10 settembre 2011
Le musiche di questa puntata: Savini-Di Iorio, Luigi Maresca, Wim Mertens, Giovan Battista Pergolesi, Banda Bardana.
Musica. Stefano Savini – Davide Di Iorio Quartet: Dopo la pioggia (da “Space Blues”, Mobydick editore, 2011)
L’estate, cari ascoltatori, volge al termine. C’è una luce diversa nell’aria. Più limpida, autunnale. Dopo la pioggia, ci immergiamo nei giardini sonori di Savini e Di Iorio in cui si mescolano, nel dialogo tra flauto e chitarra, i profumi del jazz e della classica. Citiamo da Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani: “Come spesso accade sull’Adriatico, ai primi di settembre la stagione improvvisamente mutò. Piovve un giorno soltanto, il trentuno d’agosto. Il bel tempo dell’indomani, comunque, non ingannò nessuno. (…) Nel tepore stesso dell’aria si era insinuata una piccola, persistente punta di freddo”. C’è quindi già un’incrinatura, anzi una spaccatura profonda nell’estate. Si è aperto un varco, da cui entra la sottile malinconia dell’autunno. Abbiamo sottomano una poesia di Filippo de Pisis, pittore e scrittore ferrarese che occupa un posto importante nella storia artistica del Novecento. Parla delle sere di settembre, ottobre. S’intitola Cadono le foglie, e dice: L’oro di queste sere / indugia sulle cornici dorate / sulle belle tinte dei quadri. / A mano a mano / che muore l’estate / un’alta pace /queste terre invade… / Cadon le foglie gialle del fico”.
Musica. Luigi Maresca: La sera di settembre.
Chiusi molti ombrelloni, quasi deserte le spiagge, i ritardatari settembrini delle ferie spostano un po’ più in là la frenesia del ritorno all’ordine che già regna nelle città. Il lavoro, gli orari, gli impegni tornano a dominare le nostre vite, mentre si comincia a sentire profumo di uva nei campi. Se malinconia deve essere, che ci raggiunga a Rimini, nell’eternità rimasta incompiuta del Tempio Malatestiano. Siamo venuti qui, prima di lasciare definitivamente la Riviera, e con essa il riposo e l’ozio di agosto, perché vogliamo scacciare il pensiero della fuggevolezza del tempo, della brevità dell’estate. Estate, autunno, inverno, primavera, e di nuovo estate, autunno, inverno, primavera… Nel Tempio di Rimini, edificato a partire dal 1447 da Sigismondo Malatesta su progetto di Leon Battista Alberti, il grande architetto e teorico dell’arte rinascimentale, c’è un’idea di armonia, di perfezione, di bellezza che travalica il tempo. Qui ci è più dolce abbandonare l’estate.
Musica. Wim Mertens: The Fosse.
Il Tempio Malatestiano di Rimini è un capolavoro dell’incompiuto. Caduto in disgrazia Sigismondo per la scomunica papale nel 1462, il cantiere si ferma. Tutto rimane immobile, fossilizzato nei giorni che scorrono, senza la cupola meravigliosa concepita dall’Alberti. Sarà la guerra, saranno i bombardamenti del 1943-44 a interrompere la permanenza eterna del marmo. Le bombe distruggono l’abside, fanno crollare il tetto, devastano l’interno, squarciano i muri, frantumano le cappelle con i preziosi cimeli malatestiani, scoperchiano il sepolcro di Sigismondo e incrinano quello di Isotta. Un enorme lavoro di ricostruzione, dall’ottobre 1947 al dicembre 1949, rimette in piedi il Tempio simbolo del Rinascimento italiano. Guardate oggi il riverbero della luce marina sulla candida facciata. Il vuoto diventa parola, il silenzio muove l’incompiutezza. Guardate il sarcofago di Isotta, il monogramma della S e della I fuse tra loro, avvinghiate per l’eternità: l’amore di Sigismondo – che non era uno stinco di santo – per l’amante e poi moglie Isotta, scolpito nel marmo, nel respiro delle pietre.
Musica. G.B. Pergolesi (revisione di G. Paisiello), Stabat Mater: XIII. Amen (Orchestra del Conservatorio Arrigo Boito di Parma: Alberto Martelli direttore, Hitomi Kuraoka soprano, Kang Wook tenore, Miyamoto Fumitoshi basso; esecuzione del 27 marzo 2010).
Fuori dal tempio pulsa la vita della città. Gente indaffarata, bar affollati, gli ultimi turisti in spiaggia per prendere l’ultimo sole. La solitudine del mare rimasto vuoto, e la voglia di ritrarsi all’interno, indossare un maglioncino di cotone nelle ore più fresche, e imboccare strade di campagna per bere un bicchiere di Sangiovese nelle osterie circondate dai vigneti. Ma indugiamo ancora un attimo sulla tomba di Isotta. Sopra il sarcofago, i cartigli delle teste d’elefante – l’animale araldico dei Malatesta – dicono: Tempus loquendi – Tempus tacendi”. C’è il tempo per parlare e il tempo per tacere. L’estate rumorosa e allegra è trascorsa. Ora, senza più il demone accecante dell’ora meridiana che confonde i pensieri, la luce limpida, non offuscata, ci indica la via di un dorato autunno tempo di riflessione e piccoli, privati piaceri. Il mare si fa schiumoso, più animoso, più indecifrabile: in attesa della calma piatta della prossima estate.
Musica. Banda Bardana: Salterello romagnolo.