Nato a Ferrara nel 1959, Diego Marani lavora come funzionario presso il Consiglio dei ministri dell’Unione europea a Bruxelles. I suoi romanzi sono pubblicati in varie lingue.
Da Enciclopedia Tresigallese vi leggiamo La Slupandrà, il racconto di un bellissimo sogno estivo, desiderio fallito dell’adolescenza.
LA SLUPANDRA’
Nessuno di noi faceva gran caso alle facce dimenticate degli emigrati che d’estate ritornavano in paese con le loro Millecento targate Torino. Se qualche vecchio operaio ci sembrava d’averlo visto tanto tempo addietro su qualche impalcatura, i figli e i nipoti dal1’accento straniero ci erano completamente estranei.
Indossavano spregiudicati vestiti alla moda e si muovevano goffi sulla bicicletta, con la prudenza esagerata dei cittadini. Trascorrevano vacanze appartate. La mattina andavano al mare, la sera restavano sui loro terrazzi e se qualche volta s’avventuravano nella gelateria di CàrIes, rimanevano seduti a un tavolino a parlare fra loro. Anche i nostri coetanei ci evitavano timorosi. Segretamente sentivano che la loro presenza un poco ci irritava. Che èra indelicato, quasi villano, il loro intrufolarsi nella nostra intimità paesana. Del resto a noi sarebbe parso ridicolo fare la loro conoscenza. Non ci sembravano le strade del paese una sa:nografia adatta a stringersi la mano dichiarando il proprio nome e promettendosi amicizia. Ché per noi l’amicizia era una sofisticazione da intellettuali. Quel che davvero ci legava, più profondamente d’una libera scelta, era l’estenuante intimità cui ci costringeva 1’angustia del paese. Senza curiosità, senza pudore conoscevamo di noi vizi, passioni, sogni e paure. Nulla ai nostri occhi giustificava dunque lo sforzo di offrire confidenza a individui che sarebbero scomparsi a fine mese. Ma la ragazza dalle lunghe gambe che ai primi d’agosto prese a girare per le strade assolate del pomeriggio attizzò in noi un’ ansia nuova. Dall’ ombra del bar ci alzavamo per guardarla passare. Pedalava svogliatamente, inarcando le spalle e allargando le gambe sulla bicicletta troppo bassa per lei. Non aveva il pudico imbarazzo che turbava le nostre compaesane quando si sentivano i nostri. sguardi addosso. Anzi ci osservava incuriosita e consapevole dell’ attenzione che suscitava. Ci sfidava a uscire allo scoperto, ad andarle incontro sotto il sole bruciante. Ma nessuno di noi s’azzardava a fare un passo verso di lei che annoiata s’appoggiava con un piede a una panchina della piazza e restava lì a trastullarsi, svitando il coperchio del campanello o riallacciandosi mille volte il cordoncino di cuoio che portava legato alla caviglia. Noi accovacciati nella terrazza fingevamo indifferenza, ma ciascuno segretamente pensava a come avvicinare la nuova venuta senza attirarsi lo scherno degli altri e veder così naufragato il suo approccio. Serviva un incontro appartato, il momento in cui usciva di casa la sera per venire in gelateria. Ma eravamo sempre troppi a bazzicare distrattamente sotto i portici della palazzina dove era venuta ad abitare. Quando vestita d’un cotone bianco sorgeva luminescente dal portone e s’addentrava nel buio azzurrato della piazza, una frotta d’ombre le correva intorno e la precedeva sotto i neon della gelateria. Ci stordiva la sua pelle abbronzata, la bocca molle e nervosa, lo sguardo appuntito, il sorriso sicuro e un poco insolente. Quel modo compatto che aveva di incedere, con tutti i muscoli aperti, col seno carico e pulsante, ce la faceva apparire nuda. Fu uno di noi che prese a chiamarla Slupandrà, un pomeriggio in cui di nuovo era venuta a sfidarci mostrandosi davanti alle tende del bar. Ci divertì e ci turbò quel nome spudorato che nella sua bagnata volgarità ricordava sbattimenti carnali. E dare un nome alla femmina che aveva seminato il disordine nella nostra reclusa quiete estiva ci placò brevemente l’animo. Potevamo ora chiamarla nei nostri sogni, insultarla, implorarla. Di possederci o di risparmiarci.
La Slupandrà ne voleva uno solo di noi, ma non sapeva ancora quale. Questo era l’insopportabile. Dopo tanto esitare rompemmo gli indugi e abbandonammo i nostri nascondigli per sfidarci apertamente sotto i suoi occhi. Appena arrivava in gelateria, scavalcavamo le siepi, abbandonavamo le panchine e la circondavamo muti come selvaggi. Le offrivamo dieci gelati o dieci limonate, le proponevamo dieci passeggiate diverse o dieci volte la stessa. Lei magnanima concedeva un sorriso a tutti senza favorire nessuno. Apprezzava la nostra gentilezza e si mostrava divertita dalla focosa cordialità con cui facevamo a gara nell’intrattenerla, pronti a prenderci in giro l’un l’altro per farla ridere, a raccontare barzellette che sapevamo già, a inscenare vecchie commediole di paese, spesso incomprensibili per chi non ci viveva e raccontate un numero tale di volte che nella foga del narrare ne tralasciavamo interi pezzi. Andavano sottintesi, come tanta parte del nostro parlare, che si sfoltiva via via del superfluo per ridursi a un gergo tribale. E proprio una tribù di litigiose scimmie dovevamo sembrarle mentre le saltavamo attorno battendoci il petto. Dopo il gelato la Slupandrà saltava in bicicletta nel tentativo di scrollarsi di dosso il nostro lusinghiero ma soffocante ossequio. Noi le eravamo subito dietro, coi fanali accesi, con le dinamo urlanti come zanzare infuriate. Sciamando dalla gelateria al circolo del tennis, dal viale alle panchine della piazza, la pedinavamo in un estenuante volo nuziale che non si concludeva mai. Fino a quando davanti alla finestra sopra la terrazza si affacciava l’ombra scura di un energumeno in canottiera. Allora la Slupandrà ci salutava tutti e scompariva nel portone buio. Noi mettevamo le biciclette a mucchio e restavamo ancora a lungo sotto le sue finestre ad accusarci reciprocamente, a rinfacciarci goffaggini e tradimenti. Tentavamo perfino di negoziare vergognosi patti, di serrare alleanze e improbabili turni. Ma la Slupandrà era una preda che prima di poterci spartire dovevamo conquistare. Ce la lasciammo invece rubare da un predatore molto più accorto di noi.
Gubàz era uno di quei ragazzotti di campagne lontane che la sera venivano in paese attirati dalla luce come le falene. Cavalcava un motorino brutto e rumoroso, con il serbatoio giallo, la sella lunga e il manubrio corto e basso che gli faceva prendere una posizione di proiettile umano quando si lanciava a tutta velocità nel rettilineo in direzione del mare. Arrivato in paese, alzava il collo corto e scendeva guardingo dal motorino come si scende da cavallo. Camminava con un passo azzoppato, vacillando sulle gambe tozze e arcuate. Si girava attorno palpando l’aria con le narici come per accertarsi che non vi fosse pericolo. Dalle braccia troppo lunghe le mani gli pendevano come protesi inerti. Parlava poco, con un accento così forte da sembrare osceno. Non aveva espressione il suo grugno prominente e ossuto, scurito dalla cupa abbronzatura dei campi, quella che costa fatica e non profuma di olio solare. Ma Gubàz era un cacciatore e sapeva tendere le sue trappole. Aveva aspettato nell’ombra mentre noi ci accalcavamo vanamente attorno alla Slupandrà. L’aveva guardata di lontano lanciandole messaggi segreti con il suo sguardo rapace. Una sera, mentre noi come al solito le ronzavamo intorno fastidiosi e importuni, lui accostò il suo motorino scoppiettante al marciapiede e sgasò un’accelerata fragorosa sopra il nostro chiasso. Non ebbe neppure bisogno di chiamarla. Con quattro leggeri passi lei saltò a cavallo della sella nera e le sue braccia delicate si strinsero forte al petto marmoreo. Gubàz allora innestò la prima lanciando il motore urlante verso i frutteti bui. Per tutto il resto di quel mese d’agosto vivemmo trincerati dietro il recinto di siepi del bar.. Nessuno nominò mai più la Slupandrà. Carichi di rancore, ci lanciavamo talvolta sguardi caustici e velate accuse. Ma come se fossimo complici d’un orrendo crimine, il suo ricordo ci vincolava e senza poterlo evocare non riuscivamo a separarci. La colpa inconfessabile ci teneva incatenati l’uno all’altro, inchiodati alle poltroncine di plastica stinta sotto la veranda del bar. Così restavamo ad aspettare nel buio fino a notte tarda, quando l’urlo del motorino di Gubàz che riportava a casa la Slupandrà tàgliava l’acqua fonda della campagna e veniva a smorzarsi nelle strade del paese. Scorgevamo il suo fanale tremulo baluginare sull’asfalto in fondo al viale prima di riaffondare nell’oscurità. Piantando le stridenti marce della sua moto come pugnalate nel nostro orgoglio, Gubàz ritornava veloce verso le terre misteriose di cui era l’incontestato signore.
Fu nella luce rossa di settembre che capimmo a quale pericolo eravamo scampati. Già da tempo la Millecento targata Torino era scomparsa dalle vie del paese. Il sole si era velato, il cielo notturno intorbidito, e talvolta la mattina aprendo la finestra ci investiva il soffio freddo della nebbia che sapeva di frutta marcia, di foglia appassita. Càrles aveva rimesso dentro i tavolini e ridotto a due soltanto i gusti del suo gelato. Solo poche biciclette si accostavano la sera al marciapiede della gelateria. Ripartivano subito, senza gioia nei fanali. Ma Gubàz era là, sotto il portico dall’altro lato della piazza. Seduto in sella al suo motorino e appoggiato a un pilastro, rigido come un monumento equestre divelto dal suo piedestallo. Le braccia conserte, il collo leggermente piegato di lato, aveva occhi sciatti e tremanti. Tutto era freddo e spento nella piazza, ma Gubàz bruciava e chi passava di là ne sentiva l’insostenibile, scandaloso sfrigolio. Lo consumava un male a noi ancora sconosciuto, di cui osservavamo attoniti i sintomi sul cacciatore solitario. Ma il sollievo di esserne scampati non bastava certo a dissipare la paura del contagio. Colti da invisibili pruriti e da calori improvvisi, sentivamo che eravamo anche noi contaminati e che presto avremmo cominciato ad ardere come Gubàz. Dalla città morbosa e perversa, la Slupandrà aveva seminato in paese una malattia cui nessuno di noi sfuggì. Ne uscimmo con il volto diverso, cambiati nell’animo, più schivi e desiderosi di solitudine. Mai davvero guariti.