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13 Novembre 2007 | Racconti d'autore

N°83-RACCONTI D’AUTORE

Antonio Faeti, “Sul limitare”, Baldini Castoldi Dalai editore, 2005. Terza puntata.

Docente di Pedagogia all’Università di Bologna, Antonio Faeti è stato il primo in Italia ad avere una cattedra in Letteratura per l’infanzia, sempre presso l’ateneo bolognese. Ha al suo attivo moltissime pubblicazioni  ecollaborazioni ai più importanti quotidiani e riviste italiani.
“Sul limitare” racconta di una città di mare, Villombra Cedrina, dove, tra deliri di assessori alla cultura, pettegolezzi sotto gli ombrelloni e sentore di eterna provincia, si è appena trasferito il professore Dabormida, divorziato e dimesso dall’Università. Ma la scoperta del cadavere di un bimbo, apparso una notte sulla battigia, turba la serenità della cittadina. Affiora il ricordo di una tragedia accaduta al tempo della linea gotica: trenta bambini furono misteriosamente uccisi dai tedeschi, forse nel corso di macabri rituali. Intanto il professore si lascia coinvolgere in un intrigante menage à trois con due belle ragazze. Ma giorno dopo giorno viene visitato da sconcertanti messaggeri, che appaiono in bilico tra la credibilità arcana e la memoria, raccontando di sette terrificanti stragi.
Il professor Dabormida si trova di fronte alle memorie censurate, ai bordi dei pozzi oscuri dove la vecchia melma appare con i miasmi che le ville deliziose e i lunghi viali di platani e la striscia azzurra del mare sembravano aver esorcizzato.







La prima notte di quiete


Fine di un’estate che non aveva mai avuto inizio. È così, ac­cade sempre così: con le stagioni, con certe imprese, con moltissime vite.


Ecco, pensava Lelio, il valore autentico, insopprimibile, del Rito. Non c’era stata, dunque non era cominciata, però doveva finire, concludersi, cedere il passo, andare via men­tre non era mai arrivata.


Ma i bei negozi di abbigliamento lo pretendevano, che si congedasse, che salutasse tutti e partisse, perché loro aveva­no già pronti i cappotti, le sciarpe, i guanti, gli impermeabi­li, i giubbotti, i cappelli.


E lei che era stata dichiarata latitante, appariva invece vi­va e limpida in una certa domenica, scegliendo appunto la domenica perché lì a Villombra le scuole erano già aperte, nei vari inizi differenziati dell’anno scolastico che avevano sostituito l’unitario, centralista, impositivo, ministeriale pri­mo ottobre.


Con gli scolari a piede libero bisognava arrendersi: ba­gni, ombrelloni, granite, e anche solari mangiate in spiaggia, con insalate di pasta e macedonie di frutta nei contenitori di plastica, come se fosse riapparso luglio, quel luglio che non era mai venuto.


Il lunedì pioggia, e poi una generale diffusione di quella protoinfluenza che precedeva quella vera, quella del ceppo di Pechino, e questa qui era nostrana, roba da poco, da ca­stigare con antichi decotti e aranciate consuete: il vaccino, già pronto, serviva per l’altra, quella vera, non per questa blanda imitazione dovuta agli sbalzi del caldo al freddo.


Ed ecco il Rito, chiamato a fare il suo dovere: in tante terrazze, in molti giardini, negli alberghi pieni dei vecchi di settembre, si organizzavano grandi feste per salutare la fine dell’estate, e da come mangiavano, ballavano, bevevano si poteva proprio dire che quell’estate da cui ci si congedava era giunta davvero. Suni Spartivento aveva chiuso per ferie il suo bar frequentatissimo, non perché volesse dichiarare una serrata, ma per via di impegni sindacali che prevedeva­no le ferie concesse al personale, in quel periodo.


Del resto, i grandi platani dei viali perdevano le foglie, non tante, ma sufficienti per creare, con il vento, mulinelli indubbiamente autunnali. E ci furono due altre chiusure, non da fine estate, da fine di tutto, di un mondo, di un’epo­ca, di una civiltà. Il parroco di Cristo Redentore liquidò il suo famosissimo oratorio: disse, in chiesa, che ormai lì den­tro era come là fuori, per chi voleva capire.


Anche le suore bianche, terminata la stagione della colo­nia non cominciarono quella dell’asilo. Loro non facevano prediche, così non dissero nulla: una certa alba si videro al­la stazione, tutte bianchissime con le valigie nere, poi spari­rono per sempre.


Suni gli faceva da gazzetta, migliorando, approfonden­do, interpretando le notizie fornite dai tre giornali locali. Così l’intenzione, di Littorio Mattoni, di festeggiare il bi­centenario del cibo in scatola non nasceva dalla devozione nei confronti di quel cibo salvifico che aveva già saziato Na­poleone, la Grande Armata e la Vecchia Guardia, ma dall’e­sigenza di liberarsi da troppe scorte non lontane dalla sca­denza. Però la festa dello scatolame, con un granatiere, un esploratore polare, un Indiana Jones dell’Ottocento, una vi­vandiera risorgimentale che le aprivano e offrivano il conte­nuto su vassoietti di plastica, era piaciuta ai bambini,. che ne avevano anche scritto a scuola.


Una notizia su cui ritornavano spesso riguardava il con­tenzioso provocato da una ragazza di vent’anni, apparsa a Villombra come vincitrice di un concorso statale, che aveva comprato un attico e usava prendere il sole interamente nu­da sul suo terrazzo. Ora, dato che il sole era raro, intermit­tente, veloce a scomparire, poco invogliante, un’associazio­ne di mogli si era immediatamente costituita per dichiarare che alla fanciulla non interessava il sole neghittoso e poco partecipe, ma lo sguardo assiduo, fedelissimo, molto inte­ressato, dei loro mariti. Uno dei quali, però, si era meritato una locandina di un giornale a causa dell’originalità e dello spessore della propria dichiarazione: «Guardo anch’io, cer­to, e molto assiduamente, devo fare un confronto: infatti ho scoperto che mia moglie è molto più bella».


Con Suni taceva, però, dei dubbi da cui era colto, perché proprio quell’inizio incerto d’autunno, quel non definirsi della stagione, quel non apparire con chiarezza degli attesi passaggi, delle previste trasformazioni, lo collocavano in una specie di perpetuo bilico: doveva prendere definitivo pos­sesso della villa? Pensare a star lì per sempre? Trovare pre­cise ragioni per questa scelta?


Andarono insieme a vedere un film di cui si parlava mol­to, per via del Leone d’Oro ottenuto a Venezia. Un film de­dicato al racconto di lavanderie irlandesi, gestite da suore, in cui venivano collocate le ragazze che le famiglie, o lo Stato nel caso delle orfane, ritenevano meritevoli di una pesante rieducazione. Ambientato nel 1964, il film mostrava un lager dove le ragazze impazzivano: era diventato il caso Dreyfus dell’incipiente autunno di Villombra. Anche i muri ne risen­tivano, con l’uso consueto della retorica indigena: «Torque­mada che non siete altro!» oppure: «In confronto Hitler era Gandhi!» oppure: «Nelle lavanderie delle suore ci sono molte sporcaccione anche adesso!» e l’ultima era una frase proprio tipica di Víllombra, più del bianchello, più della cre­scia, più della piadina, più del ciaùscolo.


E annotava mentalmente questa specificità proprio men­tre, attraverso i quotidiani- nazionali, non i tre di Víllombra, o per mezzo di certe trasmissioni televisive, percepiva che c’era un tratto unificante, un prodotto tipico di tutta la pe­nisola, una specie di bandiera o di inno: era quella malinco­nia complessiva capace di esprimersi in tanti modi, alcuni gravissimi, altri appena percepibili. C’erano stati, dal Nord al Sud, molti episodi di bambini uccisi dalle loro madri, af­flitte dalla depressione del dopo-parto.


La specifica maledizione sottesa a questo tipo di delitti sembrava una caligine, appariva come la peste, ma quella di Camus, non quella di Manzoni. La peste di Villombra era peste nazionale, sempre nuovi ammalati manifestavano i sin­tomi, che andavano dalla sfuriata improvvisa nella fila da­vanti a una delle casse di un supermercato, alla lotta muta e biecamente irosa di due automobilisti coinvolti in un inci­dente di lievissima entità. Una litigiosità nascosta ma incom­bente, sempre lì, a dire di come si covasse un rancore onni­presente di origine virale, pronto comunque a palesarsi in modo disperatamente clamoroso.


Chiuse, e per sempre, in quei giorni, l’ultimo dei veri bar marini, autenticamente scaturiti da vari accumuli: specchi con la pubblicità del Punt e Mes, antiche licenze incorniciate, l’emblema del Totocalcio nella plastica sbiadita degli an­ni Cinquanta, una foto grande e giallastra di Bartali e Coppi in fuga insieme, tante formazioni diverse della squadra di calcio di Villombra in campi irsuti o spelacchiati, addirittu­ra un ritratto di Primo Carnera. Dato che era un edificio au­tonomo, a un solo piano, chiuse una certa mattina e nel po­meriggio c’erano già le ruspe a demolirlo.


Lesse, in un bar, dentro il magazine di un grande quoti­diano, un malinconico elenco, corredato dalle fotografie de­gli autori, di libri un tempo amati e ora irreperibili da anni nelle librerie.


C’era anche Bonjour tristesse, il libro della Sagan letto in­teramente ad alta voce, con zia Adelaide, sulla veranda, al termine di un’estate remota, un’estate piena di amori ricam­biati con ragazzine coetanee, amori di allora, fatti solo di sguardi, di allusioni, di sorrisi, di fotografie con dedica, di messaggi fondati su elaborate metafore che componevano un cifrario da agenti segreti. Ma la tristezza della Sagan era proprio simile a quella di Villombra, era una condizione ge­neralizzata, climatica. Notizie sull’andamento di quella ma­linconia diffusa avrebbe potute fornirle uno di quei mete­reologi in divisa blu, un tempo tutti colonnelli, ora tutti ca­pitani, che annunciavano e motivavano le previsioni del tem­po nelle varie reti televisive.


Dormiva poco, e non se ne curava. Adoperava le ore not­turne per iniziare uno dei tanti libri di zia Adelaide che lo in­curiosivano e lo collocavano in una certa condizione, cono­scitiva ma soprattutto etica. Scopriva vari editori di destra, cari alla zia, da lui sempre schivati, e valutava la natura del suo proprio pregiudizio. Mentre la tenda proseguiva quel suo dondolante passaggio dal fuori al dentro, come aveva fatto per tutta l’estate, perché quella finestra era rimasta per sempre aperta, diagnosticava e analizzava un suo indubbio razzismo bibliotecario che lo aveva indotto a non aprire mai uno di quei volumi perché presumeva che avessero un certo contenuto.


E ora, notte dopo notte, iniziava biografie di generali a lui sconosciuti, diari di nobili romani al servizio di pontefici di cui non sapeva nulla, giornali di bordo di navigatori pre­senti solo in certi stradari, e descrizioni di trattati, interpre­tazioni di cause che avevano portato allo scoppio della pri­ma e forse anche della seconda guerra mondiale.


Spesso veniva l’alba e allora decideva di dormire, e si ad­dormentava davvero, nella penombra, sempre dopo aver collocato uno dei preziosi segnalibri di zia Adelaide nel pun­to in cui era arrivato, per rassicurare il volume: non lo avreb­be mai più preso in mano, però voleva che il libro non lo sa­pesse, doveva credere che sarebbe stato riaperto proprio lì.


In una di queste albe, il campanello suonò. Dalla finestra aperta vide due vigili urbani e due carabinieri, in tutto quat­tro persone, tre uomini e una donna. Prese i jeans, una ma­glia, i sandali, andò loro incontro vestendosi. I due vigili li conosceva.


A Villombra c’era un famoso ospedale, voluto da un ematologo di fama mondiale. Così avevano anche un Istitu­to di medicina legale, spesso non presente in località simili a quella città di mare. La morgue era dietro il reparto di pe­diatria, faceva corpo con quell’edificio, si vedevano i lettini e le luci azzurrine.


E loro erano lì, stese sotto lo stesso lenzuolo. Non si ve­devano ferite, almeno nella parte che il medico scoprì per l’i­dentificazione. Ma erano cambiate come la morte non po­trebbe cambiare nessuno, a quanto si sa del suo operare.


Erano invecchiate, non si poteva più pensare che fossero ventenni, erano loro, non c’è dubbio, ma sembravano cin­quantenni, per le rughe e le occhiaie, e soprattutto parevano morte per disidratazione.


Una Xsara Picasso andata senza ragioni intuibili fuori strada, contro una roccia sporgente, sull’Apucchio. Imme­diata la scoperta fatta da ragazzi che tornavano da una di­scoteca, rapidissimo anche il trasporto all’ospedale, ma era­no già morte.


Un infermiere aveva detto di conoscerle, pur ignorando i nomi, perché non c’erano documenti, di alcun tipo. Le ve­deva spesso in compagnia del professor Dabormida, e diede il suo indirizzo.


Poi Lelio fornì i pochi ragguagli che poteva fornire, e fu­rono ritenuti sufficienti. Gli proposero di riaccompagnarlo, ma volle andare a piedi e camminò verso il mare.


Era come in un verso di Goethe, e nel titolo di un film che gli era caro: la prima notte di quiete. Ma perché lo era?


Chi aveva mai desiderato, quella quiete? Chi sentiva quella notte come prima? Prima di quale serie?


Avrebbe anche potuto limitarsi ad accogliere il verso e il film come si fa con certi affioramenti, con certi improvvisi ri­torni. Ma voleva capire, e non aveva una traccia, né un sin­tomo.


Del mare all’alba sapeva invece quasi tutto: era ossimorico come lui, ragione fondante di un grande amore. Ansio­geno e infantile, lieto e torbido, malefico e confortante, tru­ce e carezzevole, affettuoso e venefico, salvifico e assassino, mucillaginoso e purissimo.


Lettura di Fulvio Redeghieri

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