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3 Marzo 2008 | Racconti d'autore

“II mulino del Po”

Di Riccardo Bacchelli, Mondadori, Milano, 1957. Seconda parte

Scritto negli anni che vanno dal 1938 al 1940, II mulino del Po è indiscutibilmente la prova più alta, compiuta e celebre di Riccardo Bacchelli. Con il largo disegno e l’ampio respiro di un poema, la narrazione abbraccia le vicende di un’antica fa­miglia di mugnai fluviali sul Po e nella città e terra di Ferrara, nella prospettiva di un secolo di storia d’Italia e della sua gen­te, dal 1812 al 1918.
II romanzo è suddiviso in tre grandi parti o tempi: Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre nuovo. Gli eroi di questa poderosa saga sono gli Sca­cerni, tre generazioni di molinari che, dalla ritirata di Napoleo­ne in Russia alla Grande Guerra, partecipano intensamente, in modo diretto o indiretto, alla vita politica e sociale del nostro paese.
Per la varietà e ricchezza umana dei personaggi, per la multiforme successione degli avvenimenti storici e naturali, per il tono intenso e drammatico, Il mulino del Po costituisce una vera epopea degli umili, densa di altissima poesia, e si colloca autorevolmente fra le opere più insigni della letteratura d’ogni tempo.

L’assedio di Bologna I (seconda parte)

 Guardando i froldi uniti, al cui piede il fiume ro­deva, rodeva continuo, gli pareva di scoprire l’altra faccia del Po, la faccia placida e finta ch’esso mostra ai terrieri, mentre quella che faceva a lui sul mulino poteva esser terribile, ma sempre schietta. Dal ’39 non c’erano più state piene disastrose, e ciò peggio lo inquietava: come avrebbero resistito i froldi? Risen­tiva un’ansia, come nei primi anni in cui s’era ap­piardato alle Nogarole, mugnaio novello, quando una fila d’annate buone e tranquille gli aveva fatto teme­re che la fortuna gli fosse per rompere addosso ine­sperto. E senz’addarsene, espertissimo e sicuro del fatto suo, rinnovava i discorsi dei mugnai anziani d’allora, che l’avevano indispettito tanto : che il Po bisogna averlo visto cattivo, e altrimenti non si sa chi è; e che fa il buono per addormentare la gente; e che ha molte maniere di piene e mille di disgrazie
Che cosa credete di sapere voialtri, che nel ’39 eravate ancora troppo ragazzi per capire le cose?

Quest’ultima interrogazione la rivolgeva ai giova­ni, che l’udivano con impazienza e fastidio, mentre i vecchi sapevano angustiarsi, ma non altro potevan fare, e l’ascoltavano come incantati. E allora, perchè spazientire gli uni ed angustiare gli altri? Perchè allo Scacerni sarebbe piaciuto vendere il podere a Ponte della Pioppa, staccarsi da ogni servitù terriera, e ri­dursi colla moglie Dosolina e col fedele Schiavetto a bordo del mulino appiardato accanto a quello di Ce­cilia Rei, padrona del Paneperso, e donna di fiume. Invecchiando, era come un ritorno, inquieto e fanta­stico e finalmente impotente, agli spiriti e alle voglie della gioventù. Sul mulino bastava salpar l’ancora, e viva la libertà !

Ma come fare anche soltanto a discorrerne con quella sua donna, com’egli diceva mezzo stizzito e mezzo ridendo, persa dietro le galline e il porcello, innamorata dei bachi da seta? Senza dire che era sempre infatuata dell’ingegno del figlio, di Giuseppe Coniglio mannaro; e questi, alieno più che mai dalla vita del mugnaio, aveva ripreso con nuova lena da qualche tempo i suoi traffici mercantili. Così stavano le cose alla Guarda e al Ponte della Pioppa, e sui mu­lini, famosi a chi conosce la storia, o vuoi poema, del Mulino del Po.

Dopo i fatti del ’48, San Michele e Paneperso era­no rimasti sulla’ riva veneta, requisiti dagli austriaci, mentre la repubblica veniva proclamata anche in Ferrara. E poi Roma era stata assediata dai francesi; e gli austriaci erano entrati in forze nelle legazioni, a rimettere gli stemmi e le magistrature del papa, te­nendosi il potere: ciò che a Ferrara, dove del resto gli imperialregi non avevano mai sguarnita la Fortezza, accadde nella prima quindicina di maggio del ’49.

Quei mesi di sequestro erano sembrati molto lunghi a padron Lazzaro, che male sopportava la piarda disadatta, già che si sa che il San Michele era co­struito per lavorare nella correntia di destra; male quel che a lui pareva sull’altra ripa un esilio; e peg­gio di tutto la prepotenza.

Io sono diceva suddito del papa, e questi tedeschi non hanno diritto di comandarmi e di spa­droneggiare così sulla riva del papa.
Hanno la forza, obbiettava con una sua vec­chia e nuova mitezza untuosa Coniglio mannaro, sopra una riva e sull’altra, la forza.
Non è una ragione !
Trovatene una più forte voi.
Io so che dal fiume non mi è venuto mai altro che bene, anche quando ha fatto il cattivo. E non è forte il fiume?
– Già! E cotesta gamba zoppa, a chi la dovete?
Il fiume me l’ha rotta, ma me l’ha sconciata il cerusico ! Il fiume è sempre galantuomo, e tutti i mali e gli intrighi e le ingiustizie vengono da terra. Se il fiume ha voglia di metterla sotto, ha ragione.
Interveniva Dosolina
La volontà di Dio, Lazzaro, la volontà di Dio. Sì, sì, sicuramente; ma gli uomini la cimentano troppo !

Fatto sta che in quei mesi Coniglio mannaro aveva trovato da fare sull’altra riva, e di che riaprire il cuo­re alla speranza, su tutte ambita da lui, di far guada­gno. Aveva cominciato coll’abboccarsi cogli austriaci della bassa forza, che venivano a far macinare il gra­no per ordine militare, senza il più piccolo riguardo a essere il mulino d’un suddito del papa. Padron Laz­zaro, poichè il sopruso gli guastava il fegato, era stato contento che parlasse lui con quella a gente dalle brache infilate dentro gli stivali ». Coniglio mannaro, impratichito della loro lingua per quel tanto che gli serviva, allogato in uno stallatico della Guarda veneta il suo barroccino e il bolso e arrembato Fulmine, s’era messo a andare innanzi e indietro da Santa Maria Maddalena, di fronte al Lagoscuro in co del ponte, dove l’intendenza austriaca aveva uffici e comandi per il vettovagliamento della Fortezza. Egli s’era riad­domesticato presto cogli austriaci, ritrovandoli preoc­cupati, come al tempo ch’era stato fornitore di gra­naglie alla Fortezza, di quel vettovagliamento, tanto più difficile nei primi mesi del ’49, durante ì quali la città stava in repubblica e il presidio della Fortezza era quasi assediato.

Quando, il 19 febbraio, il famigerato generale Haynau fece una punta in forze su Ferrara, a mettere la gran taglia, a levare ostaggi, a intimare imposizio­ni e a fulminare minaccie, ciò fu non solo per vendi­care oltraggi repubblicani e per restituire col timore il prestigio dell’aquìla a due teste, ma anche proprio per vettovagliare la Fortezza. Ebbene, una certa quantità di sacchi di farina portati da Haynau, furo­no procurati da Coniglio mannaro, che sapeva l’arte non facile dì persuadere i contadini a cavar fuori il grano dai nascondigli, dove l’avevan fatto sparire per via di tanti moti e subbugli; durante i quali, il ferra­rese rivierasco, l’anno innanzi, più d’una volta era stato trattato da terra di conquista.

Lettura di Mascia Foschi

Brano corrente

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