26 febbraio 2009
Eumeswil, piccolo editore indipendente, ha proposto nel 2007 una nuova edizione di Ecstasy Love, terzo romanzo di Eliselle, nata a Modena nel 1978 e autrice anche di Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Effedue, 2005) e Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio, 2006). L’ultimo lavoro della scrittrice modenese è Fidanzato in affitto, uscito nel 2008 per la Newton Compton dopo il romanzo storico Francigena scritto con Gabriele Sorrentino e Simone Covili.
Laureata in storia medievale, Eliselle scrive su diversi portali on line e ne coordina uno tutto suo, Delirio.net. E’ stata definita in un articolo “la voce emiliana della sensualità e dell’erotismo”.
Ecstasy love è il racconto dell’iniziazione di una diciassettenne agli anni Novanta, dove le discoteche della provincia emiliana svettavano come cattedrali di luci e suoni in mezzo al deserto di adolescenti annoiati. Il romanzo è dunque il “ritorno” di una trentenne – la stessa autrice – sui luoghi e i misfatti di quegli anni, tra musica, amori, pasticche, estasi (ecstasy) e deliri, alla ricerca di un modo per sopravvivere – almeno nel ricordo – ai meravigliosi e terribili anni dell’adolescenza, quando ci si sente come “nel guado di un fiume”, in mezzo alle correnti che ti allontanano dalla riva (i genitori) e ti portano chissà dove: o forse dove tu vorrai.
IO E LUI SOLI (ilmiofruttoproibito)
(tratto da Ecstasy love di Eliselle, Eumeswil Edizioni, 2007).
Ieri è stata una serata pessima.
Un primo insipido, un secondo bruciacchiato e un dessert a dir poco penoso.
Io ho mangiato poco, quasi nulla, con la nonna che ripeteva «dai, prendine ancora un po’ che è buono», «sembri un uccellino», «ma morirà di fame questa bambina, a casa mangia abbastanza?» e altre raccomandazioni del genere. Per fortuna ci andiamo di rado.
Odio quando mi chiama bambina: ormai ho diciotto anni e ancora pretende di definirmi così.
Avevo lo stomaco chiuso dal nervoso sapendo i miei amici tutti insieme in discoteca a ballare e divertirsi mentre io me ne stavo lì, vittima della più grande ingiustizia di questo mondo, figurati se mi andava di mandare giù qualcosa. La nonna non è una grande cuoca, ma in cucina crede di essere chissà che. In questo mamma ha preso da lei, e sono contenta che la cena le sia andata di traverso: stanotte è stata poco bene, dev’essere stata un’indigestione in piena regola. Così impara a torturarmi.
Non ho ancora visto nessuno oggi e non so come sia andato il sabato sera degli altri. Di sicuro meglio del mio. Mi dirigo a piedi al parco con le mani infilate nelle tasche cercando di non badare all’aria fredda che mi avvolge: da lontano vedo qualcuno seduto da solo sulla panca. Guardo meglio.
Luca.
È proprio lui.
Merda.
Cosa faccio? Non devo fare un altro passo, non posso andare là. Se mi vedesse Laura che cosa penserebbe?
C’è una sola cosa da fare: tornare indietro e fare finta di niente, tornare a casa e fingere di non essere uscita questo pomeriggio, tornare e chiudermi in camera mia fino a domani.
Tornare e basta.
Nemmeno mi accorgo di aver rallentato, tengo gli occhi puntati su di lui che all’improvviso alza lo sguardo e mi vede. Mi riconosce subito. Alza un braccio, fa un cenno e mi chiama.
Sono fregata.
Mantengo la mia direzione, costretta a fare finta di niente mentre mi avvicino, con un sorriso sempre più grande dipinto in faccia. Lo saluto e mi ci siedo di fronte cercando di nascondere l’imbarazzo. Lui, il mio frutto proibito, e io, per la prima volta soli.
«Ieri sera non ti sei fatta vedere».
Usa il suo solito tono brusco.
Si è accorto che mancavo, almeno non sono del tutto trasparente.
«Sì, avevo avvisato Laura che non sarei riuscita a raggiungervi».
Laura. Devo tenere bene a mente questo nome. Laura.
«Come mai?».
«Problemi familiari».
«Di che genere?».
«Un’emergenza».
Una frottola ti salva la vita, a volte: mi vergogno troppo a dire la verità.
«Mia nonna non è stata tanto bene, sono dovuta andare da lei insieme con i miei».
La stessa versione che ho dato a Laura, così non rischio di essere sgarrata.
«Ora come sta?».
«Meglio – rispondo prontamente annuendo decisa – sta molto meglio, grazie!».
Meglio bugiarda che sfigata. Sono sicura che se raccontassi la vera ragione della mia assenza, mi bollerebbero subito, com’è già successo con quelle bastarde delle mie compagne di classe quando mi sono trasferita qui. A inventarsi un nomignolo ci mettono un attimo, le persone, basta solo dare loro l’occasione e sei etichettato. Di solito per sempre.
«Si è sentita la tua mancanza. Poi volevo vederti coi pantaloni nuovi».
Le sue parole mi colgono alla sprovvista, dentro al mio stomaco si apre una voragine, non riesco a contenere l’emozione, mi sfugge una risatina isterica.
«Li vedrai la prossima volta» dico tutta allegra, sbattendo gli occhi.
Sto flirtando? Credo proprio di sì, sto facendo la civetta senza pudore. Non posso, devo smetterla subito. Ma un momento, come sa dei pantaloni? Gliel’avrà detto di sicuro Laura, dello shopping, del pomeriggio insieme, di tutto quanto. Laura, un nome che non devo dimenticare.
«Sabato non puoi mancare. Ci sarà una dj sessíon speciale. Preparati perché sono sicuro che questa settimana Zanna ti farà una testa come un tamburo. A proposito, come va con lui?».
Rimango sorpresa dalla domanda.
«In che senso?».
«Lo sai, in che senso».
«No, non lo so. Mi spieghi?».
«Vi vedo spesso e volentieri insieme. Lui parla sempre di te. Avete già concluso o no?».
Sento le guance che s’infiammano e la rabbia che sale, ma ce la metto tutta per controllarmi e non fare una piazzata. Se n’è uscito con una frase così infelice che sarebbe da mandare a cagare lui e poi anche Michele in separata sede, ma se lo faccio dopo penserà che ho la coda di paglia. Meglio mantenere la calma.
«Io e Zanna siamo amici. Tutto qui».
«Sicura?».
«Certo!».
«Sicura sicura?».
«Ma figurati» concludo scrollando le spalle.
Come gli è saltato in mente di farmi una domanda del genere?!
«Sarà…» e alza le mani al cielo.
«Beh, adesso che fai, insisti?».
Si mette a ridere e io ne approfitto per passare al contrattacco.
«E tu con Laura?».
Mi guarda dritta negli occhi e pian piano la sua risata si spegne. Torna serio.
«Siamo solo amici».
Pausa.
«Anche noi» aggiunge alla fine, con un tono così definitivo e infastidito che prendo paura e di colpo mi passa la voglia di ribattere.
«Ah … » che stupida. Sono proprio un’idiota.
«Non ci credi? Se vuoi te lo dimostro».
Si mette a fissarmi con uno sguardo così intenso che mi si attorciglia lo stomaco e un brivido mi risale la schiena.
E adesso cosa gli sta passando per la testa? No, non voglio saperlo, sono tentata, vorrei lasciarlo fare ma meglio di no, qualcuno potrebbe incazzarsi, dice che con Laura sono solo amici ma non potrei, metti che si sbaglia, meglio spegnere sul nascere qualsiasi desiderio, qualsiasi pulsione, ogni tipo di tentazione.
«Ci credo, ci credo. Perché non dovrei?».
Sta zitto e non distoglie lo sguardo da me, mi sento paonazza, se cedo capisce tutto, rimango così per un tempo che mi pare infinito quando una voce inconfondibile e amica interrompe la guerra psicologica e silenziosa in atto tra di noi.
«Sa fev lè ragasòl?».
Gino. Dio benedica il mitico Gino.
«Oh buonasera Gino! È venuto a vedere l’orto?».
Attraversa il parco e va al suo piccolo spazio per controllare che sia tutto a posto, poi torna indietro e si ferma a dirci due Luca lo capisce molto meglio di me, ma ormai anche io me la cavo. Ci racconta che forse quest’anno non verrà a nevicare e se questo accadrà sarà un male per il raccolto, che domani cambia la luna, che i suoi nipoti sono ancora a letto a quest’ora del pomeriggio perché sono tornati alle cinque del mattino; così alla fine inizia a lamentarsi di loro come al solito, e conclude con una delle sue massime.
«Eg vol dimòndi, dimòndi tèimp per èsser zaven».
Ci vuole davvero tanto tempo per essere giovani.
Ma cosa voglia poi dire con esattezza, lo sa soltanto lui.