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15 Gennaio 2009 | Racconti d'autore

Tracce del tuo passaggio

di Grazia Verasani, editore Fernandel, Ravenna 2002. Parte prima: La ragazza dei rospi.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi.

15 gennaio 2009

Nata nel 1964 a Bologna, la città in cui vive, Grazia Verasani si diploma attrice all’Accademia d’arte drammatica a vent’anni. Dopo varie esperienze teatrali, conosce Tonino Guerra che la incita a scrivere. Pubblica i suoi primi racconti grazie al poeta Roberto Roversi e poi a Gianni Celati che la ospita sul quotidiano “Il Manifesto” nella rubrica “Narratori delle Riserve”. Parallelamente lavora come speaker e doppiatrice e come corista, canta e suona il pianoforte e nel ’96 pubblica il suo primo cd “Nata mai”; l’anno seguente col suo gruppo fa da supporter ai Jethro Tull nella loro tournée italiana. Lavora poi come autrice di testi per cantanti emergenti (Fede Poggiolini, chitarrista di Ligabue), collabora con l’etichetta Irma Records e nel ’99 pubblica il suo primo romanzo “L’amore è un bar sempre aperto” per la casa editrice Fernandel. Nel 2001, sempre per Fernandel, esce il suo secondo romanzo “Fuck me mon amour” e nel 2002 la raccolta di racconti “Tracce del tuo passaggio”, dalla quale abbiamo preso le letture che vi proponiamo.
Nel 2002 al Teatro Colosseo di Roma viene rappresentata la sua pièce teatrale “From Medea” e nel 2004 esce per Mondadori il romanzo “Quo vadis, baby?” da cui il regista Gabriele Salvatores ha tratto un film vincitore di premi importanti. Dal 2006 Grazia Verasani ha una rubrica fissa sulle pagine culturali di Repubblica Bologna. Sempre nel 2006 esce da Mondatori il romanzo noir “Velocemente da nessuna parte”, tradotto in varie lingue.
Nel 2008 “From Medea” viene prodotta dal teatro Stabile di Bologna e rappresentata con successo all’Arena del Sole. In maggio esce per Feltrinelli il romanzo “Tutto il freddo che ho preso”.  

La ragazza dei rospi
(tratto da “Tracce del tuo passaggio”, Fernandel, Ravenna 2002)

Quell’estate dell’Ottanta io avevo sedici anni e Franca ventisei. Abitava con il padre settantenne al numero 12. di via dei Lampi, in un appartamento di tre stanze al secondo piano.
La mia compagnia era composta di ragazzi e ragazze all’incirca della mia età; ci sedevamo sul muretto a fumare, parlare, dopo la scuola o il lavoro, e a patire il caldo o il freddo a seconda delle stagioni. Il nostro mondo nasceva e moriva li, in quel nastro di strada. Avevamo solide radici in quella via, nelle case popolari che vi si affacciavano, nel parco dei Lampi col campo di calcio e nel bar di Tony, dove giocavamo a flipper, a biliardo o a ping pong.
Io e Livio eravamo gli unici a frequentare il liceo. Sandro e Tacchioli lavoravano in un’autofficina, e Berto a una pompa di benzina. Giò, la sorella di Nassi, lavorava insieme al fratello nella cartoleria del padre. Doriana era iscritta al secondo anno delle magistrali, ma il suo sogno era quello di recitare nei film (noi la prendevamo in giro per questo suo grillo e la chiama­vamo Doris Day). Poi c’era Savelli, un ragazzone timido e goffo che faceva il piastrellista e che scriveva nel tempo libero poesie di quattro o cinque righe che non ci faceva mai leggere. Gardini, il bello del gruppo, aveva cominciato a farsi d’eroina, a scippare, a entrare e uscire dal carcere della Dozza e a collassare tra le braccia di Tony nel cesso perennemente occupato del bar.
Da Tony c’era anche il juke-box, ma i dischi si incan­tavano sempre; i vecchi leggevano l’Unità ingobbiti sul freezer dei gelati, oppure giocavano a carte nella saletta dei biliardi. Noi ci ubriacavamo di birra, di noia e covavamo i nostri primi struggimenti amorosi come raffreddori.
Certe notti, seduti sul muretto, ci arrivavano addosso secchiate d’acqua gelida da qualche finestra, insieme agli improperi di chi voleva dormire. Correvamo al centro della strada, bagnati fradici, o ci riparavamo dietro le auto parcheggiate, e poi tornavamo a sederci sul muretto o sul marciapiede. C’erano sempre cassette e vinili che ci prestavamo l’uno con l’altro e che non ci tornavano indietro, c’erano sempre gatti sopra i cofani delle auto o sui sellini dei motorini che ci guardavano con superiorità, e ragazze grandi che si facevano venire a prendere dal ganzo di turno e che non ci degnavano né di uno sguardo né di un saluto.
Al parco dei Lampi giocavamo a pallone anche quando c’era la neve; d’estate ci sdraiavamo sull’erba a guardare la luna o a farci confidenze. La madre di Berto, anni prima, si era impiccata in cantina con la corda della sua giacca a vento; lui era sceso a prendere la bicicletta e l’aveva scoperta, così era corso in casa e si era messo a ballare in piedi sulla lavatrice. Il padre di Livio, invece, era stato investito da un autobus men­tre attraversava la strada per andare in tabaccheria a giocare la schedina; sua madre si era risposata con un fontaniere e aveva avuto altri due figli, di cui una bambina down, Serena, alla quale Livio era molto affezionato.
Su Franca, al bar di Tony, circolava voce che avesse il vizio dei ragazzini o più semplicemente che fosse una spostata. Aveva capelli corti e neri, un corpo pieno e un’aria stregonesca. Di giorno la si vedeva spingere la carrozzella del padre, passarci davanti con un sorriso indeciso, rassegnata al fatto che nessuno di noi le rivolgesse la parola; camminava a passo lento e ci guardava con aria di sfida, mentre il padre invalido aveva la bava agli angoli della bocca e due occhi vuoti e acquosi seminascosti da un berretto di lana.
Si vociferava che avesse svezzato tutti gli adolescenti di via dei Lampi, che, insomma, avesse tolto loro la verginità. Di notte, c’era sempre qualcuno sotto la sua finestra, in attesa: se la luce era spenta voleva dire che non era sola, se era accesa si poteva salire. Non voleva soldi, mi raccontò Sandro; lui c’era stato su da lei, in quella casa; si era ritrovato nudo come un verme sopra un copriletto di ciniglia marrone. «Tutto gratis» mi disse, «e se ne fa anche tre per sera. Se vuoi, ti dà pure una bibita».
«Coi grandi non ci va?», chiesi io.
«No» rispose lui, «le piace la carne fresca».
«E il padre?»
«Dorme con gli occhi aperti in un’altra stanza».
La chiamavano “la ragazza dei rospi” perché spesso andavano da lei Gardini e i suoi amici: spacciatori, tossici, teppisti, gente che girava con un coltello in tasca e che le nascondeva in casa stereo rubati, orologi, catenine d’oro e spranghe di ferro.
Quando la sua gatta partorì, Franca scese in strada con cinque mici in una cesta e ci chiese se qualcuno di noi li voleva. Solo Giò le rispose con gentilezza, dicendo che avrebbe chiesto in giro, sparso la voce nella cartoleria. Non so che fine fecero quei gatti, ma so per certo che non li tenne lei.
Un giorno di giugno Savelli mi prese da parte nel bar e mi disse che doveva parlarmi. Aveva un grosso livido su una guancia, simile a una voglia, e un occhio tumefatto; mi spiegò che era stato suo padre a ridur­lo così, dopo che lui gli aveva detto a tavola: «Ho messo incinta quella del 12, la ragazza dei rospi, la Franca».
Non avevo mai pensato a Savelli come a uno che fa certe cose; mi era sempre parso un ingenuo, un bambinone, e poi nessuna ragazza della compagnia gli faceva caso. Gli misi un braccio intorno alle spalle e gli chiesi di raccontarmi tutta la storia. Con Franca aveva fatto l’amore per la prima volta in vita sua e lei si era mostrata tenera e molto comprensiva.
«Non è che la prima volta sia poi così importante», dissi io. «Quasi tutti, qui, è con la Franca che si sono fatti le ossa…»
«Cosa vuoi che me ne importi se è stata con mezzo mondo», fece lui. «Nessuno la conosce davvero. Gianni, lei è dolce, non te lo immagini quanto sa essere dolce. Ha persino appiccicato le mie poesie sul vetro della finestra».
«Vuoi dire che ti ama?»
«Dice di sì».
Scossi la testa. «Ti sta manipolando, Savelli. Svegliati finché sei in tempo. È marcia. Se ci fai un figlio, te ne pentirai».
«Parli come mio padre», disse lui con la voce rotta, poi si alzò e se ne andò.
Una settimana più tardi Doris Day mi riferì che il padre di Savelli era andato a parlare con la ragazza dei rospi per cercare di farla ragionare, ma che lei non gli aveva nemmeno aperto la porta. Noi ragazzi facemmo una colletta, racimolammo un po’ di soldi e li demmo a Savelli.
«Portali a quella dei rospi», gli disse Nassi.
«Per l’aborto», specificò Tacchelli.
Savelli salì le scale con l’aria di un soldato triste, guardandoci come uno che ci stava facendo un favore. Ma le portò quei soldi e chiuse quella storia.
Una notte di luglio, durante un temporale, Gardíni e i suoi amici aspettarono che Franca uscisse a cercare la gatta e le tesero un’imboscata. Ubriachi o fatti, non so bene, la rincorsero per tutta la via, riempiendola di insulti e prendendola a sassate. Lei si fece un paio di settimane in ospedale, ma non li denunciò.
Un mese dopo, il padre di Franca morì. Lei mise in vendita l’appartamento e un giorno di settembre traslocò. Restammo lì a guardarla,’ all’altezza del nu­mero 12 di via dei Lampi, mentre aspettava il taxi seduta su una valigia e con in mano la gabbia che conteneva Sirio, la sua gatta.
Qualcuno applaudiva, soprattutto quelli che erano saliti in casa sua una o più volte; c’era qualcosa di rabbioso negli sguardi di quei suoi ex amanti ragazzini, anche in quelli diventati ormai maggiorenni. Ma lei sembrava indifferente e quasi signorile, dentro un vestito rosso a pois neri e con in testa un cappellino di paglia con la veletta. Aveva un’aria da attrice di altri tempi, quando mosse gli occhi su Savelli, a testa bassa in un angolo, che non applaudiva. Non so se sorrise a lui o in generale, prima di sparire per sempre dalle nostre vite.
Doris Day si mise a piangere forte e a dire che anche lei un giorno se ne sarebbe andata via, a Roma o anche solo in un altro quartiere. Tutti si misero a ridere e poi tirarono un sospiro di sollievo: Franca era lontana, dentro un taxi giallo. La gente tornò al bar o nelle proprie case e sul muretto restammo solo io, Savelli, Livio e Doris Day che si era accesa una sigaretta e non piangeva più.
«In fondo non era antipatica», disse Livio. «Con­fessa» aggiunse fissandomi, «ci sei andato anche tu?»
Sorrisi e lasciai che pensasse di sì.
Savelli, in piedi, guardava la finestra chiusa del secondo piano. Nessuno l’avrebbe più spenta o accesa per dare un segnale di via libera. Nessuno avrebbe schiacciato mozziconi nell’attesa o incrociato qualcuno sulle scale: chi andava e chi veniva, in quel piccolo tratto notturno dove Franca, la ragazza dei rospi, un tempo faceva la sua beneficenza.

Brano corrente

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