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12 Settembre 2009 | Paesaggio dell'anima

I giorni del vino

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

12 settembre 2009

Le musiche di questa puntata: Jeff Buckley, Popoli-Dalpane, Riccardo Tesi e I Violini di Santa Vittoria, Divino, Piero Ciampi. 

“Il vino di lillà è dolce e dà alla testa / Dov’è il mio amore? / Vino di lillà, mi sento barcollante”. Sono le parole, cari ascoltatori, di “Lilac wine” cantata da Jeff Buckley. Abbandoniamo le sirene e i mostri della puntata precedente, per celebrare questi giorni di settembre come i giorni del vino. 

Musica. Jeff Buckley: Lilac wine.

L’inizio d’autunno porta con sé gli inebrianti sapori della vendemmia. Le foglie si tingono dei colori accesi della decadenza: i rossi e i gialli che sono come l’ultimo colpo di vita della natura, prima di rassegnarsi alla fine, all’inverno nudo e alle ore grigie. Ora invece le ore sono dorate, e Golden hours s’intitola il brano di Brian Eno che andiamo ad ascoltare nella versione del duo bolognese Tiziano Popoli e Marco Dalpane. Con il loro ensemble, hanno concepito un album che ha a che fare col vino. Infatti si intitola “Eno/logie” perché, giocando col nome di Brian Eno (“eno” è il prefisso derivato dal greco “òinos” che significa “vino”), hanno rielaborato le canzoni anni Settanta del grande musicista britannico in veste enologica. Possono infatti servire, secondo le intenzioni degli autori, ad accompagnare le levate di calici nelle enoteche e nelle osterie: un sottofondo discreto, cameristico, per chi, in compagnia, mette il naso dentro il bicchiere al fine di catturarne con voluttà i profumi.  

Musica. Popoli-Dalpane: Golden hours.

Si racconta in Emilia che un giorno del 1325, mentre infuriava la guerra tra Modena e Bologna per la secchia rapita, gli dei Bacco, Marte e Venere si sedettero a un tavolo d’osteria per inventare qualcosa che potesse aiutare i modenesi. Dopo aver mangiato e bevuto, Bacco lasciò all’oste alcuni semi di vite che, coltivati con cura, avrebbero dato vita al lambrusco. L’etichetta del Lambrusco Grasparossa di Castelvetro reca l’immagine del fojonco, un uccello notturno a tre zampe che – racconta un’altra leggenda – di notte abbandona il proprio riparo sull’Appennino per planare sulle colline a caccia di galline e delle uve lambrusche con cui placa la sete. Sarebbe dunque l’unico rapace al mondo che va a vino. Al mitico predatore dei pollai è dedicato questo “Tango del Fojonco”,  tratto dall’album “L’Osteria del Fojonco”, che l’ensemble dei Violini di Santa Vittoria ha realizzato con Riccardo Tesi e Claudio Carboni, strumentisti e compositori tra i più affermati del panorama italiano.

 Musica. Riccardo Tesi e I Violini di Santa Vittoria: Tango del Fojonco

Il lambrusco ha origini selvatiche. Il vitigno era già conosciuto dai latini, che chiamavano Labrusca vitis le uve che crescevano spontanee ai margini delle campagne, là dove terminavano le colture, e che avevano probabilmente origine dalle viti selvatiche dei boschi dell’Appennino. Ma è solo con il trattato di agricoltura del bolognese Pier Crescenzi del 1305 che compare l’abitudine di fare il vino dall’uva di quelle viti marginali, uve di pianura per un rosso frizzante e brioso.
Vino e Venere hanno un’assonanza non solo linguistica. La storiella che vi abbiamo raccontato prosegue con Venere che, come Bacco, fa un regalo all’oste modenese. La dea versa nel suo vino un nettare fatato che lo fa gorgogliare dentro il bicchiere, infiorandone gli orli di frizzante spuma. Un vino divino, è proprio il caso di dire. Da un album del 2006 dedicato al vino e intitolato Divino, che è anche il nome dell’autore, ascoltiamo un brano che cita il poeta latino Orazio e la sua esortazione “nunc vino pellite curas”: ora cacciate con il vino gli affanni. 

Musica. Divino: NVPC (Nunc Vino Pellite Curas)

Una distinta del 29 ottobre 1693 ci racconta che tra le uve consegnate quel giorno alla cantina dei duchi estensi, una delle più potenti casate nobiliari italiane, c’era un bel carico di “lambrusca”. Dunque anche i signori pasteggiavano con questo vino della pianura modenese (e reggiana), che fino agli anni ’50 e ’60 del Novecento veniva servito nelle osterie nella tipica, nera bottiglia, come appare in una foto del 1925 in cui si vede Enzo Ferrari conversare con un amico, e sul tavolo il vino che tanto piaceva anche a Carducci.
“Com’è bello il vino / rosso rosso rosso / bianco è il mattino / sono dentro a un fosso / e in mezzo all’acqua sporca / godo queste stelle / questa vita è corta / è scritto sulla pelle”. Sono i versi della canzone di Piero Ciampi, con cui concludiamo questa puntata. E se la vita è corta, che almeno sia frizzante. Ebbra. Schietta. Briosa. Come il lambrusco, straordinario compendio delle terre e del carattere delle genti emiliane. 

Musica. Piero Ciampi: Il vino.

 

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