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3 Novembre 2012 | Paesaggio dell'anima

Il rocchetto di Venere

Un viaggio in regione attraverso la musica.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

3 ottobre 2012

Le musiche di questa puntata: Marlene Kuntz, Esperanza Fernandez, Franco Battiato, Riccardo Tesi, Popoli & Dalpane. 

Musica. Marlene Kuntz: Scatti.

 Cari amici, «Il rocchetto di Venere» è un racconto di Alberto Savinio contenuto in “Hermaphrodito”: questo libro del 1918 del fratello di Giorgio De Chirico, ci ha consentito la puntata scorsa, con il racconto «Frara città del Worbas», di parlare di Ferrara (Frara in dialetto). Invece, «Il rocchetto di Venere» è ambientato a Bologna. E’ il racconto di un equivoco: un soldato in licenza per pochi giorni a Bologna, in attesa di ripartire per il fronte (siamo nel maggio 1917, in pieno conflitto mondiale), incontra Anita, una giovane lucchese di dubbi costumi. Ah, l’abito che “sulla gola, inquadrava un netto triangolo di nudo ove la carne brillava stupendamente”! Il giovane soldato vide che la ragazza «atteggiò le labbra in cuore (…). E l’amore nacque e fiorì. Nacque – scrive Savinio – nel piccolo restaurant dell’albergo ai “Tre Re e Métropole”. Fiorì in una camera del secondo piano, in vista di San Petronio e della Casa del Comune, con la prigione di Re Enzo a dritta e l’Asinella a mancina”. La ragazza si chiamava “Anita … con una sola enne – alla spagnola – mi spiegò». «Tutto in lei era hermoso»: assomigliava a una Madonna, “non più vergine perché fiorita all’amore fra i crisantemi e le magnolie di Siviglia”. La immagina esperta nelle danze spagnole, e ammira “nell’acconciatura dei suoi capelli neroazzurri” quel non so che di brusco e piratesco che fa tanto Spagna.

 Musica. Esperanza Fernández: Te conoci en primavera.

 Dunque, è amore con la maja: una settimana di amori “aspri e terribili”. La giubba è poggiata sulla spalliera della poltrona, nella camera dove i due stanno rinchiusi, dietro imposte sbarrate e cortinaggi spessi. “E, nell’isolamento, fra la povertà del mobilio scarso, rivivevamo per noi (…) tutte le epoche, tutti i paesi, tutte le città; e i più tremendi fasti dell’arte d’amore dei secoli trascorsi, presente e da venire, nascevano dall’urlo dei nostri sensi saettati come stimate luminose sulle quattro pareti nude di quella camera tristissima …”.  Ah, il sangue etrusco, “feroce e mistico”, che ribolle nel corpo di Anita: una che non sta a “contare i fiordalisi del soffitto mentre l’amante le sta d’attorno …”; una che “non vedeva la gioia se non nel delirio e nello spasimo (…). Tale era Anita l’etrusca, o meglio, Anita l’egiziana”.  Ah, “le dolci notti alessandrine! ”.

 Musica. Franco Battiato: Sentimiento Nuevo.

 Qual è, allora, l’equivoco che rende interessante il racconto, oltre alla prosa che è un mix di barocco e di parole in libertà in stile futurista? E’ un equivoco di natura linguistica, che deriva dalla diffusione dei dialetti nell’Italia postunitaria e dalla scarsa conoscenza di essi. Quando, infatti, in piena estasi, dopo una notte di ripetuti amplessi, Anita afferra la mano al soldato e, maturata “una decisione d’acciaio”, gli chiede se vuole «fare il rocchettone», lui – senza sapere cosa fosse mai il “rocchettone” – risponde subito di sì. E immagina si tratti del “rocchetto di Venere”, simbolo di un abisso di voluttà, di “voluttà tremende” che mirano all’arcano ineffabile: “vidi un nucleo girante, vidi un indotto vertiginoso raccoglitore delle sensualità più caustiche” … Ma presto arriva per il soldato l’ordine di partenza. La licenza è finita e lui, nei giorni passati con Anita negli “abissi scavati da Afrodite”, non aveva trovato il modo d’informarla sui motivi della sua permanenza a Bologna. Rinchiuso in caserma, aspetta febbrilmente l’ora di uscita per vedere la ragazza di Lucca l’ultima volta. Si precipita in via Rizzoli, dove lei lo aspetta. Le mostra il foglio di via: 10 maggio 1917. Lei non capisce, lui deve spiegarle che è un soldato che sta partendo per il fronte; Anita va su tutte le furie, esplode d’ira, gli fischia “in viso parole micidiali”.

 Musica. Riccardo Tesi: Il primo bacio.

 La mattina dopo il soldato è sul treno in mezzo alla folla di militari. Mentre si allontana dalle torri e dalla città dove gli si era rivelata “una nuova formula dell’infinito amore”, pensa che, in realtà, quella formula gli è rimasta un po’ oscura. « Il treno correva ormai fra due orizzonti di campi verdissimi. M’odorai le dita che sapevano ancora di lei. Il mio desiderio, riacceso, urlò più forte del frastuono del convoglio ». Il soldato pensa alla povera Anita che non vedrà più e, soprattutto, al rocchettone: non sapere bene cos’è, lo tormenta; finché sul treno un commilitone di Milano, ridendo a crepapelle, gli spiega che “rocchettone”, forma superlativa del meneghino el rocchettè, significa, né più né meno, che ruffiano … Un mese dopo, il giovane soldato ancora maledice la sua “ignoranza imbecille”, a causa della quale si è giocato “una carriera gloriosa, ricca di lusinghe e proficua infrà tutte le cariche civili, militari ed ecclesiastiche”. In ricordo di quelle ore dorate, ascoltiamo l’ensemble bolognese di Marco Dalpane e Tiziano Popoli nella rivisitazione di Golden hours di Brian Eno.  

 Musica. Popoli Dalpane Ensemble: Golden hours (cover di Brian Eno)

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