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23 Aprile 2007 | Paesaggio dell'anima

N°57-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 57^ puntata.


Musica. Neaskenè: E’ tempo di andare 


E’ il tempo di andare / violini ascoltate / il passo leggero di queste parole / Conchiglie assonnate  apritevi / e date agli occhi i brillanti / di un giorno d’amore”. Cari amici, è tempo di andare e quindi riprendiamo con passo leggero il nostro viaggio lungo la Via Francigena con la musica dei Neaskenè, sorretta dalla scrittura tutta femminile di Sara Cicognani, l’anima di questo gruppo ravennate che si muove tra jazz, etnica e musica d’autore. E’ un cammino, il nostro, che – come dice la canzone – muore e rinasce in continuazione: si sviluppa nel tempo immemore dell’eternità, ma anche giorno per giorno, dentro “la tela in cui il ragno cattura le ore”. Dunque, l’infinito movimento del viandante, il vagare stanco sulla terra e – di contro – l’immobilità assoluta della resa, la consegna totale al tempo e a Dio, quando il pellegrino giungeva alla meta: fosse essa Roma, Gerusalemme o Santiago di Compostela.


E allora, mentre camminiamo su queste strade d’Appennino e ci troviamo sul passo del Brattello, ormai pronti alla discesa verso Pontremoli e la Lunigiana, ricordiamo che l’amore, la devozione e la guerra si sono intrecciati su questi prati, come i fili d’erba che ci fanno il solletico mentre ce ne stiamo sdraiati faccia al cielo a guardare le nuvole.


Musica. Fiamma Fumana: Strade d’Appennino 


Strade di Appennino / strade di casa”, cantano i Fiamma Fumana ricordando un episodio della guerra partigiana su questi monti dove sono “pure l’aria e la luce / e puro anche il ricordo di chi è passato”. Da questi monti sono scesi anche fiumi di lacrime: dalle case spogliate dall’emigrazione, dai torrenti e dai cari boschi abbandonati, quando lo sguardo affamato dei migranti era costretto a posarsi sui ventosi paesaggi del Galles, sulla desolata pampa argentina o sulla baia di New York, dove l’approdo di Ellis Island appariva ai disperati scesi dalle navi “l’isola delle lacrime”. Partire da queste montagne un tempo poverissime, emigrare, era come separarsi dal proprio amore.


Ci vuole il blues, per raccontare la tristezza di una vita sradicata, senza amore, dove forte sarebbe la tentazione di annegare nel fiume Hudson o nel Tamigi. Ci vuole Eric Clapton che canta “River of tears”, fiume di lacrime, dal suo disco “Pilgrim”, pellegrino. “Signore, per quanto tempo dovrò continuare a correre / Sette ore, sette giorni o sette anni?/ Tutto quello che so è che da quando te ne sei andata / Mi sento come se stessi annegando in un fiume / in un fiume di lacrime / Fra tre giorni lascerò questo paese / E sparirò senza lasciare traccia /Dove nessuno conosce la mia faccia / Spero di poterti abbracciare / Ancora una volta per diminuire il dolore / Ma il mio tempo sta per finire, devo andare / Devo correre via ancora”.


Musica. Eric Clapton: River of tears


Siamo in aprile, cari ascoltatori: “Aprile sul suo finire, quando / le avanguardie floreali della nuova stagione / non reggendo all’ardore dei soli imminenti / scelgono di morire, / d’immolarsi (…) / per lastricare di vergine lilla i viali parmigiani (…)”. Ci riportano a Parma, questi pochi versi del grande poeta Attilio Bertolucci, che parlano di fiori sfatti, di rose che si sfogliano, di selciati umidi di sole – del sole di aprile -, di “lame fresche di vento” che “s’immergono nei canali / stagnanti dei borghi scalcinati”. Parma: tutto l’immaginario novecentesco passa attraverso questi versi pieni d’amore che il poeta ha dedicato alla città ducale, con “la pazienza dei giorni” lungo gli anni e le stagioni. Ma Parma è troppo bella per non essere colta nella sua interezza. Quindi per il momento non ci fermiamo, dovendo subito immetterci sull’itinerario principale della Via Francigena: quello che porta in Toscana attraverso il passo della Cisa. Una notizia, però, vogliamo darvela. Per dimostrarvi che anche nella città della lirica si possono avere idee “moderne”. Parma infatti ha ospitato all’inizio d’aprile le celebrazioni per i 40 anni di Seargent  Pepper’s, il celeberrimo album dei Beatles che nel 1967 ha rivoluzionato la storia della musica. E dove è stato ricordato questo capolavoro dalla famosa copertina tutta fiori, divise colorate e, sullo sfondo, un mondo intero di facce di cartone? Al Conservatorio Arrigo Boito di Parma, un tempio della musica d’arte.         


Musica. The Beatles: A day in the life (da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band)


Nel riprendere la nostra strada, una strada vecchia di mille anni come la Via Francigena, il pensiero va a quattro decadi fa, alla famosa summer of love del 1967, quando ragazzi con chiome fluenti e abiti sgargianti camminavano scalzi per le strade di Haight-Ashbury a San Francisco. Prima di diventare – alcuni di loro – fricchettoni stagionati o rampanti manager, fecero in tempo a vedere l’uscita, nella magica estate del 1967, di tre album fondamentali: Seargent Pepper’s dei Beatles, Surrealistic Pillows dei Jefferson Airplane e il capolavoro dei Doors. Era la generazione della rivoluzione psichedelica: caleidoscopica e visionaria, floreale e sensuale, anarchica e utopica. Una generazione che si è messa in cammino come gli antichi pellegrini, che ha raggiunto gli ashram indiani più per moda che per convinzione, ma che comunque portava al suo interno la voglia di cambiare, la consapevolezza spirituale, il desiderio di combattere l’arrivismo, di cambiare il mondo con l’amore e non con la violenza. E’ durato poco il sogno ingenuo di una pace universale: forse solo quella magica estate del 1967.  L’estate in cui tutti cercavano somebody to love: qualcuno da amare.


Musica. Jefferson Airplane: Somebody to love


Noi invece ci troviamo sulla strada che da Parma porta a Fornovo e da qui al passo della Cisa. In fondo questo nostro andare e scavare nel tempo, anche se non ha come sfondo la Bay Area di San Francisco o le montagne dell’Himalaya o la swingin’ London, ma i più modesti rilievi appenninici, è ancora un modo – ingenuo e utopico – di cercare noi stessi, attraversando paesaggi, contemplando la bellezza “inutile” di vecchi portali, case in pietra, prati in fiore, solitarie pievi. Ma ora basta, si sta facendo sera e dobbiamo salutarci. Rientriamo al castello. Al nostro castello sui monti. Ci accompagna la “danza del castello” del pianista e compositore Cesare Picco. Arrivederci alla settimana prossima.


Musica. Cesare Picco: Castle dance


Testo di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.

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