15 ottobre 2011
Musica. Franco Battiato. Invito al viaggio
Cari ascoltatori, c’è un paese sull’Appennino reggiano che si chiama Villa Minozzo. Non è un posto turistico, infatti non c’è molto da vedere; è solo uno dei comuni più spopolati della provincia di Reggio Emilia e uno dei più grandi d’Italia. Un posto dove abbonda il vuoto. Perché siamo arrivati qui, allora? Perché a Villa Minozzo è venuta l’idea, allo scrittore reggiano Giorgio Messori, che vi si trovava in vacanza, di intraprendere un “viaggio in un paesaggio terrestre”. Ma cos’ è un “Viaggio in un paesaggio terrestre”? Innanzitutto è il titolo del bel volume di Diabasis, editore di Reggio Emilia, in cui Messori e il fotografo Vittore Fossati sono riusciti a condensare il comune amore per il paesaggio, forti dell’insegnamento di un altro grande reggiano, il fotografo Luigi Ghirri. L’idea di partenza era quella di realizzare un libro illustrato sul paesaggio. “Girando per quelle zone spopolate – ricorda Messori – abbiamo cominciato a prendere appunti su quel che vedevamo, che era essenzialmente un paesaggio naturale”. Poi è sopraggiunto il desiderio di andare in giro per l’Europa a ritrovare luoghi frequentati e descritti da poeti e pittori, per vedere cosa resta di quelle immagini; e se l’eco di quelle immagini può ancora servire da guida a noi post-viaggiatori che abbiamo già visto tutto mille e mille volte.
Musica. Leo Ferrè: Clair de lune
L’idea che sta alla base del libro di Messori e Fossati è che si viaggia per ritrovare se stessi. E’ quello che pensava Proust, d’altronde. In altre parole, con il viaggio si è alla ricerca di qualcosa che in buona parte è già dentro di noi. Quando nell’Appennino reggiano Messori indirizza il suo sguardo alle frane, ai greti dei fiumi, alle rocce porose, alle cave, vuol dire che va in cerca della “terrestrità” del paesaggio, cioè del suo essere “naturale” al punto da escludere l’uomo, come i paesaggi preistorici. Forse è questa illusione di una riconciliazione possibile dell’uomo con la natura, che l’ha spinto ad accettare, qualche anno prima, l’incarico di lettore di italiano in un’università dell’Uzbekistan.
“Nella Città del Pane e dei Postini” racconta la storia di questa esperienza asiatica che tanto ha dello straniamento, dell’esilio volontario, del taglio col passato. Uno straniamento che diventa poi condivisione di vita e addirittura innamoramento, insomma un perdersi e un ritrovarsi. Le pagine del libro rivelano un’Asia remota e tuttavia vicina. Al nostro autore dedichiamo questa canzonetta uzbeka, prima di seguirlo nell’ultimo suo “Viaggio in un paesaggio terrestre”.
Musica. Shahzod: Uzbek Qizlar
“Viaggio in un paesaggio terrestre” comincia quindi dall’Appennino reggiano. L’anno scorso Messori è morto a soli 50 anni. Anche Ghirri non c’è più, da 15 anni. Per noi questi due reggiani sono molto importanti, perché ci hanno insegnato a capire il paesaggio. Il “paesaggio dell’anima” è quello che prende forma dalla rilettura di desideri, nostalgie, suggestioni di viaggi già fatti, fatti da altri o solo immaginati; è quello nel quale alla fine incontriamo noi stessi, in un luogo che ci riconosce e al quale vogliamo appartenere. Il viaggio comincia dal greto del fiume Secchia: risalendo il fiume dalle Fonti di Poiano, Messori e Fossati si chiedono cosa significhi l’aggettivo “terrestre”. I segni della terra li trovano, come dicevamo, nel disordine fangoso delle frane, segno di una terra abbandonata, e poi nelle cave, nelle strade scavate nella roccia, nelle rocce stesse che han dato l’impronta a case e palazzi. A Roussillon, in Francia, lo scrittore e il fotografo restano incantati davanti alla bellezza di una cava da cui si estrae il colore ocra. Da Roussillon prendono il Chemin des Ocres, la strada delle ocre, che è una festa di colori, perché attraversa una vallata costeggiata da canyons sulle cui pareti ci sono tutte le sfumature dell’ocra, dal giallo al rosso e al bruno.
Musica.Ryuichi Sakamoto: Forbidden colours
A camminarci sopra, l’ocra è come sabbia, anzi polvere. “Forse la polvere è ciò che rimane della luce del giorno”; è “la carne del tempo”, diceva Iosif Brodskij. E a Messori camminando in questa polvere ocra, viene in mente il pittore bolognese Giorgio Morandi, uno che la polvere non la toglieva mai dagli oggetti, come le famose bottiglie, che dipingeva. Perché la polvere che si sedimenta è una visione metafisica. La polvere è proprio questo: tempo che passa. Il giorno se ne va, e di tutto quello che è stato, di tutto quello che è successo sotto il sole, rimane polvere. Magari il giorno finisce in gloria. O è stato un po’ sgangherato. Il tramonto lo trascina comunque via. E la musica impolverata che si diffonde è questa, che a noi piace moltissimo, di Bill Wells e Maher Shalal: The dust of months, la polvere dei mesi.
Musica. Bill Wells & Maher Shalal al Baz: The dust of months