Il reggiano Ermanno Cavazzoni (nato nel 1948, vive a Bologna) è un grande talento letterario, un inventore inesauribile di storie. L’ultima in ordine di tempo è questa “Storia naturale dei giganti”, in cui l’autore si finge uno studioso dei giganti, dei loro usi e costumi, del loro cibo, linguaggio e attività sessuale. Ne esce un libro di irresistibile e raffinata comicità, complice anche lo studioso che, mentre scrive il suo trattato, è assalito dalla concupiscenza carnale: cosa frequente in chi studia…
Vi leggiamo tre capitoli:
1- Rari giganti filosofi (prima puntata)
2- Gigantesse casalinghe (seconda puntata)
3- il DNA che va a farsi friggere (terza puntata).
Gigantesse casalinghe
I giganti tirano la prima cosa che hanno sottomano, e, come già si è visto, spesso sottomano hanno l’arrosto che cuoce, se per caso sono disturbati mentre cucinano. Questa è un’abitudine antica, di tirare l’arrosto, si veda il Buovo d’Antona, e i già citati Cantari di Carduino dove (non siamo oltre il ‘300) due giganti tirano addosso a Carduino una cerva a metà cottura, essendo stati sorpresi vicino al fuoco mentre aspettano la cena. E intanto esaminano dietro, davanti, di sopra e di sotto una quindicenne rapita senza capire né il come né il dove (Carduino, II, 28-37). Si tenga conto che i giganti non hanno una cucina elaborata, non mettono l’arrosto in concia con il ginepro, né lo salano o lo lardellano. La cucina dei giganti è estremamente semplice e naturale: prendono un animale anche di grossa taglia, un cervo, un orso, un cinghiale, accendono il fuoco e ce lo mettono sopra, intero, con gli zoccoli, il pelo, le corna, la pelle, ci lasciano le budella e le interiora, che danno aroma; poi lo girano di tanto in tanto; ma poi non hanno la pazienza di aspettare la cottura integrale perché già quando si leva il primo profumo di bruciaticcio, vien loro voglia di fare un assaggio, e così se lo mangiano che magari è solo strinato da un lato. Se per caso in quel momento sopraggiunge qualcuno, allora prendono l’arrosto e glielo tirano addosso. Se però sono disturbati prima di accendere il fuoco, tirano l’arrosto crudo, si tratti pure di un manzo, ancora mezzo morto e mezzo vivo.
E altrettanto fanno le gigantesse (nel Buovo d’Antona una gigantessa tira urlando un maiale), e in ciò non sono diverse dalle casalinghe, le quali in genere, se disturbate, lanciano le padelle, le pentole, i mestoli, cioè lanciano quello che hanno in mano; se hanno in mano un imbuto, un matterello, lo scolapasta, le casalinghe non stanno a valutare se è uno strumento atto ad offendere, quindi a volte, al marito che le disturba in cucina o al figlioletto che salta, che è troppo querulo, che le indispone perché non ubbidisce e insiste ad esempio a dondolarsi e a correre dietro a una palla, lanciano anche cose di poco effetto, un coperchio di alluminio leggero che fa rumore ma non è direzionabile, o un’insalatiera di plastica che, qualora colpisca, non lascia gravi tumefazioni e il più delle volte vola per aria e s’impenna, o plana verso il soffitto, perché un’insalatiera o un tegame largo o un cesto da frutta (o un coperchio) hanno più superficie che peso, quindi mentre traversano l’aria incontrano molta resistenza, e se arrivano ad esempio in testa al figliolo o addosso al marito tra la spina dorsale e la nuca, l’energia cinetica si è molto smorzata, come è detto anche in tutti i trattati elementari di balistica, che però una casalinga non vuole prendere in considerazione, non le interessano, mentre invece io dico che se qualcuno lancia qualcosa dovrebbe prima studiare le leggi di conservazione dell’energia, le leggi dell’aerodinamica, l’influenza dei campi gravitazionali e la forma paraboloide delle traiettorie.
Ciò non toglie che a volte la casalinga (e così la gigantessa) lanci corpi appuntiti e compatti, come un pestello, una saliera di cristallo, un cavatappi, che hanno una forma più affusolata e una massa maggiore in rapporto alla resistenza dell’atmosfera, anche se questo né la gigantessa né la casalinga lo sanno o se ne interessano, e quindi l’oggetto lanciato può- raggiungere una discreta velocità; in tal caso il figliolo o il marito subiscono notevoli danni, specie se colpiti in punti vitali e se il corpo contundente è anche affilato, come una coltella o una coltellina, un trinciapollo, una sega da ossa, e allora si danno quei casi frequenti di omicidi, derubricati però in incidenti domestici, come chi si fulmina col tostapane o si ustiona con l’acqua bollente eccetera, che sono assieme agli incidenti stradali la causa più alta statisticamente di morti violente in un paese, sia di mariti, sia di figli, senza considerare le menomazioni o le paraplegie permanenti; è raro che un figlio esca indenne dalla vita in famiglia, specie dalle zone della cucina, quando sua madre sferraglia attorno ai fornelli e ha a portata di mano molti corpi contundenti impropri e si innervosisca per un soffritto che brucia, per il latte che va di sopra mentre il figlio ripete qualche suo verso allegro o batte un tamburo o gioca con qualcosa con cui invece non ci potrebbe giocare; allora la madre e casalinga ha il tipico moto irresponsabile, accompagnato (o preceduto) da grida, che dovrebbero mettere sul chi vive gli astanti (e infatti il marito che è sempre già sul chi vive, si ritira in una cavità del muro o si trincera dietro a un giornale, di modo che la percentuale dei mariti offesi o resi invalidi è minore) mentre il figlio, che è abituato alle tenerezze e alle effusioni esagerate d’amore, non si aspetta queste esplosioni, e quindi è più esposto, come si evince anche dalle statistiche, dalle quali risulta che pedofili, assassini generici, pornografi, sadici, rapitori, pederasti violenti eccetera eccetera sono meno pericolosi di una madre in cucina, la quale ha sempre a disposizione il figliolo e non lo deve andare a spiare davanti alla scuola o nel cortile dove gioca, vincendo anche la diffidenza eccetera, mentre una madre, moglie e casalinga è legittimata a maneggiare pentolame e stoviglie e intanto tenere nei pressi il figlio, senza che se ne consideri l’irritabilità e la radice comune con le gigantesse. È caratteristico il fatto che una madre è considerata un’energia irresponsabile e i suoi delitti preterintenzionali frutto dell’amore materno; e sarebbero amore materno anche espressioni del tipo « ti ammazzo di botte », « vieni qui che se no ti ammazzo di botte », o « guarda che ti gonfio la faccia di schiaffi», che sono espressioni comuni e non astratte.
Per fortuna un figlio, crescendo, se supera l’inesperienza dei primi anni, impara a valutare queste espressioni e a cautelarsi osservando gli oggetti che la madre ha a, portata di mano, se offrono molta resistenza all’aria o se sono aerodinamici, nel qual caso imita il padre e si mette al riparo o sgattaiola sotto una seggiola, o, se vuole continuare a ascoltare la sua musica o fare rumore coi giochi invece che fare i compiti, sta però coi nervi tesi, l’orecchio dritto, e anche questo fa parte dell’educazione, come diceva il mio amico Ridolfi, che era un esperto, filosofo, ma anche scienziato empirico; e diceva che le mogli (e madri) sono gigantesse rimpicciolite, che mantengono i medesimi istinti. E se per caso non lanciano più l’arrosto o le stoviglie, restano però feroci, sia con i mariti che con gli estranei e con i figli; anche quando si mettono sulla bocca un sorriso artificiale di convenienza.
Non fatevi fuorviare, diceva Ridolfi, queste per la verità sono ancora peggiori; quelle che sembrano di buone maniere; e se per caso fanno anche le professoresse, o si occupano di psiche o di società, è palese a tutti la loro ferocia latente.
Ah, Ridolfi, come era saggio! che osservatore dell’uomo! Io gli parlavo dei giganti e delle gigantesse, e lui mi parlava della verità che c’era nascosta, atemporale, anche in questo semplice fatto di lanciare l’arrosto.
Se non c’è lancio di oggetti, c’è il vischio. E Monica Guastavillani ad esempio è ancora nel vischio della famiglia. La sua giovinezza è cominciata da qualche mese, e la mamma, sua mamma, le controlla tutto, le telefonate, gli ormoni. Anche l’andamento del mestruo. Le madri presiedono sempre al traffico intimo, interinale, agli ormoni (che presiedono a tutto); le madri s’informano per vie traverse: che cosa sa la mia bambina? e continuerebbero negli anni, fino ad un’età avanzata, a dirigere il traffico, a interrogare, a esaminare finanche la biancheria. Perché le madri cercano gli indizi, i segni vaghi per congetturare. E finché dura questo regime una donna resta una bambina. Ci sono anche signorine mature che continuano a restare sotto controllo, sbuffano, ma hanno ancora la mamma che osserva il movimento del vestiario esteriore e interiore, in specifico quando escono con gente sospetta. La madre vorrebbe chiedere, specificamente. Non 10 fa; ma va a rovistare nella roba sporca, la madre (lo fanno tutte, dice Monica), e cerca di interpretare le macchioline, se per caso ne trova, le ombre; poi alla figlia fa discorsi generalissimi, su quello che succede alle altre, sulle disgrazie e la solitudine, di certune pronte al telefono, a correre appena suona; ma intanto la madre è a una macchiolina criptica che pensa, come Champollion pensava ai geroglifici (Champolbon, Jean Frangois, egittologo, 1790-1832). Champollion studiava la pietra trilingue di Rosetta, trovata a Rosetta da Napoleone nel 1799, e così decifrò i caratteri egizi (Sommario del sistema geroglifico, 1824). Le madri studiano con lo stesso gusto, ma a differenza di Champollion non arrivano a niente, perché non sono sistematiche e non elaborano una tavola rigorosa di corrispondenze. Anche Champollion di fronte a un geroglifico unico non l’avrebbe mai decifrato, è impossibile, dicevo a Monica; magari avrebbe borbottato, come una madre quando studia una figlia e borbotta, dicevo a Monica, la quale è ancora sottomessa alla legge di casa e alle decrittazioni di sua madre, ossessiva, come solo gli egittologi lo sanno essere. Perciò a Monica le piace la libertà.
(La stele di Rosetta è del
Lettura di Fulvio Redeghieri