16 febbraio 2013
Musica. Giuni Russo: Morirò d’amore.
A questo punto del giorno, a questo punto del mese, a questo punto della vita, di cosa vogliamo circondarci, cari ascoltatori? Di ricchezza? No, i soldi ci fanno sbadigliare. Solo il lusso estremo della stanchezza, della perdita di tempo può veramente essere ricchezza. Oppure vogliamo circondarci di fama, di successo? Ma l’unico successo sarebbe quello di fuggire: di “sparire in un grande segreto vivente”, come suggeriva il filosofo Gilles Deleuze. Circondarci di amore? Ma quale amore può sopravvivere alle rovine di questo tempo: di ogni tempo? Avete presente i primi film di Quentin Tarantino? Città violente, rapinatori in giacca nera e occhiali da sole, scontri e fughe con macchine sfasciate, resa dei conti in fabbriche abbandonate, depositi distrutti. Metalli contorti, macchinari arrugginiti: tutte le scorie della società industriale, tutto il cemento che avanza, corrode, come la finanza. In tutto questo disastro, a salvare è solo un lampo di bellezza ogni tanto. E poi gente che parla di niente, mentre tra un vaniloquio e l’altro, come nel cinema di Tarantino, tutti ammazzano tutti. E allora, solo un miracolo ci potrà salvare …
Musica. Leonard Cohen: Waiting for the miracle.
Solo un miracolo ci potrà salvare, cari ascoltatori: il miracolo della bellezza, che a Bologna è profuso a piene mani. Eppure non si vede, bisogna andarlo a cercare sotto i muri sporchi, dietro la lenta congestione del traffico, nel bianco-grigio di un’altra giornata di neve. Quale bellezza? Andate a vedere la Santa Cecilia e i santi di Raffaello alla Pinacoteca Nazionale. Una pala dipinta dal giovane genio della pittura per la chiesa di San Giovanni in Monte, arrivata a Bologna nel 1514. Per un paio di secoli questo quadro ossessionò tutti gli artisti bolognesi. Troppo perfetto, quindi da prendere a modello o da rinnegare, secondo i punti di vista. Attorniata dai santi – tra cui un’intrigante Maddalena che guarda fisso lo spettatore – Cecilia, patrona della musica, getta a terra gli strumenti per lasciarsi rapire non dalla musica terrena, ma da quella celeste, dal coro angelico che si esibisce in cielo. Gli strumenti musicali ai suoi piedi compongono una delle più belle nature morte della storia dell’arte.
Musica. Capitanata and Quartett Salzburg Orchestra: Santa Cecilia (da “Raffaello”, 2006).
Quell’altro geniaccio di Amico Aspertini – pittore amato da Lucio Dalla che gli dedicò una canzone – non sopportava Raffaello e odiava la Santa Cecilia, che considerava un’intrusa a Bologna: troppo belle le figure, troppo simmetrica la composizione – inimitabile. E, infatti, lui non la imitò, ma stravolse la purezza raffaellesca andando a dipingere l’anno dopo, nel 1515, per la chiesa di San Martino una Madonna con il Bambino e i santi che è l’antitesi della perfezione classica. Le figure sono disposte nel quadro senza centro né simmetria, sono scarmigliate, con facce popolane, ognuna “carica d’una quasi selvaggia e ridente vitalità”, scrive Eugenio Riccomini nel suo libro “L’arte a Bologna”. E pochi anni dopo, per ribadire la sua eccentricità, Amico Aspertini dipinge per la chiesa di San Petronio una Pietà livida e cupa come un compianto nordico o borgognone, con una Madonna stravolta mezzo coperta dal velo. Aspertini metteva in scena il dolore, Raffaello il sogno.
Musica. Anonimo del XVI secolo: Bisogna morire (Passacaglia della vita). Esecuzione: Christina Pluhar e l’Arpeggiata.
Sapete, cari amici, che anche Michelangelo ha lasciato un segno a Bologna? Nella chiesa di San Domenico ci sono tre statuette di marmo scolpite da giovanissimo nel 1494. La sua grande statua di bronzo di papa Giulio II posta nel 1508 davanti a San Petronio fu invece legata a due robuste corde, trascinata sul sagrato e spaccata dai Bentivoglio in odio al papa che li aveva cacciati dalla città. Nel 1527 arrivò a Bologna un altro grande artista, il Parmigianino. Vi restò tre anni e dipinse capolavori, di cui solo alcuni, però, sono rimasti in città: altri sono finiti nei musei di mezza Europa. In San Petronio possiamo vedere il San Rocco, che guarda all’insù, verso il cielo, come la Santa Cecilia di Raffaello. Alla Pinacoteca Nazionale si va per ammirare la Madonna con il Bambino e altri santi, uno dei quali è l’Arcangelo Michele, ritratto come un efebico, bellissimo ragazzo. La linea nervosa e allungata del Parmigianino è modernissima, espressione di una “maniera” che diventa moda, stile lunatico e bizzarro. Le sue Madonne dal collo allungato sono di un’eleganza incredibile. L’eleganza artificiosa e ricercata prevale sulla bellezza naturale: mani e membra dei personaggi del Parmigianino sono sottili e affusolate, le ciocche dei capelli sembrano uscite da un’oreficeria, i panneggi sbalzati in argento. Che mondo è quello che ci propone questo lunare pittore? Finiamo qui, ora. Perché la settimana prossima ci prenderemo un congedo da Bologna: andremo a Fontanellato, nella Bassa parmense, sulla traccia di un altro capolavoro del Parmigianino.
Musica. Baustelle: La morte (non esiste più).