12 febbraio 2009
E’ uno sguardo svagato e, insieme, preciso e amorevole quello che Ugo Cornia, 43enne modenese, rivolge agli eventi della sua allargata famiglia e dei buffi personaggi che le gravitano intorno. Padre, madre, zii e zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli compongono una piccola epica familiare fatta di racconti orali, quasi sempre gli stessi, che passavano di bocca in bocca e – si potrebbe dire – di orecchio in orecchio, nelle riunioni di famiglia, quelle che in genere si consumavano attorno a una tavola imbandita, due o tre volte l’anno. Fatti minimi, microstorie che circolavano in famiglia, raccontati dai parenti di Cornia già ultrasettantenni e che spesso non vivevano più a Modena. “Le storie di mia zia (e di altri parenti)” pubblicate da Feltrinelli nell’ottobre 2008, hanno – come si diceva – una struttura orale, veloce, e si chiudono spesso su un fatto particolare o su una battuta. E’ come se la sgangherata famiglia Malaussène di Pennac avesse fatto un bagno purificatore nella provincia padana e le disperanti approssimazioni della vita s’incarnassero stavolta nella leggerezza del ricordo, anche quando oggetto della narrazione – dice Cornia – sono “leggende urbane raccontate 70-80 anni fa, sempre in modo diverso e con ambientazione cambiata”. Ma in fondo la musica è sempre la stessa: sorridere dei piccoli grandi eventi dell’esistenza.
Ugo Cornia ha pubblicato vari racconti e, con Sellerio, i romanzi “Sulla felicità a oltranza” (1999), “Quasi amore” (2001), “Roma” (2004) e “Le pratiche del disgusto” (2007). Con Quodlibet è uscito nel 2008 “Sulle tristezze e i ragionamenti”.
1° racconto
L’ultima volta che ho visto mio zio Santo aveva già novantatré anni e dopo cinque mesi sarebbe morto. Eravamo a Guiglia, al ristorante, per il pranzo di nozze di una mia cugina e c’erano anche dei quinti cugini e degli altri parenti e pseudoparenti che non avevo mai visto in vita mia, oppure che avevo già visto, ma senza sapere che erano nostri parenti. Ero finito in una deviazione della tavolata di fianco allo zio Santo e di fronte a dei miei cugini e tutto il pranzo si era svolto in grande allegria perché nel lato della sala opposto al nostro c’erano delle finestre che davano su un cavedio e chiuso lì dentro ci stava un grosso cane nero a pelo lungo e su ogni finestra c’era scritto in grande con un pennarello ATTENZIONE – CANE FEROCE – NON APRIRE LE FINESTRE – MORDE e però un signore che non avevo mai visto prima e che, come almeno un’altra decina di persone che c’erano in quell’occasione, non ho ancora capito se era o no veramente un nostro parente, essendo un grande amante dei cani, anche se tutti gli avevano detto di non farlo a un certo punto ha aperto la finestra perché voleva carezzare il cane dicendo che lui di cani se ne intendeva e appena ha aperto la finestra, in meno di un secondo, il cane ha fatto un salto e gli ha morso il braccio. Allora è arrivata la cameriera e gli ha fatto una scenata dicendogli se sapeva leggere o se non sapeva leggere e che andava sempre a finire così che c’era sempre qualcuno che non lasciava stare quel povero cane, e dopo qualcuno aveva accompagnato il signore all’ospedale a medicarsi e la seconda metà del pranzo era diventata un’occasione per raccontare delle storie di disavventure con cani o con altri animali.
E comunque un bel momento, almeno un’ora dopo il morso del cane, era arrivato il momento della torta e avevano servito per primi i vecchi e lo zio Santo, nonostante il suo diabete, aveva ricevuto il permesso di suo figlio Roberto e mangiato il suo pezzo di torta. Poi i camerieri avevano girato per i vari tavoli servendo tutti gli altri e alla fine avevano portato il dolce anche a noi che eravamo i più giovani, e in quel momento lo zio Santo ha iniziato a guardarmi fisso negli occhi cantando una delle sue vecchie canzoni della prima guerra mondiale, e continuava a guardarmi fisso negli occhi cantando, e io lo riguardavo sorridendo e ero quasi imbarazzato perché ormai era più di un minuto che ci guardavamo fissi negli occhi e lui cantava e tra l’altro mi chiedevo anche se lo zio Santo si ricordava ancora che ero suo nipote oppure se non capiva più chi fossi, e comunque lo zio Santo continuava a cantarmi questa canzone, poi un bel momento ho visto al di sotto del mio campo visivo che mentre mi guardava in faccia con la mano pianín pianino stava rubandomi il piattino col mio pezzo di torta. Allora ho continuato a guardarlo in faccia mentre cantava e quando lui ha avuto davanti a sé il mio pezzo di torta ha smesso di cantare, ha smesso di guardarmi e si è messo a mangiare la torta.
E questa è stata l’ultima volta che ho visto mio zio Santo.
2° racconto
Verso il millenovecentodieci, appena dopo che si era laureato, mio zio Santo andò a vivere a Sondrio, dove l’avevano chiamato per un incarico di insegnante di diritto, e affittò una stanza in una pensione.
Nella stessa pensione ci stava anche un tale Pippenstock, che era tedesco e faceva il viaggiatore di commercio. Essendo all’incirca coetanei avevano subito fraternizzato tra di loro. Pippenstock non conosceva l’italiano ma come tutti i tedeschi era uno che si buttava nelle cose.
Di sera, mentre mangiavano, visto che mio zio Santo sapeva un po’ di tedesco, Pippenstock gli diceva “Signor Ferrari, come si dice la tal cosa?”. Allora mio zio Santo gli scandiva delle belle frasi in un italiano perfetto, come “Vorrei del pane. Grazie mille” oppure “Guardi che bella giornata che c’è oggi, non trova?”, e gliele ripeteva finché Pippenstock non le imparava a memoria. Tra l’altro Pippenstock aveva anche iniziato a interessarsi a qualche signorina e considerando mio zio un esperto del bel mondo, lo aveva eletto suo confidente e consigliere, e gli chiedeva sempre delle frasi garbate per avvicinare una ragazza in modo elegante.
Un venerdì sera Pippenstock, essendo stato invitato ad una festa danzante che doveva svolgersi il giorno dopo, aveva chiesto a mio zio Santo quali frasi si usano per invitare a ballare una donna, e mio zio Santo gli ha insegnato la frase “Signorina, lei si è alzata col sedere scoperto, mille grazie”, dicendogli che era la frase che si usa in quei casi. Poi è partito per Modena.
Quando mio zio Santo dopo qualche giorno è tornato a Sondrio, la padrona della pensione gli è subito corsa incontro per dirgli di stare attento a Pippenstock che, anche se lei non riusciva a capire perché, voleva picchiarlo.