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2 Luglio 2009 | Racconti d'autore

Rossoemilia

di Giovanni Giudici. Da “Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)”, Bononia University Press, IBC 2008

A cura di Claudio Bacilieri | Lettura di Fulvio Redeghieri

2 luglio 2009

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.

Questo testo di Giovanni Giudici, poeta e giornalista, è stato pubblicato per la prima volta nel n. 6/1993 della rivista IBC.

Rossoemilia

Se non avessi letto, negli anni della mia frettolosa università, il Cortegiano di Baldassar Castiglione, non avrei potuto apprezzare a Carpi la sobria opulenza del palazzo Pio, la vastità della piazza, io solo in essa nel cuore della notte. Come non pensare, riandando alla mia remota e quasi obbligata lettura di diciottenne, a quella Signora Emilia (Pio, appunto) che fra i dialoganti non fa che dire la sua, lasciando indovinare (o supporre) nell’aldiquà della pagina il fascino di una sensuale bellezza. E poi quel cognome, per la verità, alquanto inusuale alla mia ignoranza. Per me Carpi è la notte o, comunque, il buio delle due o tre occasioni in cui ebbi a trovarmici: una verso il ’60, rapida andata e ritorno da Modena per le insistenze di una banalissima compagnia di serata con in mezzo un tale che, pur ostentando accento toscano, asseriva di esservi nato; e l’altra forse un anno e mezzo fa, per una lettura di versi nella civilissima e molto efficiente biblioteca. Però, questa seconda volta, intatto restando l’effetto Pio, con tutta la percezione del sopravvenuto cambiamento culturale: rombare di macchine, di moto e scorreggianti motorette, febbre di movimento (verso chi e a quali dove?) ben che non fossimo di sabato sera: segni di una labile ricchezza cresciuta nei decenni e oggi, devo pensare, minata dalla peste di crisi che è dell’Italia e del mondo.

Avrei ragioni per dire che, fra le città emiliane, Parma mi è la più cara. Una di esse, la principale, è che a Parma in un collegio inevitabilmente di suore, mia madre era stata internata a studiare da maestra. Parma è, infatti, assai vicina, anzi finitima, alla Spezia, nel cui circondario e non ancora provincia quella bambina di dieci anni era nata. Figurarsi con quanto tremore, così lontana dal mare del suo paese che adesso, da Parma, si può raggiungere in un’ora di autostrada. Era appena iniziato il secolo, questo secolo ultimo del secondo millennio, e l’età che lei doveva avere a quel tempo è calcolabile su un dato che appartiene alle leggende di cui (su di lei già morta) si popolò la mia infanzia: una di queste leggende era che Portunato Alberta Giuseppina (scriviamo così il suo nome come su un registro di scuola) diventò a sedici anni la più giovane maestra di tutta la provincia di Genova. La inseguo oggi più che mai nelle foto che ne rimangono, quasi sempre in posa e in abiti da speciali occasioni. Un po’ più “vera” è quella dove, minuscola ghirlandetta, appare insieme alle compagne di collegio; ma ce n’è forse anche un’altra: lei ha una camicetta di pizzo, un nastro le scende dalle spalle sul petto, a guisa di scapolare, le mani posate su un tavolo stringono (ma non ne sono sicuro, non è qui) un mazzetto di fiori. Anche lei (come suo figlio) era orfana di madre. Quanto ho cercato negli anni di parlare con qualcuno che le avesse parlato o avesse ascoltate le sue parole: ma adesso tutti spariti sono i suoi scolari di un tempo. Parma è lei, madre sconosciuta, per me. Quando ci torno, mi capita di tentare un perverso e sublime gioco della vista: scoprire, nelle vie, nelle case, nelle cose da lei forse guardate, l’impronta dopo quasi un secolo del suo sguardo, calamitarmelo addosso, per dirgli: eccomi. Ma Alberta non usciva dal collegio se non accompagnata dalle suore e in fila con le compagne, per la passeggiata di metà settimana. Pare che non mancasse di un qualche furtivo ammiratore.

L’Emilia tende al rosso, tinta da un sole subpadano. Diverse però le sfumature città per città. Piacenza tende all’arancio. Parma, Reggio e Modena all’ocra. Il rosso più rosso è di Bologna, la capitale. Poi torna ad attenuarsi procedendo verso levante: a Imola, a Ferrara, a Ravenna ormai bizantina. Nessun colore mi resta di una brevissima sosta a Forlì; ma qualcosa in più di Faenza, porta dell’Appennino: pochi chilometri e si svaria nella campaniana toscanità di Marradi: fitta di castagneti, i cui frutti si esportano fino in Giappone per farne marrons glacés. Non si prendano però troppo sul serio le mie memorie cromatiche.
Coerentemente rossi sono il ragù (che ben si compone con il giallo dei tortellini) e il lambrusco che per la sua cordiale e mite allegria preferisco ad altri vini emiliani: al pur rispettabile sangiovese, all’albana, al frizzantino di Scandiano, quest’ultimo certamente goduto dal Conte Matteo Maria Boiardo in tempi, per la nostra vecchia Italia, altrettanto funesti che gli attuali. “Mentre che io canto, o Iddio redentore…”.
Piuttosto scarsa è la mia vena anacreontico-conviviale, ma a un’eccezione poetica in tal senso mi ha indotto la squisita cortesia di una signora di Modena, titolare di un’importante cantina a Maranello. Auspice il comune amico Alberto Bertoni, e pur conosciuta soltanto per fama come la Melisenda di Jaufré Rudel, la signora Ludovica P. mi ha fatto grazioso omaggio di non poche bottiglie del suo vino; e non ho potuto dunque fare a meno di dedicarle i versi che in sua lode rendo pubblici adesso:

Per fortuna in Italia abbiamo il vino
Casto conforto e oblio dell’aspra vita
Spumeggiante letizia giunta in dono
Da Lei, fantasticata Ludovica.
Ai Suoi grappoli in cambio un rosso augurio
Salga a scaldarli a giusto fuoco e gusto
Dal poeta benché ai suoi sguardi ignoto
In grazia Sua devoto del lambrusco.

Seria mancanza sarebbe limitare al lambrusco le glorie di Maranello, trascurando quella di Enzo Ferrari e delle automobili che portano il suo nome nel mondo. Una decina d’anni or sono, per conto del giornale al quale collaboravo e collaboro, fui mandato appunto a Maranello per assaporare, en poète, l’esperienza di una corsa in “Testarossa” e descriverla quindi ai lettori. Credevo di poter guidare io stesso la macchina, ma non mi fu consentito: per questioni, dissero, di assicurazione. Guidò un collaudatore della casa: in autostrada prima e poi nella famosa pista che riproduce nel suo tracciato le più difficili curve dei principali circuiti automobilistici. A colloquio con l’Ingegnere (che, nonostante i sopravvenuti nuovi equilibri azionari, aveva retto fino all’ultimo il timone della Società), gli manifestai la mia ammirazione per il prestigioso veicolo: “Ben che non sia” – precisando – “alla portata delle mie risorse”. Da vero signore, Enzo Ferrari: “Ma chi lo ha detto?” – ribattè – “Io spero anzi di averla un giorno tra i miei clienti”. Per fortuna non era un buon profeta: che cosa potrei farne di un “Testarossa”? Meglio il lambrusco della signora Ludovica.
Fino agli anni Cinquanta esisteva in Italia quella che potremmo definire una mappa gastronomica. “Paese che vai, cibi che trovi” si poteva dire. Ma non è più così. A me, ligure di nascita, cresciuto a Roma e invecchiato a Milano, può capitare oggi di sentirmi proporre in un ristorante (mettiamo) di Palermo una pasta col pesto alla genovese. Non ci sto. Non c’è più gusto. Non c’è il gusto col quale, mentre nella stagione invernale o primaverile del 1951 accompagnavo mio padre in un viaggio da Roma a Cervignano del Friuli per una non gradevole incombenza, mangiammo durante la forzata sosta a Bologna per un cambio di treno in una trattoria subito fuori dalla stazione. Tortellini, naturalmente, e lambrusco e poi altro che non ricordo, per culminare poi nell’immancabile zuppa inglese. Tutto un altro mangiare, tutto un paese diverso. La trattoria si chiamava “Al vapore” e mi dicono adesso che non c’è più. Non c’è più nemmeno mio padre. E io sono qui, in questa casa estrema che non mi è stata imposta e che ho scelto. Guardo alla finestra il mare: all’orizzonte una foschia impenetrabile nasconde una festa di isole.

 

Brano corrente

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