9 maggio 2009
Le musiche di questa puntata: Franco Battiato, Silvia Mezzanotte, King Crimson, Prefab Sprout, Andrea Lepri.
Musica. Franco Battiato: La cura.
Cari ascoltatori, dobbiamo avere cura. Di noi stessi, degli altri, delle cose che ci circondano. Senza scomodare il filosofo tedesco Martin Heidegger, che alla cura ha dedicato una riflessione importante, viene da sé che la cura è un sentimento nobile, che ci fa comprendere il senso della vita e il passaggio del tempo. Pensiamo al nostro pianeta: che ne sarà di lui quando gli mancheranno le nostre cure? Beh, qui la risposta è diversa: la terra sopravvivrà alla nostra mancanza di cure, diventate ora troppo invasive, aggressive. Una trasmissione televisiva ci ha mostrato cosa accadrebbe alle nostre città se il genere umano dovesse scomparire. Tra cento o mille anni. La natura si riprenderebbe tutto in un paio di secoli. L’erba ricrescerebbe sull’asfalto, le paludi riconquisterebbero Manhattan, Central Park sarebbe di nuovo una foresta. Gli animali tornerebbero padroni del pianeta e i cani vivrebbero randagi in branchi, senza padroni. Ci vuole attenzione verso la terra, per non alimentare o aggravare catastrofi naturali.
“La cura” di Franco Battiato è considerata da molti una canzone d’amore (una delle più belle mai scritte) e da altri una preghiera. Una preghiera al contrario. Non l’uomo che si rivolge a Dio, ma Dio che si rivolge alla sua creatura dicendogli: mi prenderò cura di te. Allo stesso modo, noi ci prenderemo cura della persona amata. E della terra. E della bellezza della terra e dell’amore.
Musica. Silvia Mezzanotte: La cura (cover di Franco Battiato).
La versione de “La cura” che abbiamo ascoltato è di Silvia Mezzanotte, cantante bolognese che è stata fino al 2004 la voce femminile dei Matia Bazar per poi intraprendere una carriera da solista. Ci è venuto in mente, cari amici, il tema della cura davanti alle fotografie di Luigi Ghirri viste alla mostra di Modena, di cui vi abbiamo parlato nella precedente puntata. Pensiamo ai cieli, fotografati nella serie Infinito del 1974, o alle immagini quotidiane, insignificanti e banali, che pure ci ha insegnato ad amare: casette di campagna, un filare sulla Via Emilia, un bar solitario, i libri della sua biblioteca, due saracinesche chiuse, un muro di mattoni, una pompa di benzina, delle cabine su una spiaggia. Tutto conta, tutto ha bisogno di cura, di uno sguardo amorevole. A Ghirri piaceva molto il fotografo americano Walker Evans. “Le sue fotografie – diceva – sono come carezze fatte al mondo”. La stessa cosa possiamo dire delle foto di Ghirri. Se non riusciremo a capire la fissità dello spazio vuoto, e ad avere interesse per ciò con cui lo riempiamo, non avremo che da scrivere il nostro epitaffio. Epitaph: come il capolavoro sinfonico dei primi King Crimson, anno 1969, dove in un crescendo apocalittico dalla voce di Greg Lake escono questi versi: “Confusione sarà il mio epitaffio / mentre striscio per un sentiero crepato e sfasciato. / Se ce la facciamo possiamo metterci a sedere / E ridere / Ma temo che domani piangerò /Si, ho paura che domani piangerò”.
Musica. King Crimson: Epitaph.
Lo scrittore reggiano Gianni Celati, amico di Luigi Ghirri, con cui ha condiviso viaggi e progetti, ha coniato il termine “villette geometrili”. Sono quelle brutte costruzioni fatte dai geometri, anziché dagli architetti, che hanno invaso l’Italia e in particolare la pianura padana, contribuendo alla cementificazione, a uno sviluppo del paesaggio senza regia, anarchico. Villette geometrili che il terremoto in Abruzzo ha fatto cadere come castelli di sabbia. Costruzioni, dice Celati, che non avrebbero attratto nessun fotografo e interessato alcun letterato perché rappresentano “la noia del guardare”, ma non sono sfuggite all’obiettivo di Ghirri. Il quale ha visto in esse un insieme di linee, simmetrie, colori con cui si tenta di “arredare il vuoto”. Certo, sono orrende e andrebbero abbattute, se si potesse: ma oltre a rappresentare la nostra miseria culturale, quelle noiose villette sono anche un tentativo di riempire il vuoto con una forma di vita, benché banale. Ecco lo sguardo carezzevole di Ghirri. In una sua foto, alcuni ragazzi in un bar sulla spiaggia sono illuminati solo dalla luce di un’insegna, isolati nella notte. Fossimo lì, guarderemmo in alto le stelle, pensando a quelle che brilleranno quando non ci saremo più, ma che brillano ora per la nostra felicità. Andromeda Heights dei Prefab Sprout, anno 1997, è appunto la costellazione perfetta della felicità.
Musica. Prefab Sprout: Andromeda Heights.
Una volta lo scrittore Ermanno Cavazzoni – scrive sempre Celati – disse che le foto di Ghirri ricordano il teatro barocco, dove c’erano degli spettatori seduti in scena che osservavano lo svolgersi del dramma, così che il mondo rappresentato diventava un mondo osservato. Per Ghirri, il mondo prende forma perché qualcuno ha voglia di guardarlo. Così, tutti i luoghi diventano osservabili, non ce ne sono di belli o di brutti. Sono tutti posti dove indugiare, dove c’è il senso dello stare al mondo. Lo “stare al mondo” è un sentimento, e l’indugio – scrive Celati – è il modo del nostro abitare la terra. Che Ghirri ha abitato per poco, morendo nel ’92 a 49 anni, all’improvviso, in un’alba d’inverno, forse per stanchezza. O forse perché voleva andare a vedere cosa c’è dietro quei due pilastrini fotografati nella campagna modenese, che sembrano far da guardia alla nebbia e a tutto il grigio del mondo.
Musica. Andrea Lepri: Al mi radis.
Dedichiamo al fotografo emiliano la piacevole scoperta di un autore ravennate, Andrea Lepri, che per l’etichetta Palustre ha pubblicato un disco sulle radici, cioè sullo stare al mondo dentro la propria pelle. E ricorda un po’ – quando il pianoforte diffonde per le campagne la soave parlata romagnola – il vagabondare di Ghirri per la pianura alla ricerca dell’inquadratura che lo facesse sentire rispettoso osservatore del mondo che gli scorreva davanti agli occhi, tra l’Emilia, il Po e l’infinita superficie delle cose visibili.