2 giugno 2012
Le musiche di questa settimana: W. A. Mozart, Dead Can Dance, Paolo Fresu, Cocteau Twins, Zbigniew Preisner.
Musica. W. A. Mozart: Requiem in re minore K626: I. Introitus: Requiem aeternam (Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna / Lorenzo Fratini – maestro del coro / Michele Mariotti – direttore / Juan Francisco Gatell – tenore / Olga Peretyatko – soprano / Laura Polverelli – mezzosoprano / Alessandro Spina – basso; eseguito al Teatro Comunale di Bologna il 22 aprile 2011).
Cari ascoltatori, questi sono i giorni del dolore; i giorni dell’ira della terra, quelli che non avremmo mai voluto vivere. Una tragedia enorme si è abbattuta sulla nostra regione, diventata l’epicentro di un dramma che sembra non aver fine. Una regione bella, antica, allegra, produttiva, piena di risorse culturali, intellettuali, economiche. Una regione che aveva fatto della laboriosità e della coesione sociale le sue cifre di riconoscimento. Ora, tutto si sfalda, si crepa, crolla: la terra ci trema sotto i piedi aprendo una faglia gigantesca che inghiotte le speranze. Sperava di ricominciare, la nostra gente, e solo nove giorni dopo il primo terremoto del 20 maggio, aveva ripreso a lavorare e riaperto le fabbriche, rimboccandosi le maniche. Ma, di nuovo, si sono scatenati gli dei crudeli del sottosuolo: Persefone si è risvegliata nove giorni dopo. E quelle stesse fabbriche, i capannoni dell’area modenese della ceramica o del biomedicale, sono diventati la tomba di chi vi lavorava dentro.
Musica. Dead Can Dance: Persephone.
Il bilancio del secondo terremoto – la replica del Male – di magnitudo 5.8 è di 17 morti, 350 feriti, ottomila senza tetto. In tutto gli sfollati sono circa 14 mila. E non si contano i danni agli edifici storici, al patrimonio artistico e alle imprese, impossibilitate a riprendere la produzione a causa del crollo di molti capannoni. Scopriamo improvvisamente la nostra fragilità, come una malattia che non sapevamo di avere. Non sapevamo di essere sopra una faglia sismica, con l’Appennino che si sposta verso il mare Adriatico. Eppure i sismologi dicono di averci avvertito, che queste faglie sono note, sono presenti da centinaia di migliaia di anni e si spostano. E la terra sotto di noi si scuote tutta: uno sforzo di compressione nella crosta terrestre, un Parkinson tellurico che fa sbriciolare chiese, campanili, cascine, palazzi …
Paolo Fresu, A. Filetta e Daniele di Bonaventura: Dies irae.
Ci viene in mente una poesia di Thomas Eliot, “Gli uomini vuoti”: “Gli occhi non sono qui / Qui non vi sono occhi / In questa valle di stelle morenti / In questa valle vuota / Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti / In quest’ultimo dei luoghi d’incontro / Noi brancoliamo insieme / Evitiamo di parlare / Ammassati su questa riva del tumido fiume”. Sì, brancoliamo come gli anziani sperduti nella giungla di macerie, che hanno perso le coordinate delle loro case distrutte, degli affetti di una vita, e vagano nel vuoto polveroso e nel silenzio. Perché quel che colpisce, subito dopo il terremoto, è il silenzio. Un silenzio terreo, irreale, che cala sulle persone, le cose, i luoghi. Il centro storico di Cavezzo annientato, sbriciolato. La settecentesca Collegiata di Pieve di Cento: collasso strutturale. Il duomo di Carpi, una delle chiese più belle della regione in una delle piazze più belle d’Italia, gravemente lesionato: pensate che la sua pianta s’ispira al progetto che nel Cinquecento l’architetto Baldassarre Peruzzi aveva concepito per la Basilica di San Pietro a Roma. E a Mirandola, chi ci ridarà il duomo e la chiesa di San Francesco, dopo che siamo finiti nell’occhio del ciclone, sopra un pinnacolo di dolore?
Musica. Cocteau Twins: Persephone.
Dovrebbero risvegliarsi le arti di Giovanni Pico, l’esponente più noto della dinastia dei Pico signori di Mirandola, la cittadina modenese aggredita ferocemente dal sisma. Il grande umanista, celebre per la prodigiosa memoria, morto nel 1494 a Firenze a soli 32 anni, era considerato una delle più belle menti del suo tempo. Studioso della Cabbala, la dottrina esoterica dell’ebraismo che indaga l’essenza segreta di Dio e il suo rapporto con il mondo, concepiva la natura come un insieme di forze occulte e misteriose che la magia naturale può rendere obbedienti alla mano dell’uomo. L’uomo può modificare la forma e il corso delle cose, diceva Pico. E se il terremoto oggi ha colpito al cuore la chiesa di San Francesco – il pantheon della famiglia Pico – le genti d’Emilia sapranno interrompere l’esito distruttivo degli eventi e risorgere con il loro ingegno come la fenice: come il giovane conte della Mirandola, che era chiamato dai contemporanei “la fenice degli ingegni”.
Musica. Zbigniew Preisner: Dies irae (da “Requiem for my friend”, 1998).