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5 Novembre 2009 | Racconti d'autore

Repetita

di Marilù Oliva, Perdisa Editore, Bologna 2009

A cura di Claudio Bacilieri

5 novembre 2009

È una storia liberamente ispirata a biografie reali di assassini seriali, quella che racconta Marilù Oliva in questo romanzo che appare come un noir psichiatrico, dove i tratti da grand-guignol (come quelli del brano che vi proponiamo) svelano l’anima malata del mondo, la Storia macchiata di sangue. La crudeltà atavica che si respira tra le parole è quella “di tutti gli uomini che furono”. E forse saranno. Il romanzo è nato dopo due anni di studi sulla criminologia seriale, con l’idea di approfondire il tema della sequenzialità del male.
L’autrice è bolognese, ha 37 anni, si occupa di storia contemporanea, insegna lettere alle scuole superiori e ha all’attivo diverse pubblicazioni.

Repetita
di Marilù Oliva

Capitolo XXI

Quanti anni sono passati da quando sono uscito correndo sotto i portici di strada Maggiore, lasciando dietro di me una scia di pagine di giornale, un tappeto stinto di carta bagnata macchiata d’inchiostro, con gli occhi lucidi ma senza piangere, incurante della pioggerellina di settembre, mentre Imbrotti forse sorrideva sotto i baffi per essersi inta­scato le speranze di un ragazzo? Solo in questo sta la differenza, sottile ma profonda. Io allora ci credevo. In qualcosa e nonostante tutto. Penso fu allora che scoprii di essere un omicida potenziale. Perché desiderai, per la prima volta, di uccidere un uomo. Lo premeditai e solo nell’im­maginare l’assassinio di Imbrotti provai un leggero sollievo. Selezionai una parte della scenografia – il suo cadavere supino tra fogli di giornale – e rimandai l’esecuzione a tempi meno sospetti. La prima cosa che feci fu proprio conservare un pacco di giornali in cui non compariva il mio nome, che avrei utilizzato al momento opportuno. Divenni un omicida esattamente in quel momento anche se restai inespresso e portai tacita­mente questa condanna come un ciondolo di piombo appeso al collo.

Sono trascorsi diciannove anni da quella mattina d’amaro, di pioggia e di fogli di giornali refusi per strada Maggiore, odoranti del profumo tanto invitante della carta appena stampata. Ho sfilato il ciondolo della vendetta da questa catena di rabbia mai staccata dal collo. Forse è stato solo quando Imbrotti è entrato nel casolare abbandonato che ha perce­pito lo straniamento. L’avevo attirato in quel posto situato a Mezzolara, un frazione di Budrio, con la scusa di clamorose rivelazioni in merito a uno scandalo locale scoppiato in paese poche settimane prima. L’avidità di notizie gli ha bruciato ogni sospetto e ogni cautela. Si è precipitato all’appuntamento da solo, senza fare troppe domande, mantenendo la riservatezza che gli avevo chiesto al telefono.

Questo lo spettacolo che si è trovato davanti: una stalla decrepita in disuso ancora impregnata dell’odore di vacca, i muri stantii, uno spiraglio di luce filtrata da un pertugio sul fianco del muro. In fondo, una scala trabiccolo che prometteva il piano superiore.

In questa desolazione, spiccava un particolare stonato: giornali per terra. Umidi, stropicciati nelle pagine, un po’ sbiaditi e un po’ ingialliti. Quando Imbrotti ha raccolto una pagina a caso, si è reso conto che quella pagina lo possedeva così come lui ne aveva posseduto la testata diciannove anni prima. Erano i fogli dei quotidiani stampati quando io lavoravo per lui, con impressa la data di allora. Nella sete di protagoni­smo – non mi faceva mai firmare gli articoli – improvvisava all’ultimo qualche sigla senza motivo. Un giorno ero M.N., un altro ero G.G. Chi si sarebbe ricordato, tra i giornalisti celebri che siglavano i pezzi, di un ragazzino timido che sembrava più un fattorino che un apprendista del mestiere?

Li avevo conservati. Per diciannove anni. Ecco, in quel momen­to, credo che lui abbia capito. Che il passato, in qualche modo, tro­va una strada per tornare indietro. Che la frustrazione è condannata a ripetersi.

Gli ho lasciato qualche secondo e sono sbucato da dietro puntando­gli addosso la Beretta. Di nuovo, quella sensazione indescrivibile, impa­gabile. Lui che mi riconosce e il terrore che carpisce i suoi occhi, la sua pelle, il suo sudore. Non occorreva spiegargli niente perché nel momen­to stesso in cui mi aveva messo a fuoco, il passato gli era apparso davanti agli occhi con una nitidezza implacabile. L’ho legato a un pilastro con del filo spinato, lasciandogli libere le mani. Piangeva, balbettava. Pian­geva e mugolava come un bambino in fasce. Che sorpresa, negli anni trascorsi al suo fianco non l’avevo mai sentito balbettare.

«Ma non è po-possibile che da a-allora… t-tutto questo t-tempo… n-non ti s-sei di-di-dimenticato…».

«Che bello sentirti balbettare! Non sapevo che tu ne fossi capace! Caro Imbrottí, hai presente una moglie gelosa?» ho detto mentre tiravo il filo spinato per bloccarlo e lui lanciava gemiti di dolore. «Beh, io non sono sposato. Però concedimi quest’esempio. Immagina una mo­glie gelosa. Il marito può comportarsi in maniera irreprensibile ma lei non cesserà mai il suo sospetto. E lo sai perché?». Ho fatto una pausa, ho dato uno strattone al filo spinato e lui mi ha risposto scuotendo la testa a bocca spalancata. «Perché una donna gelosa, qualunque cosa tu faccia, in qualsiasi modo tu ti comporti, troverà sempre un pretesto per la sua gelosia».

«Co-cosa significa? S-sei p-pazzo! Ti p-prego… S-se mi l-liberi ti f-farò avere s-subito il te-tesserino».

«Allora l’hai capito perché sono arrabbiato? Eh, no, caro il mio pre­muroso Imbrotti…».

Ho preso tempo e mi sono allontanato guardandolo con un sorriso sardonico. Ho estratto da un sacco preparato appositamente un ammasso sanguinante di carne e interiora che puzzava già di decomposizione. Imbrotti ha piegato la testa da un lato come per sfuggire all’odore.

«Ecco perché ti ho fatto l’esemplo della moglie gelosa. Non baste­ranno le rassicurazioni del marito. Lei vorrà sempre qualcosa di più… E anch’io, sai cosa me ne faccio del tuo patentino? Me ne sono corso via, quel giorno, ricordi?».

Ho urlato sbattendogli in faccia l’ammasso di carne morta. Lui gri­dava, piangeva, balbettava ancora, voltava la testa con scatti nervosi per sfuggirmi e più evitava il mio castigo più io gli schiaffavo sul naso quel coagulo maleodorante di budella e interiora.

«Lo sai Imbrotti cosa c’è qui? Sai cos’è questo?».

«N-no!».

«Ho ucciso un cane, un povero cagnaccio trovato nel suburbio della città. Lho sventrato e ho tenuto per te la parte più interiore del suo corpo. La parte che nessuno può vedere. Come i sogni. Ecco, qui ci sono stomaco, polmoni, e tante altre cosette deliziose che palpitavano ancora quando le ho estratte. Però c’è un problema», ho aggiunto con una punta nevrotica nella voce, «l’ho ucciso qualche giorno fa, è rimasto fuori dal frigorifero e adesso puzza un po’!».

«Ba-basta! P-per f-favore!» ha biascicato piangendo come un bambi­no, ma io non mi sono fatto impietosire.

«Ti ricordi tutta la merda che mi hai buttato addosso? Ti ricordi quando mi hai fatto credere che sarei diventato giornalista mentre sape­vi benissimo che mai e poi mai mi avresti accontentato? Tutti i figli di papà dei tuoi amici, gli ultimi sfigati raccattati a qualche cena, qualche aspirante scrittore pieno di soldi e conoscenze e tu pronto a regalar­glielo, il tesserino! Io invece ho sgobbato per due anni inseguendo una promessa cui sei venuto meno! Ma adesso facciamo i conti! Se vuoi che ti liberi, per prima cosa devi mangiare ciò che resta di questo cane. Io ho deglutito bocconi amari per colpa tua e non li ho ancora digeriti! Ora fallo tu per me. Se entro cinque minuti non hai fatto sparire questo schifo, ti strappo gli occhi e te li infilo in un posto sicuro».

Ha ruminato qualche sillaba in preda alla balbuzie poi ha ceduto alla paura e ha divorato, metà vomitando e rigurgitando e metà ingoiando, la palla di sangue raffermo e budella. Masticava frignando con la bocca spalancata mentre sangue scuro e appendici color marrone gli uscivano agli angoli della bocca. Dopo cinque minuti di assoluto godimento, gli ho tolto dalla bocca e dal viso il composto che rimaneva e gli ho fatto vedere un boccetta di vetro contenente del liquido:

«Bene, Imbrotti, il tuo supplizio è quasi finito. Se bevi tutto d’un sorso questo liquido, ti lascio libero».

Lui mi ha guardato in cerca di un briciolo di sincerità. Il suo tita­nico sforzo prevedeva un dubbio atroce: sarebbe stato davvero libero? La paura non concede titubanze alla riflessione, lui ha chiuso gli occhi e ha annuito con la testa. Mi sono avvicinato, ho stappato la boccetta e gli ho versato il liquido, fino all’ultima goccia. Mi sono sentito quasi rimborsato.

«Perché hai fatto ciò che ti ho chiesto?».

«P-perché hai detto che mi l-Iberi!».

«Tu credi nelle promesse, Imbrotti? Ti ricordi le tue promesse? Ti ricordi tutto ciò che non hai mantenuto? Perché taci? Vedi, io mi comporterò come te. Tu mi avevi garantito una cosa che non mi hai cor­risposto. Io ti ho promesso la salvezza ma ti ho fatto bere veleno. Il tesserino allora mi sembrava un certificato coperto d’oro. Ora so che è carta igienica».

Il suo volto rigato di sangue, lacrime, sudore freddo trasaliva delle più inorridite espressioni. Ho concluso, qualche istante prima che cessasse il respiro, rincuorandolo: aveva vissuto un’esistenza indegna di comme­morazione ma la morte l’avrebbe riscattato dalla banalità. Mi è bastato attendere una decina di minuti. Quando ormai un colore bluastro aveva steso una patina di morte sfumata sul suo viso ho raccontato alla sua salma della morte di Cleopatra. Cleopatra, la più ammaliante regina d’Egitto, la donna che aveva piegato ai suoi piaceri, e ai suoi progetti politici, due tra gli uomini più potenti di tutto il mondo antico, Cesare e Marco Antonio. Cleopatra, che aveva chinato dignitosamente il capo alla parte discendente della sua parabola finale, quando, piuttosto che cadere prigioniera nelle catene del suo più acerrimo nemico, Ottaviano, si era data la morte col veleno facendosi pungere da un aspide.

 

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