4 aprile 2009
Le musiche di questa puntata: Luciano Ligabue, CSI, Tolga Emilio Trio, Jean Baudrillard & The Chance Band, Le luci della centrale elettrica.
Niente paura. Cari ascoltatori, nessuna paura: ci penserà la vita a sistemare le cose, a mettere a posto i tasselli che mancano. Come canta il Liga, il nostro rocker padano Luciano Ligabue, “i tempi stringono” ma noi li vorremmo allargare: “per un desiderio che esprimi / te ne rimangono fuori altri cento”. Le stelle possono cadere sia fuori sia dentro il nostro recinto. Che cosa vogliamo dire con questo? Che siamo stanchi di veder soffocate le nostre passioni giocose, la nostra creatività. E non crediamo più che il lavoro e la produzione siano centrali per la nostra esistenza.
Musica. Luciano Ligabue: Niente paura.
Il video di “Niente paura”, che possiamo vedere su YouTube, è girato in un’Inghilterra che potrebbe essere Emilia: le case in mattoncini fanno da sfondo a sguardi smarriti di ragazzi nascosti dietro i loro cappucci, o a tenerezze di anziani che hanno fatto pace con la vita. I gesti quotidiani – andare dal meccanico, sedersi al bar – si aprono poco a poco alla speranza: “niente paura / si vede la luna perfino da qui”: perfino dall’abisso della crisi in cui siamo sprofondati.
Ma cos’è poi questa crisi? La crisi non esiste, dice Michel Maffesoli, professore di sociologia alla Sorbona e amico di Jean Baudrillard, l’ultimo grande intellettuale francese, veggente della società dei consumi e del virtuale, scomparso due anni fa. Provocatorio come lo era Baudrillard, Maffesoli sostiene che il crollo finanziario raccontato dai media sia in realtà l’inizio di un radicale cambiamento: la fine di un’epoca basata sul lavoro e il profitto, e l’avvento di un mondo di passioni e di piaceri. L’ultimo libro di Maffesoli si intitola “Apocalypse”. Cos’è l’apocalisse? “Il momento in cui ciò che è stato nascosto si manifesta con prepotenza”, dice. Baudrillard ha parlato del nostro mondo perduto. Ci sono anche i monasteri perduti di Giovanni Lindo Ferretti, poeta musicante del nostro Appennino, che intona una preghiera – con i suoi CSI – ai gesti e ai colori dimenticati, ai “bagliori dell’oro dei fuochi dei fumi e dei profumi d’incenso”.
Musica. CSI: Ongii (dal cd “Tabula Rasa Elettrificata”).
“Viene la primavera la terra che fiorisce /La vita si rivela / Latte carne sangue nutrimento offerta al tempio /Ed è preghiera il succhiare della bocca / Nei cuccioli d’uomo e d’animale”. Come ci appare falso, finto, di fronte ai monasteri perduti di Ferretti, il capitalismo che ha provocato la crisi. A forza di sacrificare la tensione verso l’inutile, il gioco e il superfluo, che sta in ogni animo umano, il mondo si è imbruttito, si è impoverito spiritualmente, e ha causato il rigetto dei modelli utilitaristici e funzionali che hanno dominato l’ultimo mezzo secolo. Il ludico e l’immaginario sprigionati nelle reti digitali, in Facebook, MySpace, Second Life, nella rinata voglia di cultura, nelle feste della musica, nelle notti bianche, nella voglia di vacanze, fanno vacillare l’economia: la crisi non è la causa, ma l’effetto – dice Maffesoli. Lasciamo intanto parlare la musica, con l’intervento ludico del Tolga Emilio Trio, formazione olandese con un côté emiliano, che si è fatta conoscere al Ferrara Buskers Festival riportando in strada il gipsy-jazz di Django Reinhardt.
Musica. Tolga Emilio Trio: Douce Ambiance.
Piacciano o meno, i social network sono entrati nella nostra vita. Pochi click di mouse, e si sprigiona tutto il mondo dell’immaginario, cambiando il modo con cui ci rapportiamo ai nostri simili. L’immaginario, il virtuale, prevale sulla realtà: uccide la realtà. Baudrillard aveva previsto tutto: aveva anticipato Twitter, Facebook, Second Life, quando scriveva che l’immagine cancella la realtà. Attraverso la visibilità forzata, per cui tutto deve essere visto, convertito in immagine, come nel Grande Fratello, si compie la scomparsa del reale. Tutto questo traffico di immagini “sviluppa un´immensa indifferenza nei confronti del mondo reale. Il mondo reale si converte in una funzione inutile, un insieme di forme ed eventi fantasma”.
Musica. The Chance Band: Suicide-moi, Chance Festival, Stateline, Nevada, 1996
Baudrillard sostiene che, nel momento in cui tutto è mostrato, ci si rende conto che non c’è più nulla da vedere. Non c’è più niente: solo piattezza, grado zero. “E’ qui che ci si inventa una socialità di sintesi”, virtuale, dove la vita quotidiana si risolve nel farsi immagine, senza comunicare più nulla: senza più nessun segreto o mistero, solo la banalità, anzi lo spettacolo osceno della banalità, dell’insignificanza, della nullità. A tutti, la banalità esistenziale appare “come l’evento più mortifero, come l’attualità più violenta, come il luogo stesso del Crimine Perfetto. E la gente resta affascinata, terrorizzata e affascinata dall’indifferenza del niente-da-vedere, del niente-da-dire, dall’indifferenza della propria stessa esistenza”.
Vi facciamo ora ascoltare una rarità, che abbiamo trovato, manco a dirlo, in internet: l’originale pensatore francese legge un suo lavoro, “Motel Suicide”, accompagnato da musicisti come Tom Watson, George Hurley, la vocalist Amy Stoll. La registrazione è stata fatta al Chance Festival a Stateline, Nevada, nel 1996.
Musica. Jean Baudrillard & The Chance Band: Suicide-moi, Chance Festival, Stateline, Nevada, 1996.
È possibile catturare con uno scatto fotografico il cuore del tempo, fino a raggiungere e sfiorare l’eternità? Si riflette su questa domanda nella quarta edizione di Fotografia Europea, in programma dal 30 aprile al 7 giugno a Reggio Emilia. Curata dal critico d’arte Elio Grazioli e promossa dal Comune di Reggio Emilia, la rassegna internazionale ha come parola chiave l’eternità. L’eternità intesa come il cuore segreto dell’immagine, come quell’attimo di sospensione che lega l’indimenticabile all’immortale.
Tra i grandi fotografi che si misurano su questo tema in un centinaio di spazi espositivi, la rassegna di quest’anno presenta un evento d’eccezione: una cinquantina di scatti fotografici proprio di Jean Baudrillard, che non solo amava la fotografia, ma la praticava anche. La usava per seguire il filo dei suoi pensieri, per studiare le immagini. “La fotografia è il nostro esorcismo. La società primitiva aveva le maschere, la società borghese gli specchi, noi abbiamo le immagini… Credi di fotografare una scena per puro piacere – in realtà è la scena a voler essere fotografata… Poiché è l’oggetto a vederci, è l’oggetto a sognarci. Il mondo ci riflette, il mondo ci pensa”.
Chiudiamo così, cari amici, con questo interrogativo: e se davvero, anziché essere noi a pensare il mondo, fosse il mondo, fossero gli oggetti, a pensare noi – come sembrano dirci certe fotografie? Terminiamo con un brano che si dipana come una sequenza di fotografie e di fotogrammi che sembrano prelevati dai quadri surrealisti di Delvaux o Dalì. L’autore è il ferrarese Vasco Brondi, qui impegnato nel progetto “Le luci della centrale elettrica”. Un progetto che ha non poche affinità con la poetica di Giovanni Lindo Ferretti.
Musica. Le luci della centrale elettrica: Produzioni seriali di cieli stellati.