“C’è una coppia che balla / c’è un bicchiere che aspetta…/ ci sono io che rido / e c’è qualcosa che ho perso / e c’è qualcosa che scorre / e c’è qualcosa che galleggia / dentro questo bicchiere…”. Questa canzone di El Muniria – artista bolognese che prende nome da un hotel di Tangeri citato da Burroughs – crea l’atmosfera giusta, cari ascoltatori, per proseguire da un’osteria sotto i portici o da una festa di paese il nostro viaggio alla ricerca della Bassa perduta. Musica. El Muniria: Dentro questo bicchiere Come si riconosce Una differenza che rimanda a quei rapporti diretti fra attività umane e ambiente naturale che gli sviluppi recenti hanno nascosto, anche se non del tutto. E dunque, superato il Po, ecco che cambiano le architetture, le case coloniche, le campagne, con le diverse alberate, con la tendenza a creare scenografie sul lato dell’Emilia piuttosto che su quello lombardo, il fascino diverso delle strade cittadine porticate, delle piazze e degli antichi monumenti, insomma di tutti quegli elementi che oggi ci appaiono come relitti del passato, e che invece sono l’anima della nostra Bassa. Un territorio sfigurato dalla modernità, perché ormai – dice lo scrittore Carlo Lucarelli – c‘è una Los Angeles distesa sulla Via Emilia, “una strana metropoli di duemila chilometri quadrati e due milioni di abitanti, senza un vero centro ma con una periferia diffusa che si può chiamare Ravenna, Imola o riviera romagnola”. Musica. Brian Eno: By this river La canzone che abbiamo appena ascoltato è un piccolo capolavoro dimenticato di Brian Eno, del 1977. Ci è venuto in mente pensando che Questo brano di Eno è stato scelto da Nanni Moretti per la colonna sonora del suo film”La stanza del figlio”, vincitore a Cannes nel Musica. Cisco: Il fiume “Devo gettare i miei ricordi via da qui”, canta il modenese Cisco, ex voce dei Modena City Ramblers. C’è un dipinto di Luciano Ricchetti datato 1941, “Donne che prendono il sole sulla riva del Po”, che ci fa sognare, ci immette in una dimensione mitologica: il dio Po. Ci sono due donne sdraiate sulla sabbia, una in costume intero blu e con gli occhi chiusi, l’altra accovacciata nuda e con una sigaretta tra le dita. Il fiume quasi non si vede, è una bavetta di schiuma, ma permea di sé tutta la composizione. Le due donne sembrano cullate, accarezzate dal fiume con i loro pensieri che si perdono nella mente. E la donna nuda, anch’essa nell’atto di assopirsi, sembra per prima consegnarsi con sensuale arrendevolezza alla luce del sole e alle forze fluviali, a quel mondo di argini, canali, idrodovore, chiuse, barconi da pesca, ponti di barche che ci siamo lasciati alle spalle. E allora per forza Musica. Massimo Zamboni e Nada: Piangere o no Siamo dunque a Granarolo dell’Emilia, nella Bassa bolognese, alla fine dell’anno scolastico. Qui è ambientato il romanzo di Simona Vinci, “Dei bambini non si sa niente”. Tra i campi verdi e gialli un gruppo di bambini alle soglie dell’adolescenza ha davanti a sé una lunga estate di giochi, scorribande in bicicletta, aranciate da bere in compagnia, tempo da perdere assieme. Qualunque cosa succeda, c’è una bella casa a cui tornare, con una famiglia normale, un televisore acceso, una bistecca già tagliata in pezzi piccoli. Ma quell’estate è diversa da tutte le altre: perché i giochi si fanno improvvisamente più pericolosi, fino a diventare proibiti. Il ragazzino che si atteggia a capo del gruppo, in forza dei suoi quindici anni, inizia i più piccoli ai segreti del corpo e della sessualità, con la complicità colpevole di adulti disposti a pagare bene le foto scattate durante i giochi segreti. Una bambina muore durante le sevizie, trasformando il gruppo di piccole vittime in carnefici. Musica. Soungarden: Black hole sun In sottofondo abbiamo messo il rock acido dei Soundgarden perché questa è la musica che ascoltano i bambini durante i loro terribili giochi. Tanto orrore, quando dall’innocenza si passa alla corruzione, è forse la metafora di come sia inevitabile e spaventoso crescere. Il “gotico rurale” nel romanzo della Vinci vira verso un mistero che sconfina nell’horror, come nel film del regista bolognese Pupi Avati “La casa delle finestre che ridono”, del 1976. Si tratta di un noir padano ambientato nella Bassa Ferrarese che restituisce le bieche atmosfere di una provincia più immaginaria che reale, ma descritta con un corretto senso del paesaggio. Perché alla fine quello che ci interessa, tra tutte queste storie scure, è l’anima, il mistero del paesaggio che le accoglie e le porta a conclusione. E’ il fascino di campagne immense, di orizzonti infiniti, campi di grano e prospettive create dai canali e dai filari di pioppi, che spingono lo sguardo alle Alpi e all’Appennino. E’ la nostalgia del Po nell’ultimo e bellissimo film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”: le rive del Po come luogo autentico in cui ritrovare una genuinità dei sentimenti che non sta nei libri o nei dogmi, ma dentro se stessi. Arrivederci alla prossima puntata. Musica. Milva: Fumo e odore di caffè Testo di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.
4 Giugno 2007
| Paesaggio dell'anima
N°63-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA
Un viaggio in regione attraverso la musica. 63^ puntata.