Docente di Pedagogia all’Università di Bologna, Antonio Faeti è stato il primo in Italia ad avere una cattedra in Letteratura per l’infanzia, sempre presso l’ateneo bolognese. Ha al suo attivo moltissime pubblicazioni ecollaborazioni ai più importanti quotidiani e riviste italiani.
“Sul limitare” racconta di una città di mare, Villombra Cedrina, dove, tra deliri di assessori alla cultura, pettegolezzi sotto gli ombrelloni e sentore di eterna provincia, si è appena trasferito il professore Dabormida, divorziato e dimesso dall’Università. Ma la scoperta del cadavere di un bimbo, apparso una notte sulla battigia, turba la serenità della cittadina. Affiora il ricordo di una tragedia accaduta al tempo della linea gotica: trenta bambini furono misteriosamente uccisi dai tedeschi, forse nel corso di macabri rituali. Intanto il professore si lascia coinvolgere in un intrigante menage à trois con due belle ragazze. Ma giorno dopo giorno viene visitato da sconcertanti messaggeri, che appaiono in bilico tra la credibilità arcana e la memoria, raccontando di sette terrificanti stragi.
Il professor Dabormida si trova di fronte alle memorie censurate, ai bordi dei pozzi oscuri dove la vecchia melma appare con i miasmi che le ville deliziose e i lunghi viali di platani e la striscia azzurra del mare sembravano aver esorcizzato.
Relazioni sociali
Una spedizione bambinesca, con canti e sberleffi nella Xsara Picasso, mentre vanno al supermercato gigante, all’ipertrofico tempio del consumismo globalizzato, che Littorio Mattoni ha collocato nel centro di quella conca verde, dietro l’Apucchio, divenuta subito una gran cornice, da quel desolato catino vegetale che era. La sigla, breve e geniale, evocativa, oltre al subitaneo rimando al creativo, più che versatile imprenditore, perché suona Mat, negli infiniti stendardi di plastica colorata che brillano al sole come i blasoni di un torneo cavalleresco, contiene anche il rinvio al nome autentico, che è «Magnum Taglieri».
Loro tre, nell’auto, e mentre prendono un carrello, sono identici, nel riso e nel gestire, alle tribù bambine che raggiungono il Mat dopo accorti ricatti ai genitori, perché il cielo è nuvoloso, non c’è il mare, non c’è la spiaggia, e allora andiamo tutti al Mat, che non ci serve nulla, ma vedrai che qualcosa compreremo.
Pensano, i tre, e lo dicono, che Sardanapalo è arrivato nel Paese dei Balocchi, perché le minuscole, numerosissime comitive hanno scatti libidinali, e il Mat ha una vera bocca, un gioco di vetri, plastica e legni che chiama dentro, nel gran pancione.
Sono carovane di consumisti forzatamente sottratti al rituale della balneazione coatta: sono credenti che vanno in un’altra chiesa perché quella a cui appartengono è chiusa per nuvolosità. Lelio e le due ragazze guardano l’immenso tempio del Mat, però contemplano attoniti anche le tribù dei sottratti alla spiaggia.
Il tema dominante della grande Cattedrale solitaria nel verde della conca è il rapporto stretto, scandito, costante, programmato, tra le lucenti frenesie che si intrecciano ovunque e i mille piccoli espedienti che ovunque le contraddicono.
C’è il settore delle scale mobili, e par di vedere lì, di lato, Jules Verne e l’ingegner Eiffel che danno gli ultimi tocchi, però, in basso, la taverna «Ai- sapori antichi dell’Italia verace» sembra invece edificata, tra una grassazione, un furto di bestiame, un sequestro di persona, da una banda di assassini appenninici del tipo di quelli che impiccano Pinocchio.
Se l’immenso settore dell’intimo appare come un bordello liberty che attende il suo Lautrec, le pareti altissime, tutte edificate solo con bottiglie d’acqua minerale, con le loro muraglie di plastica, verdine e azzurrine, richiamano una Biennale di Venezia dei tempi in cui l’Arte Ottica stava soppiantando
C’è una panetteria, dove fanno e cuociono davvero il pane, lì, di fronte agli acquirenti, e i forni sono una fedele riproduzione di quelli a cui si dà l’assalto nei Promessi Sposi, però, ogni tanto, un furgoncino elettrico con ruote giganti scarica dei parallelepipedi di farina impastata e congelata, così, dai tempi di Don Rodrigo, si scivola in quelli di Blade Runner.
In senso olfattivo, l’atmosfera è unificante, lì si è davvero trovato un intento comune: c’è una gigantesca pescheria, fedelissima riproduzione in plastica di quella di Villombra Cedrina (che ora è una galleria d’arte), e si sfiora il capolavoro nell’ambito del rifacimento. Certo, il marmo rosa, il granito ocra chiaro, la pietra grigio ferro di cui si servì Baldassarre Laureti per fare, nel Seicento, la sua pescheria, qui sono tutti sostituiti da un polipropilene espanso che brilla di un lucore troppo insinuante. E poi Nettuno sembra un palestrato, e le Nereidi sfiorano l’anoressia e i cavalli marini rammentano l’Ippodromo di Cesena: ma basta spostarsi un po’, allontanarsi di quel tanto, e allora l’inconfondibile Barocco Marino di Villombra ritrova i suoi volumi, riprende la fascinosa sostanza che possedeva ai tempi della Legazione Pontificia.
In senso puramente olfattivo, allontanarsi non serve. La mistura, nata dall’odore di pesce e dal sentore di cloro, viene con te ovunque, non ti abbandona. Sa, sorprendentemente, sinceramente, di cloro al pesce, stando a ciò che dice il naso, anche l’imponente porchetta, ovvero il maialone, nel girarrosto mollemente roteante; sanno di pesce al cloro i tordi infilati nello schidione. E un buon sentore di pescheria grava sulle centinaia di tipi di salami marchigiani, aleggia sulle trecento qualità di pecorini sardi, condiziona le verdure nel reparto apposito che riproduce i tendoni, i carretti di legno, i cassettoni del Mercato delle Erbe di Villombra.
Tanto per farsi del male, Lelio nota che, dell’amata carne in scatola, innamoramento residuo del corned beef dei soldati americani, dopo
Confortante è l’ascolto spionistico delle tribù familiari a cui è stata negata la spiaggia: «Mamma, fanno il vino anche in Australia?»
«Sì», risponde la genitrice, ma precisa: «Però è cattivo…» «Nossignore», prorompe il padre, «è buonissimo, perché lo fanno sempre gli italiani, anche laggiù…»
E poi: «Mamma, fanno il vino anche in Francia?»
«No, in Francia non possono, è troppo a nord…»
I dialoghi dei profughi delle spiagge interessano i tre, ma non come la frenetica contemplazione degli ombelichi. Hanno dovuto, tutti, rinunciare alla spiaggia, non certo a far vedere il loro ombelico, epicentro programmatico di un’estate di cui è il simbolo e il signore, con i calzoni tagliati sotto le anche. Risa, non comprese da altri acquirenti, di Lelio e delle sue compagne, di fronte a un parallelepipedo pieno di tortellini surgelati, sul quale la grande scritta: «L’ombelico di Venere» non suggerisce nulla a nessuno.
Il Mat è una nave. Lo spiega, a ogni ingresso, un grande cartello, scritto di suo pugno con calligrafia doverosamente ingigantita, lo stesso Littorio Mattoni. E quindi hanno pranzato in Coffa d’albero, perché il ristorante è lassù, tanto in alto e così ben collocato che, complice una piccola valle, incuneata nell’Apucchio, di lì si vede anche il mare. Tre vassoi da liceali in gita, con brandelli a scelta di salumi e formaggi, verdure condite, da tirar su liberamente perché sono dentro grandi vasi marroncini, vini da mescere come la birra alla spina, tranci di dolci lussuriosi con tanta panna come nelle soap televisive di produzione americana.
L’atmosfera di scampagnata si prolunga, e cambia di tono quando scoprono, tornando, l’antica fabbrica di moto che un tempo aveva anche resa famosa Villombra.
Abbarbicati quasi a lambire i primi prati dell’Apucchio, i capannoni dai vetri sbrindellati, gli edifici da archeologia industriale con il nome notissimo «Valdemari-Motocicli-Villombra» verniciato con cura sui mattoni rosso scuro, alludono a un passato che è più remoto di quello dei Piceni e dei Romani.
Scendono dalla Xsara Picasso, per parlare seduti tra le ortiche e imbeversi di quel silenzio che producono solo le antiche fabbriche abbandonate.
È un silenzio ben diverso da quello delle rovine di un tempio, o dei ruderi di un castello. Qui, l’ascolto cerca macchine operose, parlottio di addetti, scherzi d’uomini in tuta, dettagli tecnici discussi con forte pertinenza, diatribe sportive molto complesse, e anche allusioni alla politica, segni di una loquace partecipazione alle sorti del mondo.
Un silenzio, quindi, così denso anche perché contrapposto alla memoria del vitalismo sonoro che è assolutamente scomparso.
Si rivedono tardi, alle dieci, per una festa notturna che si concluderà con i riflessi luminosi, i primi, del giorno nuovo. Nel loro lessico, ormai da dirsi familiare, la festa ha anche un nome: «relazioni sociali». Lelio consiglia di frequentare, di conoscere, di farsi nuovi amici, perché non basta certo ciò che si otterrà su in Urbino, anzi, il dopo-laurea a volte è proprio penoso.
Quando le ritrova, in piazza, per andare insieme in via della Volta Oscura, dove ha lo studio e l’abitazione il loro ospite, l’architetto Opilio Mentessi, prediletto da Littorio Mattoni, e perciò stesso prediletto degli Dei, Lelio vuole compiere qualche sforzo concettuale per dire a se stesso, e un poco anche a loro, se ci riesce, quanto sono belle. La considera una sfida, identica a quelle che segretamente lanciava alla professoressa Santarelli quando iniziava un tema: sarò capace di trovare le parole, saprò dire.
La bellezza di Thana e Tosca, anche se sono ventenni di adesso, di ora, in tutto legate alla contemporaneità, non è certo attuale. Sono lontanissime dall’ideale dell’indossatrice, dall’irruenza delle presentatrici, dalla frenesia lolitesca di tante parvenze televisive.
I loro visi, così freschi, così limpidi, hanno un sentore d’antico. I capelli, tanto fluenti e sensuali, fanno, per contrasto, pensare al chador islamico che vuole interdirne la visione. Gli occhi possono esprimere una forte tenerezza materna e una irresistibile, attonita curiosità infantile.
Sotto le due magliette velate, e del resto minime, sono più nude, sono davvero nude, perché la fascia scura a cui le magliette si riducono serve solo ad attirare lo sguardo sui grandi seni, così avvolti, sottolineati, lambiti: i capezzoli, la brunitura delle areole, la forma di coppa robusta con la punta saldamente rivolta in alto, tutto viene reso più certo, più allettante, meno elusivo, proprio dalla loro veste minima.
Addirittura dalle gonne, minime anch’esse, e perdipiù tagliate a un lato, le cosce emergono con un disegno che allude al tratto Art Nouveau di certi nudi, cosce flessuose ma di contorno netto, fino alle gambe e poi ai sandali, con fiori ricavati dal cuoio, in cui i piedi si vedono come scolpiti, per intatta perfezione. Giova a entrambe l’effetto del doppio: per esempio non si depilano le ascelle, e queste macchie scure, evidentissime, sono come una divisa, per le amiche indivisibili.
La casa di Opilio Mentessi, sita nel cuore del cuore di Villombra, potrebbe riferirsi, ma solo nel nome, perché lei, la casa, disdegna qualunque comparazione, a una celebre dimora di Curzio Malaparte: «Casa come me».
L’abitazione e il suo proprietario si corrispondono perfettamente, e lei non è una casa, per lui è un indumento, lui non l’abita: l’indossa.
Neppur quarantenne, alto, scuro, «indeciso tra i due bronzi di Riace», come disse una volta una delle sue compagne più spiritose, Opilio il Grande non è l’ultima raffica del mitra di Mattoni, non è colui che tiene le due chiavi del suo cuore di Padrino.
E, in realtà, l’oscuro Signore di Mordor, il gran visir, quello che lo fa esistere, è la sua riconosciuta «animanera», da scrivere tutto attaccato come in un fumetto. Perché, anche un poco dai comics sembra provenire, Opilio il Grande, quando viaggia sulla sua romantica moto (è una vecchia Valdemari che va ancora da Dio) per cercare in Libia il tracciato della Balbia, l’autostrada del quadrunviro Italo Balbo, o pilota sui cieli cecení l’ultimo Mig della guerra di Corea.
E la casa è, come Opilio, un insieme di tensioni, vocazioni, memorie, desideri, ansie, fulgori.
Collocata circa a metà di via della Volta Oscura, l’antica strada, senza negozi, chiusa in sé, dopo il voltone che si supera per raggiungerla, la dimora di Opilio nasce dal congiungimento di otto appartamenti che erano dignitosamente poveri e sinceramente separati. Li ha composti in un solo dominio per avere il giardino tutto per sé, e ora il giardino segreto di Villombra è proprio come lui lo ha voluto. E arabo, non solo per le palme, è arabo perché sembra soprattutto la delizia verde per le recluse di un harem. Muretti, piccole scale, un portico di sapiente fattura, uno spazio collocato più in alto a cui si accede per un viottolo, e quinte di verde, oltre il muro esterno, che sono di un altro giardino ma sono poi sue perché gli fanno da sfondo.
Ci sono i nani da giardino: l’architetto ama il paradosso e coltiva il kitsch con garbata ostinazione. Gli otto appartamenti non li ha per nulla cambiati, li ha solo resi liberamente comunicanti tra loro per mezzo di porticine minuscole, e ora si è liberi di andare da un angolo del giardino all’ultimo piano, in dolce e pacata esplorazione.
Anche le raffinate vivande e i tantissimi vini si trovano in molti angoli, e tutto richiede un’affettuosa partecipazione del fruitore. I fagioli con le cotiche vanno presi da una orchesca, preziosa mignatta, il lardo aromatizzato si taglia da un unico pezzo, sono interi i salami e le crostate, intatti i formaggi, contenute perfino entro storici tegami di alluminio, immensi come quelli della cucina di un grand hotel, le paste variamente condite, e fredde, ci sono budini da fiaba, chiusi nelle loro forme.
Il kitsch fa capolino, di tanto in tanto: ecco lì un centinaio di tartine, visibilmente non molto appetibili, disposte in modo da formare un cuore. Sono tartine gemelle dei grandi quadri sparsi per tante pareti: si tratta di falsi che ostentano la propria falsità, quadri brutalmente copiati da capolavori famosissimi, di quelli che si trovano riprodotti sulle scatole di cioccolatini, da Manet fino a Warhol.
Gli ospiti sono numerosissimi, il gran visir di Villombra non spedisce inviti: intima di venire.
C’è il fantasma di Fellini che si aggira, dal giardino ai vari piani, ma non è il Fellini della Dolce vita, è quello che si mostrerebbe se fosse ancora vivo e facesse ancora i film.
Non si conversa, nei gruppetti, ci sono solo vaghe allusioni, frasi tronche, parvenze di discorsi. Lelio e le ragazze vengono avvicinati da una bruna assai sensuale che hanno incontrato molto spesso al cinema notturno estivo. È una giovane bibliotecaria che inizia un discorso complesso sui nuovi scrittori francesi, poi guarda l’orologio e scappa via:
dopo un poco è al centro di un gruppo di ospiti che ballano.
Certo il tassametro della cultura l’ha bloccata, le danze contano molto più dei libri, e lei lo sa bene.
Lettura di Fulvio Redeghieri