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18 Giugno 2007 | Paesaggio dell'anima

N°65-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 65^ puntata.


Musica. Luciano Ligabue: Seduto in riva al fosso


Bentornati, cari ascoltatori, al “Paesaggio dell’anima”. Continuiamo anche oggi il nostro viaggio alla ricerca della Bassa perduta. Sapete dove siamo? Nella campagna reggiana, seduti in riva a un fosso. Si sta bene – sapete? – seduti in riva al foss lo dice anche Luciano Ligabue in quessta canzone. Il “Liga” è di Correggio e lo sa, cosa sono i fossi. Un tempo la Bassa era una stupenda campagna fatta di profumi, panorami e orizzonti. E se diciamo “un tempo”, subito ci viene in mente il grande Cesare. Sì, lui: Cesare Zavattini, il cantore della Bassa. Il numero uno. Lui che sfreccia in bicicletta a Luzzara, passeggia sotto i portici, si volta a guardare una donna. Lui, scrittore e sceneggiatore dei più bei film del neorealismo italiano. Lui che nella prima poesia di “Stricarm’in d’na parola”, raccolta di versi in dialetto reggiano, enuncia già la sua filosofia: “Véta véta cus’èla? Mei tasér. / An vrés mia disturbà chi du là / chi è dré a gusars’in mès a l’erba”. Traduzione: “Vita vita, cos’è? Meglio tacere / Non vorrei disturbare quei due là / che stanno facendo l’amore in mezzo all’erba”.


Musica. Vinicio Capossela: Pena dell’alma


Eh sì, “che farò / lontan da te / pena dell’anima…/ come negar che ti amo / vita mia?” – cantava Vinicio Capossela, con la sua voce da ubriaco, come se fosse su uno di quei barconi che attraversavano il Po con le luminarie e le orchestrine nelle sere padane: ce ne sono pochi ormai, ma li abbiamo visti nell’ultimo film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”. Canzoni a manovella, quelle del grande Vinici un attacco e via, si parte con la musica, tra zanzare e odori di fiume. Ma per tornare alla nostra idea di terre basse emiliane, leggiamo cosa scriveva Davide Lajolo nel 1973 a proposito delle poesie reggiane di Zavattini: “Queste liriche cantate con l’aria di casa, che hanno il fiato delle strade, il volto degli amici della lega, il fumo di quei caffè, la nebbia spessa del Po, le braccia degli alberi, il sole a picco, le donne in processione, ‘anche quella che ora vede il signore e fra tre ore sarà a letto con te’, dicono il perché profondo” di questa battaglia – possiamo chiamarla così? – di Zavattini per la sua terra, per il dialett per un’arte che nasca anche dalle umili cose, dal contatto con la gente, dall’osservazione di una piccola verità che poi è la verità con tante “a”, la Veritàaaaa, come diceva lui. Che può anche essere solo quella di una partita a briscola tra quattro giocatori che si lanciano segnali e occhiate come fossero achei sul piede di guerra; o di due ragazzi c’as brasa in més a l’erba, che si stanno abbracciando in mezzo all’erba. 
Storie di risaia e di fabbrica, un viaggio in lambretta con la nebbia in tasca, echi partigiani e le luci di un ballo in paese: è il mondo di Andrea Bandi e Roberto Romagnoli, che sotto il nome di “12 Corde” hanno pubblicato il loro primo album, intitolato “Il Viaggio”. Vengono da Argenta, Bassa ferrarese.


Musica. 12 Corde: Johnny Controvento


Eh, la Bassa. Hai voglia di andare alla ricerca della Bassa perduta, di inseguire i ricordi d’infanzia, un paesaggio che non c’è più, come i merli dal becco giallo, la gioia di aver vinto alle carte, il dialetto che sembra un cigolamento da carro dei buoi, i pesci nel grande fiume intravisti dietro una cortina di nebbia – che non l’abbiamo neanche avuta quest’anno, la nebbia. Hai voglia a girare in bicicletta, su e giù lungo gli argini o di fianco ai portici, in paese. La mitica Bassa è cambiata. I fiumi sono in secca e non c’è più agricoltura. Non c’è più quell’eros contadino che Zavattini guardava con un sorriso gaglioffo – chiè adré a fa l’amur in més a l’erba -, perché è cambiata l’antropologia delle campagne, dove ora a lavorare la terra o nelle stalle ci sono indiani, cingalesi, serbi, marocchini. 
Mutazione antropologica. Anche delle nostre donne, delle nostre ragazze. Che già negli anni Ottanta hanno sposato il punk e il dark: con i genitori, magari, che avevano fatto la Resistenza. Hanno messo le scarpe davanti alla porta e sono partite. “Le tue scarpe son lì / pronte per andar via…” – dice una canzone. Hanno messo il rossetto, si sono truccate di nero. “Le sue labbra son lì / rosse come bugie”. L’amore è diventato fragile. E’ diventato scuro.


Musica. Omar Pedrini: Amore fragile


E così torniamo a parlare della Bassa dei nostri giorni. Più precisamente, delle campagne tra Modena e Bologna, dov’è ambientato un romanzo che mischia rabbia e dolcezza, morte e voglia di vivere. “Lei, che nelle foto non sorrideva” della bolognese Cinzia Bomoll, ci racconta la storia di due sorelle gemelle che crescono in un paesino vicino Bologna. Le loro personalità sono diverse:  si amano e si odiano allo stesso tempo. Hanno una famiglia allo sbando, un padre col pallino della musica rock e una madre che è come una bambola rotta. Vivono la loro giovinezza sprofondate nella pianura emiliana tra bar dell’ARCI e discoteche dark, amiche del Dams e ragazzi che si scambiano. Sullo sfondo, la provincia emiliana piatta come un tavolo da biliardo, dove gli adulti sono chiusi come pietre e gli adolescenti vivono accasciati dentro macchine ferme ad ascoltare musica e fumare. Ester ha i capelli tinti di ner autolesionista e sessualmente disinibita, mette in scena finti suicidi come il protagonista del suo film preferito, Harold e Maude. Alice, bionda e intransigente, ha una sua purezza ombrosa e risentita.
Ora però è tardi e abbiamo voglia di una birra che prendiamo in un bar dell’ARCI: “l’unico nel raggio di chilometri di strade strette e dritte, e che appariva all’improvviso, appeso sul ciglio di una curva, pressappoco come un’oasi nel deserto”. Sì, accostiamo la macchina ed entriamo nel bar di questo paesino tra Bologna e Modena, proprio come nel romanzo della Bomoll.  


Musica. Radiohead: Karma Police


Testo di Claudio Bacilieri, lettura di Francesca Sutti.

Brano corrente

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