Salta al contenuto principale
3 Settembre 2007 | Racconti d'autore

N°73-RACCONTI D’AUTORE

Il Ritorno. Poesia tratta dal libro “Il primo dio” di Emanuel Carnevali.


Come Dino Campana, Emanuel Carnevali ha avuto il destino di un poete maudit’: nato a Bologna nel 1897, partì da ragazzo per gli Stati Uniti, che dovevano diventare, per lui, il luogo simbolico della vita e della letteratura. Passò attraverso numerosi e umili mestieri («raccogliere cicche per stra­da non fu certo la cosa piu spregevole a cui mi ridussi ») finché lo incontriamo nel­la cerchia degli scrittori americani di pun­ta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood-Anderson, Ro bert McAlmon lo accolsero come uno dei loro, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio, e inclusero subito testi suoi nelle loro celebri antologie e riviste. -Carnevali scriveva’ in inglese, la sua unica lin­gua era quella dell’esilio, e portava così nella poesia americana un soffio selvatico, di cui fu avvertita’ la novità. Il suo destino era tragico nel 1922 fu colpito da encefalite e dovette tornare in Italia. Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita e lì ancora lo raggiun­gevano- le lettere e le visite dei suoi amici americani.


In questo volume abbiamo voluto racco­gliere le parti più significative della sua opera, finora inedita in italiano. Innanzi­tutto il romanzo Il Primo dio, una prosa di febbrile intensità, carica di immagini, di sogni, di angosce, di camere mobiliate, l’au­toritratto di un nomade, braccato dalla vi ta, che ci lascia sbalorditi per la modernità dell suo accento. Poi una scelta dalle’ sue ‘ poesie: anche queste eccentriche -, rispettoall’America e tanto piu rispetto all’Italia, scritte in una :lingua reinventata con felicita e uno strano candore, leggere e disperate. Infine alcune prose critiche, da cui apparirà l’ottica singolare di questo ‘poeta maledetto -‘, insofferente delle raffinatezze formali e compositive dei suoi amici americani, lui che si sentiva preso in un terribile risucchio verso la morte. Nel loro disordine e nella loro amarezza, i gesti di Carnevali hanno un suono “giusto” che percepiamo solo oggi, come quello di chi poteva essere uno dei grandi scrittori italiani di questo secolo e invece giunge filtrato da un’altra lingua, da un’altra storia e pur sempre come un’emozione scoperta.





IL RITORNO
A Dorothy Dudley Harvey


I


Dopo otto giorni di monotono


Cielo e mare, apparve,


città sulle rocce, fiera e splendida,


Gibilterra.


Poi, dopo due giorni di Mediterraneo,


mostruose ninfee


sbocciate sull’oceano,


le isole napoletane.


Poi la costa napoletana,


cosparsa, come fossero fiori, di casette bianche;


e il Vesuvio, dimentico della sua cima


in una confusione di nubi e di fumo;


e Posillipo, luogo di appuntamenti.


Qui comincia la mia Italia –


dove i ricordi zampillano come geysers


piangendo di me dovunque io poggi il piede:


l’Italia, che riceve benigna


questo rottame – il mio corpo ammalato,


e questa fioca luce di candela – la mia anima.


II


 Vengo dall’America, la terra che raccoglie


i ribelli, gli infelici, i miserabili;


la terra delle imprese puerili e magnifiche:


gli ingenui grattacieli – candele votive


sulla punta della supina Manhattan.


Ricordo Manhattan Island coronata di moli.


Vengo dall’America, dove tutto


è più alto, ma meno maestoso;


dove non c’è vino.


Sono giunto alla terra del vino – vino per l’anima. L’Italia è una piccola famiglia, .l’America è un’orfana indipendente e arrogante, pazza e sublime, senza una tradizione che la guidi,


e corre a precipizio in una corsa folle che chiama progresso.


America tremendamente laboriosa,


costruttrice di città meccaniche.


Ma nella fretta la gente dimentica di amare;


ma nella fretta abbandona e perde la gentilezza.


E la fame è il patrimonio dell’emigrante: fame disperata e squallida – della madrepatria,


del pane e delle donne, entrambi costosi. America, tu accogli gli affamati


e a questa fame antica ne sostituisci una nuova.


Dove crescono i grattacieli, o America, hai gridato il tuo nome ai quattro venti: un grido sgraziato, sgarbato – quello di una acerba gioventù.


Non hai pietà per i deboli,


per gli stanchi; mentre la mia patria è una suora di carità.


           Sei giovane e hai fretta; che cosa ti minaccia per correre così, America?


Sei giovane e la tua gente,


spietata come il giovane, ha occhi duri. Qui gli occhi li ha addolciti l’esperienza di duemila anni.


Siamo vecchi e maturi noi, gli affamati.


Quante volte nelle strade di Manhattan ho scagliato il mio odio! Quante volte in quelle strade ho pregato che l’Universo interrompesse il suo folle andirivieni,


o trascinasse anche me


nell’oblio di quella fretta.


Ho temuto per te


la vendetta dell’Amore, o America!


Com’è a buon mercato il dolore dell’uomo!


La gente lo mangia col proprio pane:


costa poco in America – non vale niente.


III


Genova con le sue fughe di alberi verdi nelle piazze in salita, Genova che si arrampica sulle colline come una grande scalinata.


La Bologna moderna, a sera tarda,


sembra un burocratico bazar – con i suoi negozietti e il passeggio di una gioventù semielegante.


Vecchia Bologna, con i suoi antichi palazzi rossi che sfidano il presente. Le file infinite dei portici sembrano il lavoro di una enorme talpa.


Ricordi il lago di Chicago? –


Il verde assenzio del lago di Chicago?


Come tutto è più piccolo da quando venni via – da quando sono via!


E come va a dormire presto la città! Ricordi Broadway di notte, ingioiellata?


Il Palazzo della Prefettura è come


una donna idropica accovacciata.


Tutto mi ha offerto un mazzo di ricordi, puri e freschi come edelweiss.


Bazzano, in una conca verde e bruna, circondata da colline morbide allo sguardo come al tatto i seni di una giovane donna; Bazzano deliziata


dai canti dei ragazzi la notte,


con le campane in eterno movimento,


col castello medievale sul punto più alto della città, a sfidare i temporali che non vengono e vigilare.


Su che cosa vigili e per che cosa, o Torre?


L’Austria e il Papa sono andati per la loro misera strada e nessun pericolo minaccia i tuoi campi, dorati di grappoli bianchi in autunno, argentei di frumento nuovo in primavera, dove la neve scende soltanto come una carezza.


IV


Sono tornato e ti ho trovato


tutta nuova e amica, o Patria! Sono tornato con un grave carico,


con l’esperienza dell’America in testa –


quella testa che non batte più contro le stelle.


 O Italia, o grande stivale, non buttarmi ancora via a calci!


(Maggio 1924)


Lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi