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28 Marzo 2008 | Racconti d'autore

“Enciclopedia Tresigallese”

Di Diego Marani, Bompiani, 2006. Seconda parte

Lettura di Mascia Foschi
28 marzo 2008

Dedichiamo anche questa puntata al nuovo libro di Diego Marani, Enciclopedia Tresigallese, in cui l’autore ci offre un ricco inventario di figure, rievocate dalla memoria dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse a Tresigallo, un paese della Bassa ferrarese. Come in un miraggio, ecco delinearsi davanti ai nostri occhi di lettori un catalogo appassionato che ci restituisce il sapore della terra d’origine, l’aroma delle estati assolate, l’inerzia della prima età che vive fuori dal tempo in un paesaggio di alberi, acque, campi e case. Tutto un universo paesano che costituisce l'”enciclopedia” su cui lo scrittore ha imparato a vivere.
Nato a Ferrara nel 1959, Diego Marani lavora come funzionario presso il Consiglio dei ministri dell’Unione europea a Bruxelles. I suoi romanzi sono pubblicati in varie lingue.
 
Da Enciclopedia Tresigallese vi leggiamo La Nevatica, Autoscontro Folloni e I’m easy.

La Nevatica

Una località lungo la strada comunale che esce dal paese verso occidente. Il ponte sul canale, davanti al magazzino frigorifero, all’imboccatura di un viottolo ghiaiato, era uno dei nostri punti cardinali. Tutti fatti d’acqua: ponti, fiumi o canali. Il ponte dell’Eredità a oriente, il Po di Volano a meridione, il Canalone e il ponte d’Assi a settentrione. Erano i limiti del territorio in cui da bambini potevamo correre il rischio di perderci. Ché qualcuno, per un braccio o per un orecchio, ci avrebbe comunque riportati a casa. La strada della Nevatica era un percorso simbolico, un graduale allontanamento da casa, dal paese, dalla gente che ci conosceva. La percorrevamo forse per prepararci, per allenarci al nostro definitivo estraniamento. Ultimo caseggiato paesano, il capannone della fabbrica di trattori segnava l’inizio di un’area nuova e disordinata che si dissipava presto in una vegetazione provvisoria, non più campagna, non ancora paese. Dopo la svolta, la linea delle case spariva alla vista, e un primo brivido ci correva per la schiena. Oltre le paurose spire della centrale elettrica che friggevano minacciose dietro una recinzione spinata, appariva il rettilineo, la visione fumosa dell’orizzonte. E lì ci assaliva l’ansia della lontananza, assieme alla foga di raggiungere il vietato confine.
Si incontrava ancora qualche villa, un sontuoso fienile guardato da antiche rubinie contorte. La familiare casa di un mio compagno di scuola mi dava un passeggero sollievo: potevo ancora tornare indietro, scoppiare a piangere e far chiamare la mamma a telefono. Ma più oltre, la vecchia fattoria che puzzava di letame e il caseggiato della manifattura di tabacchi erano le nostre colonne d’Ercole. Dopo veniva l’immensità dei campi di barbabietole. O due pareti di ripido granoturco. A seconda degli anni, perché la nostra campagna muta in continuazione, senza muoversi brulica e sciama via in un nugolo di imprendibili differenze. Gli alberi, le colture, i canali sono segnali cangianti e caduchi che da una stagione all’altra la natura scioglie e plasma in nuove forme. Eppure nessuno di noi confonderebbe mai la propria con l’altrui campagna. Noi non possiamo contare su nulla di duraturo e quando cerchiamo di ritornare nessun paesaggio ci viene incontro, nulla ci annuncia la prossimità del traguardo. Possiamo solo sentirlo di essere arrivati a casa. Nel preciso incrocio di due venti, nel cadere della luce, nell’odore di un’ ora del giorno, nel ronzio d’un filo elettrico nella nebbia. Per questo il nostro è sempre un ritorno imperfetto, che non placa mai e che dobbiamo incessantemente ripetere. Entriamo e già siamo usciti, ci volgiamo e subito siamo perduti. Ogni luogo contiene un enigma. Indecifrabile perché disumano. A ognuno viene assegnato il proprio. Come il colore degli occhi, come le pieghe incancellabili del carattere. Crediamo di liberarcene fuggendo. Ma lui ci segue ovunque, ci abita come un fantasma.
Così il ponte della Nevatica, lontanissimo e vicinissimo, era per noi un valico. Ad andare oltre, ci si avventurava nella vastità ignota della pianura. Ci si esponeva ai capricci del vento, che pedalando sorvegliavamo sull’erba. Per sapere sempre da che parte soffiasse, per misurarne la forza e non farci sorprendere sulla via del ritorno dallo scirocco tenace e salmastro che la sera dal mare risaliva i canali.

Autoscontro Folloni

All’inizio dell’estate arrivavano sulla piazza i due autocarri rossi dei fratelli Folloni. Sempre allo stesso posto, gli stessi omaccioni dal ventre ogni anno più gonfio stendevano la pista d’acciaio, montavano i parapetti di plastica colorata, la pedana di legno, i tubi
al neon attorno alla rete che mandava scintille. Intanto le donne allestivano gli alloggi, tiravano i fili per stendere i panni fra i due autocarri, arieggiavano le lenzuola, mettevano delle pentole a bollire. Nel pomeriggio, prima che si accendesse la musica, bambini della mia età, con i piedi sempre sudici e la pelle annerita dal sole di decine di altri accampamenti, collaudavano l’impianto seduti spavaldamente sul bordo delle vetture. Li vedevo dalla terrazza di casa mia, invidioso di tutte le corse che potevano permettersi senza spendere un soldo. Ché a me invece i gettoni colorati dell’autoscontro erano razionati. La sera gli altoparlanti mandavano canzoni alla moda. Sulla terrazza soffiava un poco di vento e io guardavo la gente di sotto, le facce sorridenti, gli zuccheri filati, i tirassegno affollati, le luci vorticanti. Non sapevo che la felicità si potesse suscitare. Credevo che si dovesse appostarsi a lungo per catturarla. Come una rara farfalla. Ancora oggi, a scandagliare il mio cuore sento che una delle mie più radicate tristezze nacque in quelle sere, mentre guardavo le coppie di fidanzati ridere sotto le scintille azzurre dell’autoscontro Folloni e sentivo volare via da me qualcosa che non ritornò mai più.

I’m easy

Sarà stata la volatilità di quella sera, il cinema vuoto, la città sprangata per le ferie estive, il cruscotto illuminato nel buio del ritorno. O l’incombere misterioso d’un sogno che con l’insistenza della frequentazione avevo reso reale. Fatto sta che anche se il motivo della colonna sonora di Nashville dura tre minuti e sette secondi, come in un buco nero c’è caduta dentro tutta intera la mia estate del 1977 . Oggi ancora, appena Keith Carradine attacca a cantare sopra l’assolo di chitarra, la sento rigirarsi viva e mostruosa dentro di me. Come una vecchia balena degli abissi, incrostata di conchiglie e coperta di alghe, viene a galla a chiedermi perché, per quale crudeltà l’ho conservata e non l’ho invece lasciata morire nelle nebbie di settembre. Rivedo le saghe paesane accese nella campagna, la discoteca all’ aperto, i fondi di bicchiere con le cicche spente dentro, le spiagge puzzolenti di piretro, il mio personale Tennessee scorrere davanti ai finestrini d’una corriera vuota. Le albe fumose che rivelavano infine alla luce la topografia della pineta notturna, nel buio densa di oscenità e di mistero, di lubrichi sospiri, di risate sguaiate e sotto il pallido sole invece così spinosa e inospitale. Rivedo lo specchio e il mio volto imberbe, la strada come una corda, il miraggio azzurro. Cantarle una canzone non sarebbe stato niente, anche dal palco della festa dell’Unità o dal microfono del disc jockey avrei potuto farlo. Il più era dirle che c’ero. Quasi credendoci, la cercai fra le poltrone quando s’accesero le luci in sala e sullo schermo ancora scorreva la sigla. Poteva essere lì, seduta a poca distanza da me e solo a sentire Keith Carradine aver capito tutto. Senza che io dovessi provare a spiegare. Cantai sì, infine cantai. Facendo zittire le cicale una sera d’agosto, solo sull’ argine del Po.

Brano corrente

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