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16 Giugno 2012 | Paesaggio dell'anima

Gli orologi spezzati

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

16 giugno 2012

Le musiche di questa puntata sono di: Arvo Pärt, Yma Sumac, Laurie Anderson, Alessandro Stefana, Erik Satie.

Musica. Arvo Pärt: Festina Lente for string orchestra & harp (Bournemouth Sinfonietta & Richard Studt).

Cari ascoltatori, sembra non aver fine il terremoto nella pianura emiliana: ogni giorno ci sono scosse, di media intensità; la terra ha tremato 15 volte dalla mezzanotte di ieri, facendo sobbalzare il territorio in cui si incontrano le tre province di Reggio Emilia, Modena e Mantova. Sino a oggi ci sono quasi 16mila persone assistite dalla Protezione civile in 45 campi d’accoglienza e 64 strutture al coperto. Ma l’aggiornamento delle notizie l’avete direttamente dai mezzi d’informazione. A noi interessa riflettere su questo evento così lacerante per cercare di capire un po’ di più la nostra regione, e noi stessi: dobbiamo fare i conti con la brutalità della natura, con il disordine che può propagarsi in un attimo e con il senso della nostra vita. In questi giorni terribili, tutti hanno evidenziato la grande dignità degli emiliani, la capacità di reazione e la voglia di ricominciare. Eppure, dietro l’efficienza, certamente benedetta in un momento come questo, c’è chi intravede qualcos’altro e si fa qualche domanda, come la seguente: tornare ai ritmi forsennati della produzione è veramente sempre positivo?

 Musica. Yma Sumac: Tumpa (Earthquake).   

Procediamo con ordine. Le cinquecento aziende diventate di colpo inattive e i 13mila posti di lavoro a rischio spostano la domanda sul lato dell’economia. Cosa faranno gli emiliani – si chiede lo scrittore e critico letterario emiliano Marco Belpoliti su L’espresso – “dopo che le prime scosse hanno messo in ginocchio la ricca agricoltura imprenditoriale, mentre le seconde hanno colpito i capannoni industriali, fucine di una imprenditorialità tra le più frenetiche del paese? Cosa resterà dell’identità dopo il crollo delle torri e dei campanili, dopo che gli orologi, simbolo del Tempus Fugit, ma anche della scansione lavorativa giornaliera, sono caduti a terra, spezzati in mezzo alle macerie dei mattoni? Sarà dura, ma l’Emilia risorgerà”. Risorgerà – dice Belpoliti – perché “regolarità e costanza sono una delle caratteristiche degli emiliani che vivono da secoli dentro un clima umido, il quale rende fertili le campagne. Se si vuole capire la radice ultima della mia gente, si deve attraversare la pianura nei mesi in cui la terra viene rivoltata dagli aratri, un tempo tirati dai buoi, oggi da ultramoderni trattori con l’aria condizionata: il paesaggio è composto a perdita d’occhio da zolle, una terra scura, pastosa e insieme dura, umida e compatta”.

 Musica. Laurie Anderson: My right eye.

“Il carattere – continua Belpoliti – ci deriva anche dalla nebbia costante in autunno e in inverno, dal ristagno dell’aria che sperde i confini e confonde la visione producendo una forma di concentrazione dubbiosa su se stessi”. Gli emiliani non possono dunque fallire l’obiettivo della ricostruzione perché sono “sicuri e costanti”, cresciuti nel “reticolo di lotti rettangoli, in cui è divisa la pianura padana” e che è il risultato della centuriazione romana. La regolarità del paesaggio – la fitta rete di campi e canali che ancora oggi si legge dall’alto – è entrata nel dna delle persone. La laboriosità degli emiliani deriva anche dall’istituzione della mezzadria nel Settecento: dovendo fare a metà con il proprietario delle terre, il contadino era spinto “a produrre di più, a inventarsi sempre nuovi sistemi di sfruttamento della terra”. E’ da qui – conclude Belpoliti – che “deriva la piccola imprenditorialità diffusa degli emiliani, i distretti delle macchine agricole, delle ceramiche, delle tecniche biomedicali, della produzione tessile” e, aggiungiamo noi, i distretti dei motori e della meccanica, delle macchine automatiche e del packaging, dell’industria alimentare ecc.  Prima della crisi, erano oltre 420 mila le imprese attive, una ogni dieci abitanti. Bene, bene, ma c’è un “ma” …

Musica. Alessandro Stefana: Titoli di coda.

Il “ma” è il piccolo dubbio instillato da un articolo su “La Repubblica” di Wu Ming 1, autore che vive a Bologna ed è parte del collettivo di scrittori Wu Ming. Ogni evento ha la sua immagine, dice Wu Ming 1, e quella del terremoto in Emilia è l’orologio spezzato della torre di Finale Emilia. E non solo la torre dell’orologio di Finale, ma anche quelle di San Felice sul Panaro e Ferrara, l’orologio della chiesa di Sant’Agostino, quello della chiesa di San Rocco a Cento: le immagini di orologi fermi e spezzati, equivalenti a quelli liquefatti di Dalì, hanno riempito le pagine dei giornali e del web. Il terremoto ha colpito gli orologi, ha fermato il tempo, ma soprattutto ha gettato una luce, sinistra sin che si vuole ma vera, sul tempo fuggitivo, che trascina e ingurgita, senza farcela assaporare, la nostra vita: la vita di chi non si ferma mai. L’evento brutale, invece, arresta il tempo. Il sisma “ha sparato sugli orologi”, come avevano fatto gli insorti della Comune di Parigi. Ci ha scollegati alla rete telefonica mobile mondiale alla quale siamo connessi 24 ore su 24: sempre connessi, always on, con il blackberry o l’I-phone in mano; ma collegati a chi? A cosa? Incatenati al tempo schiavista, all’orologio incorporato in pc, tablet, cellulare, cruscotto di auto. Ed ecco, il tempo impresso tra le lancette degli orologi di torri e campanili frustati dal sisma, è tornato immobile. Che sia un segnale? E di cosa? Ne parliamo la settimana prossima.  

 Musica. Erik Satie: Gymnopédie n. 1. Lent et douloureux (Frank Glazer pianoforte).

Brano corrente

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