Il testo è tratto da “Straparole”, stampato da Bompiani nel 1967. Si trova anche nelle “Opere Complete 1931-1986” dei Classici Bompiani, pubblicate nel 2001.
25 agosto 1956
Mi pare che non ho mai toccato la felicità come il 5, 6, 7 luglio. Appoggiato a una colonna dei portici luzzaresi dopo mezzanotte, parlando di niente, coi miei compaesani, a poco a poco mi lasciavo scivolare giù col sedere per terra s’1l fresco del marciapiede e il vestito che finalmente s’impolverava. Andate adagio, dicevo alle ore, semplicemente per godere il passaggio delle flottiglie di bicicletta nella notte e la minaccia di un temporale, si vedevano verso Po alcuni pioppi che cominciavano a muoversi, fermi erano una cosa, ma col crescere del vento si trasformavano allargandosi e era una moltiplicazione di foglie, o assottigliandosi diventavano tutto tronco, con lo stesso ritmo del vento crescevano le grida tra il festoso e l’impaurito delle bambine nel cortile, senza affacciarmi le vedevo sollevarsi e sbattere da un muro all’altro, ma tanto leggere dentro che non potevano farsi male.
Quando nelle strade vuote di Luzzara, dopo il pranzo, si sente il rumore delle ciabatte di una donna che va a prendere un gelato anche le orecchie più distratte si appuntiscono e gli occhi vedono attraverso i muri le belle gambone uscire dai bagni casalinghi nelle mastelle. Mi seggo davanti alla mia casa su una poltrona di vimini e faccio le prove della vecchiaia: basterà quel fare tutto solo con gli occhi? Forse sì, perché qualcuno ti tiene dietro come un servo e sposta le cose in modo che a cinquanta anni hanno un profilo e a sessanta un altro.
In quei tre giorni sono andato anche a Pomponesco, nell’osteria a ridosso dell’argine, chiacchieravamo tanto da non lasciare entrare mai il canto dei grilli. Solo quando uscimmo ci fu un momento di silenzio nella piazza settecentesca, tutti si sparpagliarono nel buio a spander acqua e sabato, il giovane Marchesi, ruppe l’impaccio raccontando che Negri diceva che il piacere della vita è mangiare i cappelletti, un pollo piccolo dalle ossa ben fracassate, andare davanti al caffè con uno stecchino in bocca (lui Negri a furia di tenerlo in bocca si era fatto una nicchia nel labbro), stare 11 finché passa una donna che nel rapido aggiustarsi fa un “cic” con l’elastico della giarrettiera che batte sulla coscia. Una volta a Guastalla c’era uno, una specie di avvocato, che aveva sotto un impiegatuccio taciturno e devoto. L’avvocato era avaro, ma ci teneva a essere stimato e un giorno disse all’impiegato, che è ancora vivo e chiameremo Bottazzi: “Bottazzi, vi offrirò tutti i giorni un caffè, in piazza.” Bottazzi lo guardò stralunato e quello spiegò: “Vi dirò: Bottazzi, volete un caffè? E voi: no, no signore. Se insistessi ripetete: no, signore, no.” La gente apprezzava la liberalità dell’uno e la discrezione dell’altro. L’avvocato ogni volta cambiava il tono della voce nell’offrire e Bottazzi cambiava anche lui il tono nel rifiutare. Bastava un gesto, che l’avvocato col pollice indicasse la macchina del caffè e Bottazzi scuoteva la testa prontissimo, l’avvocato era giunto al diminutivo: “Un caffettano?…” diceva. Un tale una volta disse: “Accetta, Bottazzi!” e altri si unirono nell’incoraggiamento, lui seguitava a schermirsi, non vedeva più l’avvocato, gli si affollarono intorno, lo scuotevano, alzavano il tono della voce, finché disse: “Sì.” In ufficio dopo l’avvocato lo guardava in silenzio scuotendo il capo: “Non ci siamo, Bottazzi, non ci siamo…”
… Ieri a Luzzara mentre discutevamo, Flaiano e io vedemmo uscire da un’inferriata a venti metri da casa mia un lungo braccio di uomo che prese per la vita una ragazza che era sul marciapiede, la ragazza si dimenava per liberarsi, il braccio si muoveva come un anguillone, aveva una vita autonoma e fu solo con un mio grido, nel momento in cui la ragazza stava mordendo il braccio (dài! dài! gridavo), che il braccio scomparve e apparve una testa nera di giovane e io volsi la faccia da un’altra parte perché ero stato stupido con quell’intervento.
… Ero a Po una domenica mattina nel mezzo di un pioppeto, a pochi metri dall’acqua e gli amici friggevano il pesce appena pescato sulla fiamma dei salici. Dei bambini ci guardavano come fossimo dèi. Il sale si scioglieva subito sulla schiena dorata dei pesci che spadellatí improntavano di unto la carta gialla, la bottiglia di vino bianco sorvolando riempiva i bicchieri tanto rapidamente che potevamo portarli alle labbra con la schiuma ancora alta. Non si vedevano le zanzare che facevano uscire improvvise chiazze rosse sulle guance,dell’uno e dell’altro in mezzo ai raggi che piovevano da tutte le parti tra il fogliame nitidi o velati, a perpendicolo, obliqui, per cui le facce degli amici passavano da zone fiammanti e irreali alla più pacata normalità. La sera prima aveva lampeggiato per tre ore senza rumore ma sempre più in fretta per cui i momenti bui non c’erano più, verso Mantova un nuvolone con l’immensità per i lampi ora era nero con gli orli di fuoco ora bianco con gli orli neri, e lo sfogo dell’acqua non veniva, si stava come in una vita intermedia.