16 luglio 2011
Le musiche di questa puntata: G. L. Ferretti e Ambrogio Sparagna, Felice Del Gaudio, Lelio Padovani, Paolo Bacilieri, Erik Satie.
Musica. Giovanni Lindo Ferretti e Ambrogio Sparagna: Intimisto.
“Mi rubi il tempo, mi rubi l’energia / Non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo /
Incrini il mio coraggio, vanifichi l’attesa … ”. Per tutti i rimpianti che ci accompagnano, per tutto quello che abbiamo perduto, serviva la preghiera laica di un singolare autore emiliano, punk convertito, Giovanni Lindo Ferretti, e l’organetto diatonico di Ambrogio Sparagna, maestro di musica popolare. “Allora non rimane niente e te ne vai … ”. Te ne vai, bellezza – e noi stiamo andando verso le valli di Comacchio, verso la foce del Po, con in mano il bellissimo libro di Gianni Celati del 1989, “Verso la foce”. In queste pianure, in questa campagna ferrarese dove siamo adesso, anche i nostri pensieri s’impaludano. La palude dei pensieri: capita di guardare un posto, e non capire. Siamo spaesati, fuori luogo. Eppure siamo a casa. “Home” del bassista e contrabbassista lucano, e bolognese d’adozione, Felice Del Gaudio, è la musica che ci vuole ora, meditativa e ricca d’atmosfera.
Musica. Felice Del Gaudio: Home.
Siamo a Tresigallo, uno di quei posti assurdi della Bassa che vi racconta meglio di noi lo scrittore Gianni Celati. “La piazza di Tresigallo è uno slargo informe tra quattro strade, chiuso su un lato da costruzioni di epoca fascista con bassorilievi epici, e sull’altro da un parcheggio gremito di piccole vetture davanti alla palazzina del municipio. Palazzina moderna fatta a cubi scalati (…). Nella piazza la gente circola con movimenti lenti da vita in vacanza, e anche qui si sente una pubblicità radiofonica diffusa nell’aria. Lo stesso atteggiamento da vita in vacanza hanno i giovanotti in calzoncini e ciabatte, radunati a discutere di sport sotto il loggiato d’un albergo. In fondo allo slargo una viuzza di palazzine geometrili a colori acrilici, e per di lì mi avvio. Sensazione d’essere tra popolazioni che vivono nelle riserve d’un continente, in una qualche provincia esterna, dove tutto arriva un po’ attutito”. Tempo che passa: la vita, qui, non è altro che tempo che passa. “Tempo che passa” è anche il titolo del prossimo brano: l’autore è un chitarrista e compositore di Parma che usa le tastiere elettroniche come negli anni Settanta: slittamenti progressivi di senso, circolarità – echi di qualcosa di già sentito ma che risulta nuovo, come i posti in cui siamo.
Musica. Lelio Padovani: Tempo che passa.
Lasciamo ancora la parola a Gianni Celati. “La strada che da Tresigallo va a Jolanda di Savoia, un rettifilo stretto costeggiato da platani. I campi di grano gialli, quelli di granturco ancora verdi, i solchi d’altre colture, hanno tutti linee dritte che sembrano convergere in prospettiva verso lo stesso punto d’orizzonte, e quel punto si sposta mentre cammino. Case e alberi e campanili che svettano, molto bassi sul fondo, lontani e dispersi nello spazio”.
Nei bassipiani tra il fiume Po e il Volano, ecco sbucare il paese di Jolanda di Savoia, fondato nel 1903 sopra una palude risanata. Siamo nel punto più basso d’Italia: a oltre tre metri sotto il livello del mare. Non c’è molto da fare qui, se non ricordare che in questo posto della bonifica ferrarese è nato un cantante che è stato famoso negli anni Sessanta, Paolo Bacilieri. Ascoltiamolo.
Musica. Paolo Bacilieri: Quando una ragazza a New Orleans.
Scrive Celati: “Jolanda di Savoia è questa stradona con due controviali, attorno a cui si vedono ammassi di casette geometrili dovunque. (…) Lungo lo stradone una fila di negozi con tutti i sacramenti moderni, e donne che vanno a far la spesa pedalando come se il tempo per loro non avesse peso. Una chiesetta in stile gotico d’epoca fascista, fioriture d’antenne televisive sui tetti, e anche qui quel tono da vita nelle riserve. E’ un po’ come essere sotto il livello standard del progetto finanziario di vita universale. Appena fuori dal paese, tra i campi e lungo la strada, moltissime casette a colori vivaci, ben tenute, modeste. (…) Dalla corriera apparivano là in attesa, come tutto il resto. Dappertutto quest’aria di attesa che il tempo scorra e passi il giorno, venga un’altra stagione, che non si sente in città”. C’è come un senso d’immobilità. Ma di immobilità in movimento: un movimento lento e grave, come nelle celebri Gymnopédies di Erik Satie – tempo sospeso, campagne vuote con cielo sopra … Ora vi facciamo ascoltare la prima e la terza gymnopédie nella splendida versione orchestrale di Débussy. Tempo sospeso, malinconia impalpabile.
Musica. Erik Satie: Gymnopédie I e III (orchestrazione di Claude Débussy).