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12 Novembre 2009 | Racconti d'autore

Emigranti Esprèss

di Mario Perrotta, Fandango Libri, 2008.
Prima puntata

A cura di Claudio Bacilieri.

12 novembre 2009

Nel 1980 Mario Perrotta ha dieci anni e da solo, una volta al mese, va in treno da Lecce a Milano per incontrare suo padre che lavora lì. In ogni viaggio viene affidato dalla madre a una famiglia di emigranti scelta sul momento. Brindisi, Bari, Pescara, Ancona, Rimini, Bologna, Parma, Milano; ma anche Zurigo, Stoccarda, Bruxelles: ogni fermata corrisponde a un capitolo del libro e ritrae un’Italia sopravvissuta a un’epopea di umani affanni. La curiosità di Mario bambino alimenta la sua fantasia insieme ai racconti dei viaggiatori. Scorrono davanti ai suoi occhi le odissee degli italiani costretti a lasciare la terra d’origine nella speranza di un futuro migliore.
Attore, autore e regista, Mario Perrotta, nato a Lecce, si è laureato in filosofia a Bologna, dove ha fondato la compagnia del Teatro dell’Argine. Fra i suoi spettacoli, segnaliamo
Italiani cìncali – Parte prima: minatori in Belgio (2003), che è stato presentato dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo nel 2004 alle associazioni emiliano-romagnole di Bruxelles, Liegi e Genk; La turnàta – Italiani cìncali parte seconda (2005); Odissea (2007).
Perrotta lavora in teatro, radio e televisione.

Emigranti Esprèss 

di Mario Perrotta 

Fermata VII – Parma

O-oommm!
Adesso pensa al tuo corpo. Rilàssate, chiudi l’occhi e pensa al tuo corpo. O-oooomm! Pensalo in piedi. E adesso giralo di profilo. Ci sei? O-ooomm! Ecco, adesso, sempre con l’occhi chiusi, guardalo mentalmente, guardalo con gli occhi dell’interiora. O-ooomm! Lhai visto? Bene! Domanda: qual è la parte più larga del tuo corpo di profilo?

Se hai risposto “i piedi” è segno che ragioni con i piedi, se invece ragioni cu’ Ila capu, la risposta è proprio quella: la capu. La testa! Eh sì, perché, i piedi pure che sono più lunghi li puoi sempre girare no? A tipo ballerina! Mentre la testa, come la giri giri, sempre tonda è. E lo sai quanto misura quella capu tonda che porti sulle spalle? Te lo dico io: più o meno 20-22 centimetri, seconda l’intelligenza.
Te l’eri mai chiesta questa cosa? No, eh? Non sei abituato a misurarti di profilo, eh?… Di fronte sì! Di fronte tutte le conosci le misure! Bravo… e quello è facile! Che tanto, se sei femmina, pensi sempre e soltanto a tre misure: 90-60-90. Se invece sei masculo… pure! Adesso invece, sai anche quanto misuri di profilo: 20-22 centimetri, seconda l’intelligenza.

Ripartiti dalla stazione di Bologna in direzione Milano, il treno si è immerso di nuovo in quella notte bianca che è la nebbia del mattino padano, mentre io, intontito dalla notte in bianco passata a vagabondare sul treno, comincio a sentire i primi segni di disfatta fisica. Mi accovaccio su un sediolino del corridoio e mi lascio cullare dal torpore del sonno, guardando con gli occhi a mezzasbarra quel niente candido fuori dal finestrino:
– Mario, dove selli?
– Chi è?
– Marioooo…
– Chi…
Ah sì, questa deve essere la voce della coscienzia che mi ricorda pure quella della signora Ada… – Mario, dove seiiiii?
– Signora Ada, sono qua. Ma non ti posso rispondere, che tu stai solo nella mia coscienzia e io invece, in questo momento, sono incosciente. E c’ho pure sonnoooo!
– Torna Mario, vieni al tuo postooo!
– Scusame Signora, ma proprio non posso, ci vediamo più tardiiii…

Ma la coscienzia, quando vuole, è proprio bastarda, che mi manda in visita pure Rosa, la figlia della signora Ada, te la ricordi? E Rosa spunta dalla nebbia. Prima la testa – che sono 20-22 centimetri e questo lo sappiamo – poi tutto il resto… E lei, altro che di profilo, proprio di fronte la devi guardare: 90 di fianchi, 60 di vita e 110 di materno, che spettacolo! Mi fa segno; di andare, di tornare al mio scomparto, che loro mi stanno cercando dacché si sono svegliati. “None Rosa, guarda, non è possibile. Per te farei qualunque cosa, ma adesso no, Rosa. Aspetta un poco, e vedrai che ritorno… adesso no.” Tac! E sparisce! Rosa? Rosa!? Mannaggia! Che la nebbia è così, ti compaiono cose dal nulla e nel nulla spariscono. Ma io non è che mi sento tanto bene, anzi, sarà che tengo proprio la febbre, che adesso un’altra cosa mi compare dalla nebbia, che se te la dico non mi credi ma è proprio così: un uomo compare, che si toglie la camicia e resta a torso nudo e le braccia, e il busto di quell’uomo… è tutto blu! Blu di pelle proprio, come nn alieno! Nello stordimento mi dico che non è possibile, che non devo guardarlo, così levo lo sguardo, mi giro verso lo scomparto – Santu ‘Ronzu miu beddru! Eccolo ancora, dentro lo scomparto che mi guarda! Non sto capendo niente più, mi gira la testa, perdo i sensi e mi ritrovo sospeso per aria, in braccio a qualcheduno, a nn angelu forse, che mi ha soccorso…
– Chi sei? Rosa?
– No, stai buono…
– La signora Ada allora?
– No. Buono, buono. Sono io, Virgilio.
E tu non mi crederai, ma Virgilio è proprio l’uomo blu e
mi tiene sospeso in braccio come niente fosse. – E che vuoi, Virgilio?
– Io? Niente.
– Dove stiamo andando Virgilio?
– Eh, eh! Tu non lo so dove stai andando; io sto andando in Belgio, in miniera.
– Ah, la miniera… E com’è la miniera, Virgilio?
– Eh! La miniera è la miniera.
– Portami con te, Virgilio, pure io voglio andare in miniera…
E Virgilio si alza dal sedile, mi carica sulle sue spalle e si dirige verso il finestrino; lo attraversa come se niente fosse e comincia a camminare nella nebbia. Neanche un rumore si sente. Silenzio.
– Virgilio?
– Eh?
– Perché sei blu?
– Aspetta, aspetta…
E comincia a scendere delle scale di nuvola che sono comparse all’improvviso nelle nebbia. Mano mano che scendiamo le nuvole si fanno da bianche a grigie: grigiochiaro, grigiomenochiaro, grigio, grigioscuro, grigio’ncoracchiùscuru, nero! E c’è una porta. E sulla porta una scritta. E Virgilio ha già aperto la porta e quasi attraversata che appena faccio in tempo a leggere qualche parola, tipo: “Speranza… o voi che entrate”. Mah!
Un casino! Appena entrati mi assalgono rumori di ferro che batte su roccia, di rotaie, ascensori che salgono e scendono, martelli peneumatici che sbuffano, il tutto in mezzo alle grida di migliaia di uomini che lanciano ordini e messaggi in tutte le direzioni: “Chi sono tutti questi, Virgilio?”, grido, “Minatori!” Scemo io a fare certe domande…

Un traffico pazzesco di uomini che si muovono a giro a giro facendo la qualunque cosa, anche se qui non si vede niente che è tutto buio: “Virgilio! Dove stiamo andando?”. “Alla galleria principale, vieni!” e mentre che andiamo, appaiono dal buio soltanto gli occhi di questi minatori, che sono l’unica cosa che non si è fatta nera di carbone, e mi guardano sgranati quegl’occhi, forse stupiti di vedermi lì sotto, alcuni cominciano pure a dirmi cose. Virgilio mi strattona per la mano e mi fa: “Lasciali stare a quelli, ‘uarda e passa!”. E io ‘uardo e passo ma per poco non sbatto su un cavallo, che non lo avevo visto, e manco lui ha visto a me “ché è cieco!”, mi fa Virgilio, “come tutti i cavalli della miniera”. Poi mi spiega, che i cavalli servono a trasportare i carrelli del carbone e che li fanno scendere quando sono ancora piccoli piccoli, giusto la misura per entrare dentro all’ascensore. Poi – una volta scesi giù – non risalgono più ed è per questo che si fanno ciechi “Che tanto”, dice Virgilio, “sempre la stessa strada devono fare e in poco tempo il tragitto se lo ‘mparano a memoria. E stai attento ai topi” mi fa; e sì, perché qui in miniera ce ne sono a milioni di topi, e i minatori che ci lavorano a contatto si portano la roba da mangiare dentro nna scatola di latta, di ferro, stretta stretta addosso, che se no i topi gli mangiano tutto di dentro le tasche.

E si portano qua sotto anche i canarini, “sissignore!”, continua Virgilio, perché quando il canarino schiatta all’improvviso vuole dire che c’è l’ultima e più tremenda bestia di questo zoo sotterraneo nelle vicinanze. “Sta qua dietro” mi dice Virgilio, e mi mostra nna parete fatta di sacchi di sabbia. “Qua dietro c’è il diavolo”, dice, “e si chiama Grisù, e questo Grisù non è nient’altro che un gas, che scivola liscio come a una serpe, ti riempie tutti i buchi, che alla fine tu sei circondato e non ti puoi ribellare. E il meglio che ti può capitare è che t’addormenti per via di ‘stu gas e ti svegli ‘mparadiso se ti tocca il paradiso o all’inferno se a’ scire all’inferno. Ma il peggio invece, è che questo gas esplode e con lui tutta la miniera, chi si trova lì in mezzo in quel momento è incenerito, carbone in mezzo all’altri carboni, buono per essere spalato tra millanta di anni da chissà qual’altri minatori!’ Io resto fulminato a guardarlo mentre racconta e ancora non ho visto niente che stiamo solo al primo livello – il primo girone diciamo, a centocinquanta metri sotto terra – eppure è già chiaro che questo è un inferno. E i diavoli che lo governano, gridando ordini ai minatori, si chiamano per l’appunto fiamminghi!

Ora: da questa che è la galleria principale se ne partono tante piccole gallerie laterali, sempre cchiu’ stritte, e cunicoli, canali di discesa e di risalita, che uniscono cunicoli a cunicoli; ci troviamo nei bronchi della terra che qua sotto si fa viva, respira. E tutto questo apparato polmonare della terra serve a una sola cosa: arrivare alle vene. È qui che si trova il sangue nero, il sangue-carbone che bisogna sucare alla terra.
La vena di carbone te la trovi all’improvviso sulla parete di una qualche galleria come una striscia nera orizzontale, in mezzo a due strati di roccia. La galleria può essere lunga anche chilometri che quella striscia nera ti segue lungo la parete
mentre che avanzi. Quella striscia nera insomma, è lo strato di carbone schiacciato in mezzo a due strati di roccia. Ora: se tu ti giri verso la parete e cominci a scavare il carbone dritto per dritto, anche in quella direzione puoi andare avanti chilometri che quello strato non finisce mai. Nna specie di torta sotterranea a cui ci levi piano piano lo strato di cioccolato. E infatti, quella che mi trovo davanti io in questo momento, glielo hanno tolto già tutto il cioccolato e sono rimasti soltanto tanti pilastri di legno, che li hanno messi per sostenere la roccia. “Questa, ormai, è una vena secca”, mi dice Virgilio, “non c’è più sangue qua dentro.” E proprio quella è l’impressione: un garage sotterraneo senza vita, tutto pilastri-pilastri che si perdono nel buio e non se ne vede la fine.

– Adesso, devi tenere molto coraggio se la vuoi vedere veramente la miniera…
– Ma tu mi stai vicino, Virgilio? – Per forza.
Mi prende per mano e mi porta di fronte a un ascensore
dove c’è scritto: “Ultimo livello”. – Ancora una volta: te la senti? – Andiamo Virgilio!
È un attimo. Chiude il cancello dell’ascensore e si parte.
Aaaah! Il cuore salta fuori dalla bocca per la velocità dell’ascensore: 200 metri, 300, 400, 500. Lo stomaco è arrivato in gola: 700 metri, 800, 900, 1000. “Ehi ‘spetta Virgilio, aspetta. Come 1000 metri? 1100… Aspetta! 1200… Aspetta Virgilio!… 1300… Virgilio perdio aspetta! 1350… Aspetta!!!’
Fermi, finalmente. A 1350 metri sotto terra.
– Senti?
– ……
– Questo è il respiro della terra. È qui sotto che le vene sono ancora vive e si suca il sangue alla miniera. La temperatura della roccia qui sotto è oltre i cinquanta gradi, si respira a fatica. Qui c’è solo buio, carbone e roccia.
– Va bene, Virgilio…
– Mettiti l’elmetto e accendi la luce. Guarda. Eccola la vena di carbone, quella viva. Questa sarà alta un metro e mezzo. Tu ci entri anche in piedi.
– Ma quanto è grande, Virgilio?
– Si estende per chilometri e chilometri, in lunghezza e in larghezza. Un minatore ogni dieci metri e si comincia, tutti insieme, a entrare nella pancia della terra!
– Virgilio, fa caldo.
– Qui sotto non vedi più nulla, per il buio, per la polvere. – Virgilio! ‘Sti martelli pneumatici fanno un rumore da pazzi!
– Qui sotto butti via la maschera antipolvere perché non riesci a respirare. Levi i calzoni e tutto il resto tranne l’elmetto, quello no, quello è obbligatorio!
– Va bene. Va bene, Virgilio!
– Ogni ottanta centimetri di scavo devi puntellare con un palo di legno il vuoto che hai creato…
– Ho capito Virgilio, ma qua non posso manco gridare aiuto che nessuno mi sente!
– Arrivato a due metri e mezzo di scavo i puntelli di legno non reggono più. Allora devi mettere una barra di ferro da due metri, così, appoggiata orizzontale al tetto di roccia e la rípuntelli con altri due pali. Tutto questo però, quando l’altezza della vena consente di lavorare in agilità, ma non nella vena venticinque.
– Eh? Che è `sta vena venticinque?
– La testa! Lo sai quanto misura la tua testa? Te lo dico io: venti, ventidue centimetri, secondo l’intelligenza… Dove passa la testa passa il resto del corpo! Arriva il caposquadra fiammingo con la sua lampada che è alta venticinque centimetri: se nella vena di carbone passa la lampada, passa anche il corpo umano.
– Ma che stai dicendo, Virgilio?
– La mattina, quando attacchi il turno, devi scegliere se infilarti di pancia o di schiena perché durante tutte le sette ore di lavoro non puoi né uscire né girarti. Lì dentro devi strisciare per centinaia di metri e allora porti con te lo stretto indispensabile, quindi: niente barre di ferro da due metri!
– Ma che stai dicendo, Virgilio?!
– Sissignore! Puntella con il legno per due metri e mezzo poi, scivola indietro, allunga il braccio e leva di colpo il primo puntello. BROOM! Ecco! Ecco, ci siamo. Ora che la roccia è crollata siamo murati dentro! Respira, forza, respira! Non guardare in alto, non guardare la roccia! Tieni gli occhi al carbone e lavora, forza. Tieni l’occhi al carbone e lavora!
– Ma io non posso, Virgilio…
– Due metri e mezzo di scavo e leva il primo puntello. BROOM!
– Virgilio!
– Due metri e mezzo e leva puntello. BROOM! – Virgilio! Ma sei impazzito?!
– E invece no! Io mi fermo e la guardo la roccia!
– …….
– La guardo…
– Respira Virgilio, respira.
– …….
– …….
– Scusami.
– Di niente, Virgilio.
– Vedi? Con la testa girata verso l’alto, la roccia mi sfiora il naso. Questo calcolo si sono fatti i diavoli fiamminghi…
– …….
– Gli ingegneri della miniera.
Silenzio.
– Virgilio?
Sì?
– Perché sei blu?
– È il bacio del carbone. Tu, strisciando sulla roccia, ti tagli. Lui se ne entra nelle ferite e ti lascia un segno d’amore per sempre.
Silenzio.
– Virgilio?
– Sì?
– Perché guardi la roccia?
– Che non senti che respira?
– Sì.
– È innamorata.
– Di chi?
– Di me.
Silenzio.
– Virgilio, senti… come si esce da qui?
– Devi strisciare fino alle gallerie laterali. Adesso andiamo…

Ora mi sono risvegliato. Quando il treno ha frenato bruscamente alla stazione di Parma mi sono svegliato per forza. Sono quasi caduto dalle braccia di Virgilio il minatore, che mi stava raccontando un sacco di cose che a stento me le ricordo… Mah!
Intanto Virgilio ha finito di cambiarsi, che si stava appunto cambiando quando l’ho visto riflesso nel vetro del finestrino e per lo spavento non ne ho capito più niente. Adesso ha coperto con la camicia tutto il blu del corpo e non è più alieno. È tornato a essere umano, diciamo.
Rosa, invece, è sempre sovraumana, anche adesso che la vedo dal vivo e non dentro la nebbia: nnu spettaculu de fimmena che è venuta veramente a cercarmi e, gira gira sul treno, finalmente mi ha trovato. Purtroppo però, è troppo cchiu’ fantastica di me, che mi vergogno pure di guardarla. Darle la mano poi, non ne parliamo! E infatti, rifiuto col sorriso quell’invito, saluto Virgilio, e la seguo verso lo scomparto a testa bassa. E tutti gli altri passeggeri pure – mentre passiamo nel corridoio – abbassano la testa vergognati davanti a quello splendore, come fosse nna Beatrice che tanto gentile e tanto onesta pare… ma speriamo Iddio che non lo è.
Adesso sono di nuovo al mio posto e tutti i familiari della signora Ada mi guardano miènzi torti per lo spavento che si sono presi, tranne il quattrocchi Ronzinu – il figlio della signora Ada – che mi guarda tortu sanu dall’inizio del viaggio, mantenendo, diciamo, una sua coerenza. Solo Rosa-Beatrice mi sorride, perché con lei mi ha scusato e raccomandato Virgilio.
Quante cose mi ha contato Virgilio… Ma ora, mentre il treno riparte, anche se mi sforzo non me le ricordo. Ma ti prometto, Virgilio, che prima o poi ci penso meglio alle cose che mi hai raccontato, che l’unica cosa che mi ricordo è una domanda: “Lo sai quanto misura la tua testa?” E anche la risposta mi ricordo: “Venti, ventidue centimetri secondo l’intelligenza…”.

Brano corrente

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