29 ottobre
Musica. Luca Serio Bertolini: Manca la polvere da sparo
Cari amici, da Ferrara a Ravenna il passo è breve. Si percorre la statale 16, e si fa una sosta all’Oasi di Campotto, di fronte ad Argenta, dove un suggestivo ambiente palustre, scampato alle bonifiche di inizio Novecento, si fa ammirare nel suo lato selvaggio, fatto di ninfee, canne e prati umidi, sorvolati da aironi cenerini e altri uccelli rari. Arrivati a Ravenna, questa volta non ci lasciamo sedurre dagli ori e dai mosaici bizantini, ma andiamo subito a vedere Guidarello. Chi è costui? Beh, è la statua più famosa di Ravenna, custodita nella Pinacoteca Comunale e scolpita da Tullio Lombardo nel 1525. E’ la lastra funebre di Guidarello Guidarelli, un capitano di Cesare Borgia, ucciso nel
Musica. Romano Viazzani: In the Garden of Gethsemane (di Davor Bobic)
E così, disatteso il sogno di ogni condottiero, di morire sul campo di battaglia, Guidarello si ritrova ricomposto nell’espressione dolorosa della morte, dove però l’assenza di respiro, la freddezza del marmo, lasciano uno strascico di bellezza, la nostalgia di una vita incompiuta. Ed è proprio bello, il volto di Guidarello, tanto da indurre molte donne, molte visitatrici del museo, a chinarsi su di lui per baciargli le labbra fredde. Perché una leggenda, nata non si sa quando, dice che le ragazze che baceranno Guidarello si sposeranno entro l’anno. La cinquecentesca Loggetta Lombardesca di Ravenna, che dal 1972 ospita
Musica. Gabaergica: Come ombra
Veniva da Ravenna il robusto pezzo di post-rock che abbiamo appena ascoltato, “Come ombra” dei Gabaergica. Lasciamo Ravenna, i suoi mosaici, le sue vergini bizantine e il bel volto di Guidarello romanticamente sorpreso dalla morte, per raggiungere Cesena. Siamo in piena Romagna, neanche trenta km in un territorio piatto da percorrere tutto d’un fiato, in parallelo al mare. Con in mente i versi di un poeta cesenate, Ferruccio Benzoni: “Su un fiume / e a poca meraviglia da un mare / – proprio là ci rivedemmo. / Traghettati o no da una memoria / comunque affaticata. / La stagione non importa – se / quasi fiorita / d’oleandri riverberanti, e lampi (…)”. La stagione che accoglie il nostro viaggio a Cesena è l’autunno inoltrato, e la memoria delle cose viste e degli incontri è, come dice la poesia, “comunque affaticata”. Avremmo voglia di cose nuove, di futuro, ma rimaniamo imbrigliati sempre nel già visto e nel già detto, nella ripetizione dell’errore. Gli spazi che racchiudono la nostra esistenza sono spesso desolati; ma meglio di noi, queste sensazioni le esprime un grande pittore, che siamo venuti a vedere a Cesena.
Musica.Neaskenè: E amore sia
Ci piace molto, la pittura di Alberto Sughi, tornato recentemente nella sua Cesena con una mostra di una cinquantina di dipinti che abbracciano quasi mezzo secolo di lavoro. Così noi oggi a Cesena, nelle collezioni d’arte della Cassa di Risparmio, andiamo a vedere un suo grande olio datato 1983-84 e intitolato “Il teatro d’Italia”, che ci sembra riassuma egregiamente il momento di disillusione e stanchezza che il nostro Paese sta vivendo. Il cambiamento, le riforme sempre rinviate: e cosa resta allora? Resta la danza inutile di un Arlecchino attorniato dalle facce di bronzo dei potenti: politici, guitti, imprenditori e magistrati ritratti da Sughi come personaggi in commedia, nel rumoroso teatrino della politica. E’ una pittura di forte impatto teatrale che, come nel ciclo de “
Musica. Morgan: Italian violence (da “Canzoni dell’appartamento”)
E’ anche il pittore della solitudine, Sughi. Della vita inautentica, indagata prima negli ambienti urbani, nelle città, e poi negli spazi chiusi, nelle case, in cui l’esistenza soffoca, priva com’è di affetti veri. Sughi dipinge come se avesse in mano non un pennello, ma la macchina da presa, diceva Fellini. Il film che gira su di noi è impietoso. Guardiamoci allo specchio: ci riconosciamo? Ma forse è ora di mettere un po’ di ordine nelle nostre cose. Di avere una visione chiara, essenziale: classica. Per questo, visto che siamo a Cesena, non ci resta che visitare la splendida Biblioteca Malatestiana, eretta da Novello Malatesta intorno alla metà del Quattrocento e dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. E’ un luogo in cui ci si riconcilia con l’umano. I vecchi banchi di lettura su cui si chinavano i monaci, gli infissi, i manoscritti, i codici miniati: tutto è giunto integro sino a noi, che ci siamo addormentati con la testa sui libri.
Musica. Chominciamento di gioia (danza italiana del XIV secolo)
A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.