24 marzo 2012
Le musiche di questa puntata: Panda Bear, Lucio Dalla, Quinzän, Modena City Ramblers, Riccardo Tesi.
Musica. Panda Bear: Slow Motion.
Con fatica, sta arrivando. Chi? La primavera! Sfiorando il vento che la ritarda, siamo andati a cercarla a Ferrara, nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, decorato tra il 1468 e il 1470 dai tre pittori della magnifica “officina ferrarese”, Cosmé Tura e i suoi allievi Francesco del Cossa e Ercole de’ Robertis. Un’orda di bianchi conigli, simbolo di fertilità, e un subbuglio di sguardi, mani, promesse, ci incantano nel giardino d’amore. Il giardino d’amore è l’allegoria del mese di aprile dipinta da Francesco del Cossa. Ogni mese è evocato sotto la sua signoria astrale. Il carro stupefacente della lussuria passa a settembre; aprile, invece, è Venere che soggioga Marte vestito da cavaliere medievale: è l’amore che trionfa sugli istinti bellicosi. Tra siepi di rose e gesti anche audaci, arriva, trainato da cigni, il carro di Venere, i capelli abbandonati al vento. Coppie d’amanti si abbracciano sullo sfondo di paesaggi silenti, e le tre Grazie si pavoneggiano nude in lontananza sopra fantastiche rocce. Come la corte estense, siamo venuti qui a “schivar la noia” dell’inverno. Primavera ci porta l’oca selvatica – il cui nome latino è anser anser della canzone di Lucio Dalla su testo del poeta Roberto Roversi.
Musica. Lucio Dalla: La canzone d’Orlando (testo di Roberto Roversi, da “Il giorno aveva cinque teste”, 1973).
«Se tutti i monti fossero seminati a grano / se i cavalli in branco ritornassero al piano / volando tra erbe e fiori / io raccontando i miei amori avrei ancora vent’anni»: il testo di Roversi allude alla morte di Orlando, il leggendario paladino di Carlo Magno ucciso in un agguato. Vedere, come ultima immagine, il passaggio dell’oca selvatica, mentre “il cavallo è ormai lontano” e la freccia è piantata nel petto. Chiudere gli occhi, e tornare indietro nel tempo: a un tempo e a un luogo non vissuti, come l’Emilia-Romagna del 1949. Abbiamo in mano il libro “Viaggio per l’Italia all’insegna dell’Unità” che raccoglie gli articoli scritti dal poeta Alfonso Gatto durante un viaggio in alcune regioni del nord per conto del quotidiano “l’Unità”. Ispirate al Giro d’Italia, queste cronache ci riportano ai furori ideologici del dopoguerra, all’incontro appassionato dell’autore con operai, contadini, gente comune, a un paesaggio umano che è tutt’uno con il paesaggio fisico. “L’Emilia è una ragazza che ci ha sempre scritto lettere d’amore”. Inizia così la cronaca emiliana di Gatto, pubblicata su “l’Unità” in più puntate nel settembre 1949. L’Emilia “è una bella campagnola, ha le guance rosse le piace correre in bicicletta incipriarsi di polvere”.
Musica. Quinzän: Timpësta.
Sono vive, vibranti, le descrizioni dei luoghi della nostra regione ora soffocati dal cemento e stravolti dai segni dell’opulenza consumistica. Piazze illuminate a giorno per i comizi; “e i compagni davano gli ultimi ritocchi ai padiglioni, agli spacci, al parcheggio del ballo (…). E la folla, che si andava raccogliendo da tutti i paesi che punteggiavano la notte di lumi, guardava con fiducia il cielo stellato rimesso a nuovo dal fresco e dal sereno”. La carovana di Gatto arriva a Comacchio, che “vuole dire povertà, vuol dire sete, abbandono. Nella vecchia cittadina che ha addosso il viscido e il colore della laguna”, la festa dell’Unità è impedita dai carabinieri. A Cibeno, frazione di Carpi, “il villaggio, gocciolante di luce, era tutto un tramestio di voci, di richiami, di canti. La vita lo aveva ripreso in un attimo. Sulle tavole ancor umide, e come dipinte a nuovo, già si allestivano le cene e il vino frizzante spumeggiava nei bicchieri”. I paesi del ferrarese “innalzano sulla vasta pianura fasci e fasci di canapa avvicinati insieme come tende di un accampamento”. “Bagnacavallo è un paesetto di Romagna che si gira intorno facendo grandi cerchi sulla campagna e ritrovandosi sempre la piazza sotto la torre dell’orologio”. Erano i tempi di “Bella ciao”, che ascoltiamo nella travolgente interpretazione dei Modena City Ramblers.
Musica. Modena City Ramblers: Bella ciao.
Immagini di una Emilia-Romagna che non c’è più. “Spesse volte, durante questo nostro lungo viaggio, abbiamo incontrato per strada i carrozzoni degli zingari o le casette ambulanti dei saltimbanchi che mettono le tende nelle piazze dei paesi”. La carovana è anche “andata a trovare l’Appennino, il cielo azzurro, i pascoli verdi, i castagni carichi di ricci, le pecorelle: è andata a dormire sotto le coperte imbottite a 1200 metri”. “Villa Minozzo è un povero paese dell’Appennino reggiano. Il prete la fa da padrone e, da una settimana, aveva istruito i fedeli e le devote sul modo come disertare la nostra festa”. A Scandiano, “il Polisportivo era pieno di luci colorate, dalla pedana di ballo alle tribune, ai padiglioni (…). Sino alla mezzanotte, la festa di Scandiano è stata un omaggio alla cavalleria e alla bellezza. Le dame e i cavalieri ricamavano ottave d’oro sotto il cielo stellato. Sdraiati sul prato a vedere il cinema, mano nella mano, gli uomini e le donne insieme, anche le vecchie coppie di sposi sembravano tutti innamorati di prima stagione”. Era l’Emilia-Romagna del 1949.
Musica. Riccardo Tesi: Nduf Andè (da “Crinali. Un viaggio nella memoria musicale dell’Appennino bolognese”, 2006).