo, con il verde delle foglie e il giallo dei suoi fiori. Giallo e verde sono i colori dei fazzoletti al collo e dei nastri sui cappelli dei canterini, nella festa che comincia la sera e si protrae fino a notte fonda, quando termina il giro augurale delle case. Una tradizione non ancora spenta in Romagna vuole che il primo maggio, prima che il sole si alzi, si mettano rametti di spino bianco e di betulla nei campi perché la vite non abbia a soffrire della rugiada. Con gli stessi rami si adornano i davanzali delle finestre per impedire alle formiche di entrare nelle case e fare danno nei granai. La “maggiolata” – “majè” in romagnolo – è una tradizione antichissima che si fa risalire addirittura ai tempi bizantini di Giustiniano Imperatore, quando si ponevano i “rami di maggio” alle porte ad indicare amore. Perché è l’amore, dopo tutto, che l’inverno ha nascosto e la bella stagione ripone sul trono, tra canti, balli, prati fioriti e voglia di vivere.

Musica. Orchestra Romagna Nostra: La majè.

Brano corrente

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