Rimaniamo a Parma, cari amici. Oggi e per altre due puntate vi proponiamo la lettura di alcune parti de La festa parmigiana di Alberto Bevilacqua, pubblicato da Mondadori nel 1992 e ripubblicato da Monte Università Parma Editore nel 2003.
La festa parmigiana è una “discesa agli inferi”, cioè l’esplorazione del lato più profondo, ambiguo e sfuggente di una città che, perduto il suo ruolo di petite capitale conserva ancora un’atmosfera carica di personalità. Dopo il lungo esilio romano, Bevilacqua ritorna nella sua città natale e la riscopre attraverso le sue anime presenti e passate. Donne di ieri, come Maria Amalia e Maria Luigia, spietate e volitive ma dalla sensibilità non comune. Donne di oggi, come le giovanissime prostitute che sotto l’apparente crudezza celano un disperato bisogno di tenerezza. Si compone in questo libro il ritratto di una città delle occasioni mancate, incapace di riconoscere la sua anima nascosta, che si riverbera invece in tutti coloro che l’hanno visitata, governata, amata. Parma trova se stessa attraverso le pagine di grandi scrittori come Stendhal e Dickens, Proust e Barrès; ma “ormai è un’altra” città, faccendiera, piena di sotterfugi e di scandali. Amore e rancore si alternano continuamente sfociando in un sentimento contraddittorio, nei confronti di una città che si può abbandonare ma non dimenticare, che irretisce e che innamora. Un viaggio alle radici della nostra identità vista dagli occhi di un grande scrittore.
I brani che vi leggiamo riguardano Antonio Ligabue, il celebre pittore naïf, il primo; il secondo il genio pittorico del Cinquecento, il sublime Parmigianino; il terzo, la duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria, che governò con saggezza e umanità e fu molto amata dai parmigiani; l’ultimo, è un ricordo di Giuseppe Verdi.
Alberto Bevilacqua è nato a Parma nel 1934. Nel 1955 scrive il suo primo romanzo, La polvere sull’erba. Il successo internazionale arriva con
Il treno che mi porta a Roma, si muove.
Scelgo un’immagine, a caso: è Verdi come lo scoprì Pizzetti, da lontano, senza osare avvicinarsi, tre mesi prima che morisse. Lo distinguo anch’io al margine del bosco, a respirarne misteriosamente l’inesistente profumo dei gelsomini d’Arabia, a intuire, nei pioppi lontani, foreste di palme. Mi figuro l’arrivo dell’orchestra degli allievi, che daranno un concerto di sue musiche nel teatro di Busseto, per festeggiarne l’ottantasettesimo compleanno.
Verdi rincasa, soffermandosi sulla scalinata: sta quasi senza respiro, immobile, con il cappello in mano. Fissa a sua volta un’immagine che il tramonto gli suggerisce: è la madre, ai tempi della dominazione austriaca, terrorizzata dalla strage che gli invasori fanno di donne e bambini rifugiati nella chiesa di Roncole; essa stringe al collo il figlio, di un anno appena, fuggendo nel campanile.
Rientrato, Verdi si siede, apre’un libretto, rilegge una pagina segnata in rosso: vi è descritta una notte a Montecchio, con Maria Luigia che racconta un viaggio nel vapore chiamato La carrozza del diavolo, poi s’interrompe, parla di musica ai presenti: «Bellini piace sempre» afferma «mentre Verdi passerà. Non meravigliatevi, come parmigiani, dei miei sentimenti per Verdi. Ha talento, ma poca scuola, mentre nascerà un nuovo genio che porterà la musica su una strada diversa, più scientifica. L’importante è trovare, nello spirito della terra, quella cosa difficile, forse impossibile: l’ispirazione della vita eterna».
Con un’amarezza, il Maestro siede al posto destinato. Illuminate dalla lampada, già accesa da qualcuno, le dita si posano sul foglio, scorrono l’ipotesi di tutte le note che restano possibili, di tutte le musiche ancora da scrivere. Viene un momento che un uomo ne ha abbastanza di questo gioco, e non gli importa più di essere riuscito a trattenere qualcosa del tempo. Le note delle armonie create restano simili ai nomi incisi sulle lapidi, che ormai nulla possono nel bene e nel male. Si spende un’altra ora, l’ultima forse, a fare piccole cose, come per esempio avvitare più stretto il supporto della lampada.
Ci si accorge che lo scrittoio ha una qualche somiglianza con una forma amata; ma quale forma, e dove? Un albero, nella finestra di fronte, splende della luce che solo noi, giunti a questo punto, sappiamo; che pure ce lo rende estraneo. Viene un momento che un uomo, persino un genio, si stanca della sua musica.
La forza resta al Destino: “Fuggisti lo stranier di te indegno… – A me lascia la cura – Dell’avvenir”.
Lettura di Fulvio Redeghieri.