Scritto negli anni che vanno dal 1938 al 1940, II mulino del Po è indiscutibilmente la prova più alta, compiuta e celebre di Riccardo Bacchelli. Con il largo disegno e l’ampio respiro di un poema, la narrazione abbraccia le vicende di un’antica famiglia di mugnai fluviali sul Po e nella città e terra di Ferrara, nella prospettiva di un secolo di storia d’Italia e della sua gente, dal 1812 al 1918.
II romanzo è suddiviso in tre grandi parti o tempi: Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre nuovo. Gli eroi di questa poderosa saga sono gli Scacerni, tre generazioni di molinari che, dalla ritirata di Napoleone in Russia alla Grande Guerra, partecipano intensamente, in modo diretto o indiretto, alla vita politica e sociale del nostro paese.
Per la varietà e ricchezza umana dei personaggi, per la multiforme successione degli avvenimenti storici e naturali, per il tono intenso e drammatico, Il mulino del Po costituisce una vera epopea degli umili, densa di altissima poesia, e si colloca autorevolmente fra le opere più insigni della letteratura d’ogni tempo.
L’assedio di Bologna I
Sempre, a memoria dei più vecchi,
La facciata, infatti, guarda al fiume, e tra il sagrato e l’argine che lì s’incurva alto e massiccio a proteggere quella punta ardita di terra in un gomito del Po, non v’è spazio da capirci un paese, per quanto minuscolo. Le case dunque, per la più parte, sono nate dietro la chiesa, verso la campagna; ma non fu sempre così, chè la punta si protendeva più lontana e più agiata nel fiume, che prendeva più larga la svolta; e c’era golena abbastanza larga e salda da starci varie case e una fornace, anche se nelle piene grosse il fiume saliva a spegnere il fuoco nei fornelli. Era chiamata Fornace Guerra; e il vecchio limo del Po dà mattoni d’eccellente qualità. Ma per risalire a quei tempi non basta la memoria dei più vecchi. Le mappe catastali antiche segnano pezzi di terra coltivati e fabbricati, che il fiume s’è presi da tant’anni, insieme alla golena. Così dunque il grosso delle case si raggruppò dietro la chiesa, via via che il fiume serrava più da vicino; ed essa parve che le coprisse, umili, come la chioccia i pulcini, avvistato il falco.
Ma a chi veniva da Ro e dal Ponte della Pioppa per la strada dell’argine vecchio, innanzi il gomito e la stretta del fiume, si offriva un resto della Guarda di prima: un borghetto di frusti abituri, anche più umili, acquattati fuor di mano negli orti e nei campicelli e fra piccoli boschetti di pioppi, che si chiamava, per scherzo, il Ghetto della Guarda. A questo seguiva Piazza Vecchia, rimanenza anch’essa della Guarda d’una volta, col cadente campanile dalla base interrata. Lo si faceva risalire, questo, a tempi anche più remoti, specola militare di quando nelle acque della Polesella e delle Guarde, e di Po e di Volano, il grande artigliere Alfonso e il pugnace cardinale Ippolito da Este espugnavan le galee dei veneziani; e ciò sa ogni lettore dell’Ariosto; o come quando alla Polesella battagliarono per passare gli imperiali del Principe Eugenio contro i soldati del re di Francia. E lo volevan dire ancor più antico, e di molto, e che fosse un faro dei tempi in cui le lagune navigabili si stendevano fin lì.
Da Piazza Vecchia alla chiesa ed alla Guarda nuova, s’andava per una stradetta mezza campestre, detta Via Barchessa. Rimanendo dunque il campanile discosto assai dalla chiesa, sagrestano e campanaro, durante le funzioni, si intendevano a segnali. Sull’altro lato della chiesa, alla destra c’era il camposanto; e non era il primo, e non è stato l’ultimo, poichè più tardi è stato portato più dentro terra, quasi il fiume, non contento nè stanco mai di premere e d’angariare i vivi, abbia voluto far migrare anche i morti.
E avercela coi morti il fiume, pareva anche più esoso al mugnaio Lazzaro Scacerni, che diceva:
– I vivi s’ingegnino a difendersi, che sono al mondo per questo: i morti hanno da esser lasciati in pace.-
– Come se bastasse dirlo ! – gli rispondevan quelli della Guarda, stringendosi nelle spalle, fra il riso e il dispetto: – Eppoi, a chi dirlo? Al Po?-
– Io so che per mio conto, se il fiume dovesse travagliarmi anche da morto, preferisco che mi porti via in un giorno di piena, e che mi seppellisca lui nelle sue sabbie. Almeno morirò come sono vissuto, da mugnaio di fiume.-
Ridevano di cotesti scuri e bizzarri desiderii
– Qui siamo nati, e qui saremo sepolti; che volete farci?-
– Buono per voialtri che ci siete nati; ma io no. Per me, il vostro camposanto affogato non serve.
Sapevano da un pezzo, gli amici della Guarda, e specialmente i Chiccoli, che abitavano in Ghetto col negozio di ciabattino, sapevano da un pezzo che Lazzaro aveva cotesta ubbia di aborrire da quelle fosse, nelle quali, per poco scavo, trapelava l’acqua. Ma che malgrazia era quella di venirglielo a rammentare a loro del paese?
Che in terra di Guarda non ci fosse pace lunga nè per vivi ne per morti, era, a dirlo, il peggiore augurio, tanto più da che, dopo la piena lunga del ’39, il fiume s’era messo a rodere a ridosso della Guarda, cominciando propriamente dalle Nogarole, dov’era la piarda di padron Lazzaro coi mulini San Michele e Paneperso. Dieci anni ormai, e quegli antichi « froldi uniti », di Nogarole e dell’Antonella e di San Guglielmo, erano ridiventati froldi di fatto oltre che di nome, cioè argini senza proda, lambiti dalla corrente. E questa accennava a rodere anche la golena del terzo froldo, di Fornace Guerra e della Guarda. Questo fatto conduceva a ripensare che le arginature dei froldi uniti erano deboli e miserelle. Lo sapevano; lo dicevano, capitando l’occasione, agli uomini del magistrato delle acque; ma Lazzaro, galantuomo sì ma strano, pareva davvero volesse chiamare la disgrazia sul paese. Si stringevano nelle spalle sentendolo inveire.
Il fatto è che colui, invecchiando, mentre sull’acqua, a bordo del mulino, si sentiva sicuro e aveva amica severa ma onesta quella gran forza del fiume, in terra se la sentiva addosso e sopra nemica, peggio che soverchiatrice, insidiosa e maligna.
Lettura di Mascia Foschi