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30 Luglio 2007 | Racconti d'autore

N°71-RACCONTI D’AUTORE

Alberto Bevilacqua, La festa parmigiana, Mondadori, 1992 (e MUP Editore, 2003).

Rimaniamo a Parma, cari amici. Oggi e per altre due puntate vi proponiamo la lettura di alcune parti de La festa parmigiana di Alberto Bevilacqua, pubblicato da Mondadori nel 1992 e ripubblicato da Monte Università Parma Editore nel 2003.


La festa parmigiana è una “discesa agli inferi”, cioè l’esplorazione del lato più profondo, ambiguo e sfuggente di una città che, perduto il suo ruolo di petite capitale conserva ancora un’atmosfera carica di personalità. Dopo il lungo esilio romano, Bevilacqua ritorna nella sua città natale e la riscopre attraverso le sue anime presenti e passate. Donne di ieri, come Maria Amalia e Maria Luigia, spietate e volitive ma dalla sensibilità non comune. Donne di oggi, come le giovanissime prostitute che sotto l’apparente crudezza celano un disperato bisogno di tenerezza. Si compone in questo libro il ritratto di una città delle occasioni mancate, incapace di riconoscere la sua anima nascosta, che si riverbera invece in tutti coloro che l’hanno visitata, governata, amata. Parma trova se stessa attraverso le pagine di grandi scrittori come Stendhal e Dickens, Proust e Barrès; ma “ormai è un’altra” città, faccendiera, piena di sotterfugi e di scandali. Amore e rancore si alternano continuamente sfociando in un sentimento contraddittorio, nei confronti di una città che si può abbandonare ma non dimenticare, che irretisce e che innamora. Un viaggio alle radici della nostra identità vista dagli occhi di un grande scrittore.


I brani che vi leggiamo riguardano Antonio Ligabue, il celebre pittore naïf, il primo; il secondo il genio pittorico del Cinquecento, il sublime Parmigianino; il terzo, la duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria, che governò con saggezza e umanità e fu molto amata dai parmigiani; l’ultimo, è un ricordo di Giuseppe Verdi.


Alberto Bevilacqua è nato a Parma nel 1934. Nel 1955 scrive il suo primo romanzo, La polvere sull’erba. Il successo internazionale arriva con La Califfa (1964) e con Questa specie d’amore (1966), vincitore del premio Campiello. E’ anche regista cinematografico, giornalista, critico del costume e polemista. Nel 1968 ha vinto il premio Strega con L’occhio del gatto, e nel 1972 il premio Bancarella con Un viaggio misterioso. Tra i numerosi libri pubblicati dopo, ricordiamo I sensi incantati (1991), GialloParma (1997), Viaggio al principio del giorno (2001), Attraverso il tuo corpo (2002). Nel 2003 Monte Università Parma ha ripubblicato Una città in amore per la collana Biblioteca parmigiana del Novecento.





 

Da quando quella primavera infelice aveva avuto inizio, e con essa la vicenda del Cavallo, non parlavano d’altro.


«Alexandre» diceva Maria Luigia «è il desiderio di una terra dove non esistono regole da’ osservare, né editti. Dove a una sola legge tutte le altre devono inchinarsi: la legge di una libertà non santa, non piena di ideali, non giusta; solo libertà così libertà da essere infame. Nessuno si dispiace dei suoi vizi e non si preoccupa di ciò che può servire alla gloria di Dio. Nessuna indignazione è messaggio di morte. Un’em­pietà felice, che non conosce massacri, viene predicata da apostoli bellissimi. Soltanto la bellezza conta e niente la può profanare, perché non esiste il delitto più triste: la profanazione».


Le mani delle due amiche si stringevano.


«Fuggiremo, Emma. In quella terra.»


Maria Luigia usciva da palazzo chiusa nel mantello lilla: non era mai più tardi delle sette. Attraversava la città semideserta. Carrettieri e lavoranti, fingendo di non riconoscerla, la seguivano sui ponti di Parma, fino alla piazza del Duo­mo. La Duchessa spariva all’interno della Cattedrale, ma tra le grandi ombre non chiedeva affatto che Dio rasserenasse la sua anima inquieta, non implorava né forza né certezza.


Sollevava il capo e le immagini le scendevano negli occhi; aveva l’impressione che, staccandosi dalla cupola, popolassero l’aria diffondendo un odore di disfacimento che non nasceva dalla sua immaginazione: era reale, veniva dagli affreschi del Correggio, insidiati lassù dal tempo e dall’incuria.


“Io” pensava intensamente “assomiglio a quell’affresco mirabile che la fatalità dell’esistenza ha guastato. Sono, an­ch’io, un morto capolavoro, verso il quale la Storia non ha avuto pietà”.


S’allontanava tra i banchi. Si ritrovava a scendere verso la cappella sottostante il cui soffitto, basso e opprimente, accentuava l’angoscia: gruppi di mendicanti aggiravano i pi­lastri, altri esseri laidi si aggiungevano da dietro le tombe, gli altari appartati; potevano nascondere congiurati assassini o imbelli nemici del Ducato. Notava gesti rapaci, volti febbrili. Si augurava che l’aggredissero tra le lastre sepolcrali, mentre buttava monete che rimbalzavano intorno. Le figure si arrestavano fissando, ai loro piedi, il luccichio del denaro.


“Miserabili” pensava “che mi deridete per un’infame sup­posizione. Non conquisterete mai alcun potere!”


Emanavano lo stesso odore dei corpi correggeschi nella cupola della Cattedrale, con la differenza che ora l’odore di morte veniva dalla deformità e dalla bruttezza. Cercava altrove ciò che religione o magia qualche volta le concede­vano. Riattraversata la piazza, si dirigeva al Battistero; la sua monumentale struttura, dall’apparenza impenetrabile, dava idea di respingerla, ma quando la raggiungeva, trafelata, aveva appena il tempo di sollevare il braccio: il portale lentamente si apriva, uscendone la voce invitante del Fracappellano.


«Entri, Maestà.»


«Chiuda alla svelta.»


«Non abbia timore, Maestà.»


La piccola ombra del religioso scivolava via nel buio, e ogni giorno di più sembrava invecchiare su se stessa, come appunto invecchiano le ombre, succhiando gli occhi dei topi, il loro repellente fruscio, il peso impalpabile dell’umi­dità. Il portale si chiudeva con un tonfo.


Finalmente sola, la Duchessa si aggirava tra i Mesi dell’Antelami. Mentre il Fracappellano intonava su per i log­giati i versetti latini che illustravano le sculture; il ciclo del Calendario, seguendo la tradizione medioevale, cominciava da marzo: “Sunt Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Virgo, Libraque, Soerpius, Arcitenens, Caper, Anphora, Pisces”. Guidandola tra le figure di pietra intente ai lavori artigianali o campestri, la filastrocca zodiacale diventava preghiera. La Duchessa scrutava alla ricerca di ùn segno degradato della divinità, lasciando che, a loro volta, quei segni la scrutassero, conquistandola con la religione delle cose e degli animali. Il Febbraio che vanga, il Luglio che trebbia coi cavalli, l’Agosto che assesta il barile, il Settembre vendemmiatore, il Marzo che suona l’olifante, il Maggio cavaliere, il Giugno che miete, l’Aprile re dei mesi, il Dicembre che stronca un ramo.


Se Dio poteva riassumersi in questa umile rappresenta­zione della realtà, anche lei poteva accettarsi e credere che qualunque sua colpa avrebbe trovato assoluzione da parte degli angeli che si macerano nella fatica della terra: si ingi­nocchiava davanti al Gennaio Bifronte che si scalda al fuoco e la voce del Fracappellano la raggiungeva:


«Tu sei come il dio Gennaio, Maestà. Egli è ambiguo, senza il potere di decidere e di decidersi. Una delle sue facce non sa liberare il nuovo anno che sorge, l’altra trattiene il vecchio anno che tramonta.»


«Lo riconosco: la mia vita è a un bivio, come spezzata.»


«Ciò che si spezza tra le tue mani, è molto di più, è la comprensione stessa della vita. Tu reggi il mondo nuovo con spirito antico e defunto. Di qua gli imperi, i trionfi; di là le società segrete, gli attentati, gli uomini che consenti siano messi al bando, strappati alle famiglie e all’avvenire.»


«Lo riconosco, frate.»


«Parlami, ora, del tuo peccato…»


La Duchessa non rispondeva.


«Alexandre! »


«Non è un peccato. È un’illusione.»


«Le illusioni si dissolvono e lasciano campo alla realtà. Alexandre, invece, la tua realtà conquista. Le sue forme, sono le forme del tuo animo corrotto.»


La voce si spegneva. Il Battistero diventava il perimetro di una grande tomba che fosse già stata sigillata dai sudditi intorno alle sue spoglie imperiali. Ma ciò non l’impauriva; la spingeva, anzi, a salire la scala a chiocciola ricavata nel muro settentrionale: circondata dalle porticíne chiuse dei loggiati, si ritrovava a dominare la costruzione dal ponto più alto, da cui il sole si precipitava nel fondo con un raggio spezzato, come il rosso umbratile del sangue – pensava la Duchessa – doveva cadere dentro il suo corpo, avvolgendo il muscolo ansante del cuore.


Agosto stringeva nell’aria il martello, con una felicità disanimata.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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