10 aprile 2008
Continuiamo la lettura di un documento eccezionale: i diari, pubblicati per la prima volta, di Francesca Alinovi, la bella docente dell’Università di Bologna e critica d’arte, barbaramente uccisa il 12 giugno 1983 nel suo appartamento nel centro storico di Bologna. Da New York, dove andava spesso, Francesca aveva portato a Bologna le suggestioni colorate dei graffitisti americani. Interessata alle avanguardie e alle contaminazioni tra le varie arti – pittura, teatro, fotografia, fumetto, musica, aveva tenuto a battesimo un gruppo di giovani artisti, gli Enfatisti, che facevano capo alla galleria d’arte Neon. Francesca è stata trovata dalla polizia nel suo appartamento pieno di libri e di dischi in una pozza di sangue, coperta da due pietosi cuscini e con un fiore di plastica accanto. Della sua morte è stato subito accusato un suo studente, poi condannato con sentenza definitiva.
25 febbraio 1981
L’incontro con la persona che l’avrebbe uccisa.
Lo scalpo da moicano, romano-napoletano, chi sa dove. Un amore da racconti di Pasolini. Folklore, amore romantico, pittoresco. Un ragazzino: 10-15 anni di differenza di età. Ha il mio nome e mi somiglia nell’italico aspetto bruno. Assomiglia a me bambina, zingaresca e scalza sulla spiaggia di Forte dei Marmi. Assomiglia alla mia versione al maschile, quello che avrei voluto essere.
Non so nulla di lui. Fino a ieri non sapevo nemmeno il suo nome. Sapevo solo che mi somigliava. E che mi piaceva perché mi somigliava. Poi ho capito che il suo nome è Francesco.
Mi piace come se fossi una ragazzina di 13 anni. Mi piace come se non mi fossi mai presa una cotta in vita mia. Mi piace come se fossi fresca fresca di esperienze, senza averne passate di tutti i colori, come su questo quadernetto indiano si può leggere. Non dormo nemmeno più, come se non avessi passato infinite notti insonni per altri uomini.
E’ quasi primavera, e io, come al solito, sono pazza di un “lui” che questa volta vedo più che altro come il riflesso di me. SENTIMENTALONA!
9 agosto 1981
Un momento di depressione
Non credevo di arrivarci. Invece, anche quest’anno, ecco il baratro della depressione, il fondo dell’esistenza plumbea sconfinata. L’anno scorso opachi cieli d’India, ma con tramonti rossi lussureggianti, ebbrezza, vertigine, delirio di suoni, colori, sensazioni. Quest’anno grigio su grigio dietro le grate della mia prigione simbolica. E neppure più il brivido di provare l’indifferenza neutra e bianca. Quella la sto già provando da un anno e nessun cambiamento si profila all’orizzonte.
Un’emozione e un desiderio di sesso stroncato sull’inizio senza più nessuna esperienza concreta. Vivo la mia illusione di morte, senza nemmeno più provarne l’incanto dell’elusione. La mia morte è reale. Capelli neri su carne bianca e stanchezza di labbra viola.
11 agosto 1982
Francesca scrive sul treno per Istanbul.
Dimenticare la mia storia con Francesco, rigenerarmi da nuova, punto e accapo. Il mio desiderio d’amore non è tanto di sesso, come in Kerouac, regressione all’utero materno. Ma lo è, in quest’ultimo senso. Non sesso, ma regressione sì, involuzione dentro al bozzolo, dentro al nucleo originario informe. Per questo il mio amore non è tanto individuale ma cosmico. Il cosmo generato dalla mia sensibilità vulnerabile, dalle mie vibrazioni. Per questo ieri ho telefonato a Francesco, per non perdere l’onda degli spasimi, per non arrestare la mia famelica voglia insaziabile di sentirmi [incomprensibile, n.d.a.], di sentirmi al centro di uno sconvolgimento cataclismico.
15 agosto 1982
Sta finendo la vacanza a Istanbul e Francesca vive un altro momento di tormento interiore.
Quasi alla fine del viaggio: viaggio spirituale, rito di iniziazione, pellegrinaggio di purificazione dal passato[…]. Difesa contro la vita e in preda alla morte. Morire significa anche arrendersi, lasciare che le intensità di passione sfuggano di mano. Morire è rendersi volutamente passivi, aderire all’indifferenza con cui le cose non si toccano ma semplicemente si fronteggiano guardandosi, adottando un semplice rapporto visivo.
Girare a Istanbul è come farsi trapassare da migliaia di falli appuntiti come trapani. Organi sensazionali, deformi e ipertrofici, vaganti per le strade. Orrori, degenerazione fallica. Schifo.
Le lapidi sono fitte e irte come falli: monumento, questo cimitero, alla fallomania nazionale.
Stirpe maledetta, io ti detesto per il tuo squallore, la tua volgarità, la tua miseria sessuale. Ti detesto per aver risvegliato la mia sessuofobia, per avere rinfocolato le mie voglie […]. Rinserrata, qui, tra le pareti della mia stanza, sono stretta d’assedio, non posso uscire per il ristorante, non posso passeggiare lungo i marciapiedi.
Maledetti gli uomini per le violenze psicologiche che esercitano sulle donne, per la paura archetipa, infinita, che suscitano nella loro psiche. Maledetti per la loro volgarità turpe e immonda. Vi odio. E fate schifo.