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25 Giugno 2009 | Racconti d'autore

Un Paese non basta

di Arrigo Levi, Il Mulino, Bologna, 2009 (parte terza)

A cura di Claudio Bacilieri

25 giugno 2009

Il Novecento è stato chiamato “il secolo breve”, come si trattasse di una sorta di Big Bang dove si è concentrata ed è esplosa tutta l’energia della storia. A rileggerlo con gli occhi di Arrigo Levi, grandissimo giornalista che ha appena dato alle stampe per i tipi del Mulino un intenso libro di memorie e riflessioni, “Un Paese non basta”, il Novecento è uno schermo su cui scorre la pellicola dei giorni, da quelli fortunati e avidi di felicità dell’adolescenza trascorsa in un’agiata famiglia della borghesia ebraica modenese, a quelli cupi delle leggi razziali che ne rompono l’incanto, a quelli smarriti negli occhi di un ragazzo che con la famiglia attraversa in nave l’Atlantico per trovare salvezza in Argentina, rivivendo a suo modo la mitologia dell’ebreo errante. Che poi lo porterà a diventare cosmopolita e giornalista, ma anche, nel 1948, dopo il rientro in Italia, a partecipare alla nascita d’Israele.
Arrigo Levi, nato nel 1926, dopo una lunga carriera iniziata in Argentina – e che lo ha visto corrispondente da Londra e da Mosca, conduttore del telegiornale Rai, inviato speciale e redattore capo de “La Stampa”, capo editorialista del “Corriere”, scrittore e autore di programmi televisivi – è approdato al Quirinale. Dove è stato consigliere del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, come attualmente lo è del Presidente Giorgio Napolitano.

Un Paese non basta
di Arrigo Levi

Parte terza

L’immagine d’Israele com’era allora si sintetizza, nella mia memoria, in un paesaggio di distese di sabbia, interrotte dagli insediamenti ebraici, con i loro agrumeti, i pardesim (che è poi la radice della parola «paradiso») protetti dal vento da filari di cipressi. Un’immagine antica, con un distacco netto fra le aree verdi colonizzate dagli ‘olim, gli «immigrati ebrei», e i territori molto più aridi popolati da arabi. Solo nelle zone collinose, con antichi terrazzamenti e piantagioni di ulivi (i più vecchi erano detti «ulivi romani», perché erano stati forse piantati dai romani, che li avevano importati in Palestina), ritrovavamo un paesaggio che ri­chiamava alla mente, anche se molto più povero, aspetti del nostro paesaggio appenninico. Salendo dalla pianura verso Gerusalemme, negli autobus che avevano i vetri protetti da reti di ferro, si attraversavano i boschi di pini e cipressi piantati dagli ‘olim venti o trent’anni prima.

In alto, c’era, sublime, sulla cresta della montagna che, dall’altra parte, scendeva verso lo sprofondo del Mar Morto, Ierushalaim, la Città santa, rinchiusa nelle sue rosee mura turrite, su cui si potevano intravvedere i soldati della Legione araba-giordana. Gerusalemme confina con il cielo, come nessun’altra città; e questo mi ha sempre comunicato un miscuglio di esaltazione, e di paura.

Domina nella mia mente l’immagine di un paesaggio a chiazze, ma in prevalenza ancora desertico. Anche nei sobborghi di Tel Aviv (ho nel mio studio la storica fotogra­fia, donatami da Carlo Casalegno, della fondazione della nuova città: un gruppo di distinti signori vestiti in nero in un nudo paesaggio tutto sabbioso), si udiva nella notte vicinissimo l’urlo ossessivo degli sciacalli. Quando tornai in Israele, venticinque anni dopo, tutto era cambiato, il paesaggio si era come ricomposto a unità: non c’erano più zone d’aspetto desertico nella fascia costiera colonizzata dagli ebrei. E da anni non urlavano più gli sciacalli.

A settembre fummo finalmente assegnati, in base a criteri a noi ignoti, a diverse unità dell’esercito. A me, a Tiziano Uzielli, l’amico carissimo e coetaneo modenese, e a Silvano Di Porto, uno dei numerosi ebrei romani «di ghetto» che avevano risposto con spirito avventuroso alla chiamata alle armi (Silvano, volonteroso e coraggioso, fu un compagno prezioso, con la sua inseparabile chitarra e le sue canzoni in romanesco; una raccontava la storia straziante di un amore infelice, e cominciava con le parole: «Madonna mia dell’Angela…»), toccò la Hativat HaNegev, la «Brigata del Negev». Ne fummo molto orgogliosi. Noi, e soltanto noi della Hativà, potevamo portare appuntato al petto un minuscolo cammello. I1 mio Israele, e la mia guerra, rimangono ancora il Negev, e la guerra nel deserto: anche se il mio «diario di guerra», che tenni dal 14 ottobre del 1948 fino a fine anno, scrivendo in stenografia (per renderlo illeggibile, caso mai fosse «caduto in mano al nemico»!) in un quaderno nero di scuola, è piuttosto povero di azioni eroiche: con qualche delusione di mia figlia, quando, molti anni dopo, ebbe modo di leggerlo.

La brigata era composta da tre battaglioni, il 7°, l’8° e il 9°, quest’ultimo un battaglione di Palmach (le unità di élite dell’esercito); più una compagnia di genio da campo (la «compagnia di genio numero 2» di tutto l’esercito; ma noi dicevamo che era stata la prima ad essere costituita), composta da circa centoventi soldati, a cui sarebbe toccato il compito di costruire o risanare campi minati, di costruire ponti e fortificazioni. Alla machleket sadè mispar shtaim, «compagnia da campo numero 2», noi tre fummo assegnati. E diventammo mehandessim, «genieri»: un mestiere tutto da imparare. Non avevamo armi automatiche, solo vecchi fucili (poi sostituiti da altri più moderni, venuti, si diceva, dalla Cecoslovacchia), «konzertini» di filo spinato, materiale per costruire ponti Bailey (ne costruimmo più d’uno), baston­cini di metallo, i detector, per esplorare i campi minati che avremmo potuto incontrare, e mine per farne dei nostri. E facemmo diversi, cintati dalla rete metallica con i trian­gola rossi che indicavano, come vuole il diritto di guerra, il campo minato.

A cavallo fra il settembre e l’ottobre, mentre la ripresa della guerra si stava già preparando, dall’una e dall’altra parte, la brigata era stata ritirata dal Negev, dove aveva sostenuto duri combattimenti, per raggrupparsi e reintegrarsi, di nuovo in un ex campo militare inglese, a Ber Yakov (il «Pozzo di Giacobbe»), a sud di Tel Aviv, con nuove unità, fra cui noi tre soldatini venuti da lontano. Gli altri erano, in gran maggioranza, sabra, «ebrei nati in Eretz Israel», come dicevamo noi, e la lingua della Hativà era l’ebraico, non l’yiddish; mentre l’inglese poteva essere utile. Così imparammo abbastanza in fretta a capire e a farci capire nella nuova lingua, che non conoscevamo; ripetemmo da adulti l’esperienza che fanno tutti i bambini nei primi anni di vita, un’esperienza piuttosto straordinaria ed esaltante, con una sensazione quasi fisica della mente che si apriva, di giorno in giorno, ad accogliere nuove parole.

Fu a Ber Yakov che attendemmo la ripresa della guerra, che era imminente. Per quel che ci riguardava, saremmo dovuti tornare a sud, nel Negev. E l’ordine di partenza immediata arrivò la sera del 10 ottobre; ma era domenica (Yom HaRishòn, il primo giorno della settimana dopo lo Shabbat), e mancavano solo tre giorni al Kippur. Sicché molti se ne erano tornati a casa, in libera uscita, noi com­presi. In quel tempo, in quell’Israele, si faceva la guerra quando c’era la guerra; altrimenti c’era il lavoro da mandare avanti, e c’era la famiglia. Dopo il campo di Betlid, fu nettissima l’impressione di essere entrati in un esercito di civili in armi: anche se il 90 battaglione di Palmach aveva un aspetto più militare.

Corse voce che intendevamo sfondare le linee egiziane nella zona di Negba, per assicurare la strada per il Negev e per alcuni lontani kibbutzim. La strada era in nostre mani, gli egiziani la dominavano però dalle andati avanti tra i primi, per preparare la strada ai carri armati (ma non ricordo di averne mai visto nemmeno uno, soltanto un certo numero di autoblindo, e molte vecchie jeep con sopra montata una mitragliatrice: l’«arma segreta» dell’esercito israeliano, che non vinse certo la guerra perché fosse meglio armato degli eserciti arabi).

Le partenze, alla spicciolata, cominciarono soltanto la sera del 12. Ma il 13 restammo ancora a Ber Yakov, fino a sera: mangiammo soltanto cose fredde, carne in scatola, succo d’arancio e galletta. Era Yom Kippur, il giorno del grande digiuno penitenziale, ma noi eravamo in guerra e potevamo mangiare; però sarebbe stato peccato accendere il fuoco. Ma non si sentivano preghiere, solo spari isolati. Eravamo vestiti pesantemente, con molte coperte, perché nel deserto la notte è fredda, e infatti avemmo freddo per tutto il viaggio, stretti gli uni agli altri.

Trascrivo dal mio diario. Si parte alle undici di sera, il nostro camion è il terzo di una colonna di circa due­cento automezzi, preceduti soltanto da un altro camion e da un’autoblindo. Sul nostro camion c’è la nostra kittà, la squadra di cui facciamo parte noi tre italkim, «italiani», insieme a un’altra kittà di khablanim, di «guastatori» del 9° battaglione, e ci sentiamo piuttosto emozionati. Noi ab­biamo il fucile e il doker, loro lo sten e il doker.

Verso le due del mattino ci fermiamo, in un grande kibbutz, con le macchine sparse tra gli agrumeti carichi di frutti. Ci viene detto che ci troviamo a Ghivat Brenner, il kibbutz «degli italiani»; siamo ancora in Israele. La scena è assai pittoresca. La colonna si è sparpagliata ai lati della strada asfaltata, tra gli alberi di arance. Noi italkim non tro­viamo il camion con le nostre masserizie, ma muovendoci a cercarlo ci scaldiamo, cantando la storia del capitano degli alpini che sta per morire e si fa tagliare in cinque pezzi. Ci gridano di star zitti, vogliono dormire. Dormiamo alla fine anche noi, su una tenda stesa per terra, attaccati gli uni agli altri perché fa un freddo cane.

Ma quando si alza il sole la mattinata è splendida. Ci distribuiscono caffelatte e gallette. E ci dicono che la tregua è finita, la guerra è ricominciata, non sappiamo se per ini­ziativa israeliana o egiziana. Nella nostra colonna viaggiano anche molte donne, soldatesse e civili.

La mattina del 15 siamo finalmente nel Negev, dopo una notte di viaggio per una strada improvvisata, aggirando posizioni egiziane, per raggiungere un kibbutz isolato. Valichiamo wadi, letti di torrenti asciutti in questa stagione. Passiamo, nel buio, in mezzo a una tribù di beduini, con le loro tende, da cui qualcuno si affaccia al nostro passaggio; greggi di pecore, cammelli, belati, abbaiare di cani. Ma nes­sun pericolo, i beduini sono filoisraeliani. Paesaggio ondu­lato e desolato sotto la luna, silenzio e tensione sui camion. Verso mattina arriviamo a Ruhama, un grosso kibbutz, senza nessun incidente. Facciamo benzina e ripartiamo.

Il terreno sembra tutto deserto, ma il Negev, almeno qui, non è vero deserto: dalla sabbia spunta una peluria di vegetazione secca, e ci sono anche rari terreni arati. Anche le baracche dei kibbutzim sono color sabbia. Poi, l’alba spalanca un vasto, struggente panorama. La prima fermata è alle nove, in una specie di anfiteatro naturale di rocce af­facciato sul paesaggio desertico, un inatteso arco di colline rosate dal sole che sorge, la curva di un fiume asciutto, le rive scavate dall’acqua che non c’è. Il paesaggio immenso è circoscritto da montagne lontane: è già il Sinai? Scrivo nel mio diario: «Si capisce bene che è una terra disabitata, che può ospitare una popolazione numerosa; ma ci vorranno anni e forse secoli di lavoro. La vastità del paesaggio mi ricorda le mie verdi pampas argentine. Ma c’e solo deso­lazione, l’eterno colore-giallo,rarissimi alberi rinsecchiti, battuti dal vento». Un paesaggio maestoso, vuoto e senza fine, che suscita sentimenti strani. Il fascino del deserto è inatteso, emozionante. Si aggirano nella mente suggestivi ricordi biblici. Non è lontana Bersceva, ancora in mano agli egiziani, con i pozzi a cui Abramo abbeverò le sue greggi

Il luogo è molto suggestivo. In un punto imprecisato, a non più di qualche centinaio di metri da dove io scrivo, Agar, l’ancella cacciata nel deserto dalla casa di Abramo, piangeva, nascondendosi il capo per non vedere il figlioletto Ismaele

 che aveva gettato sotto un arboscello, e stava per morire per mancanza di acqua; quando l’angelo del Signore le apparve, le mostrò un pozzo d’acqua, e le disse: «Che hai Agar, non temere, poiché Iddio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Levati, alza il ragazzo e piglialo forte per mano; perché io farò di lui un grande popolo». E Dio le aperse gli occhi, ed ella vide un pozzo d’acqua, riempì l’otre e diede da bere al ragazzo. E Dio fu con lui; ed egli crebbe (Gen 21, 17-21).

Accanto a questo stesso pozzo, che si raggiunge a piedi da Bersceva con una breve   una breve passeggiata incontrarono poi Abramo ed Abirnelech re di Gherar, e i due «fermarono un patto»; e Abramo diede ad Abimelech sette agnelle, come testimonianza che egli aveva scavato questo pozzo. E chiamò quel luogo Beer-sceba, e si giurarono pace. Per questo il pozzo fu chiamato Becr-sceba, il «Pozzo del Giuramento». Anche se, secondo altri biblisti, il significato del nome era il «Pozzo dei Sette», o «delle Sette agnelle». La mia Bibbia dice che a Beer-sceba c’erano anche e ci sono tuttora sette pozzi, anche se io ne ho visto uno soltanto. Vi si abbeveravano degli asini, con gli arabi loro padroni avvolti nei barracani. È quest’acqua che ha qui richiamato la vita. In questo piccolo spazio, di non più di un chilometro quadrato, tutto è verde: una breve conca ridente, da millenni, fra le colline di sabbia.

Fra la fine di ottobre e il 20 dicembre, ci sono diverse novità. Prima arriva a Bersceva l’ordine per me e Tiziano di trasferirci a Haifa per un corso di undici giorni di lingua, storia e cultura ebraica. La scuola per nuovi immigrati di lingua francese (noi siamo i due soli italiani) è sulla cima del Monte Carmelo, nella Bet Rutenberg, i corsi sono diretti da Bruno Savaldi, fratello del Malkiel Savaldi che ho ricor­dato come messaggero da Israele per convincere i giovani ebrei italiani a rispondere alla chiamata della Terra d’Israele in pericolo. Bruno è laureato a Trieste in diritto canonico: è un intellettuale, che mi prende molto a benvolere.

Contemporaneamente, ho ricevuto dall’Italia – e questo finisce per essere un fatto rilevante per il mio futuro, anche se non mi è subito evidente – una Olivetti portatile regala­tami da mio fratello. Il nuovo immigrato – un sopravvissuto ai lager – che mi ha portato la macchina, e un grosso plico di documenti, mi sembra pensasse che io fossi una sorta di «agente segreto»: anche perché non poteva proprio cre­dere che io, un Italiano che poteva rimanere in Italia, fossi venuto invece ad affrontare tutte le incognite del futuro d’Israele. Debbo essergli sembrato, chiaramente, un pazzo o uno scemo, e non avendo l’aria di essere né l’una né l’altra cosa rimaneva appunto l’agente segreto.

Io mi godo la mia macchinina Ico Olivetti, mi procuro carta e carta carbone, e incomincio a tenere la copia, che ho ancora, di tutte le lettere che mando in Italia – e degli articoli che, da questo momento, incomincio a scrivere, con entusiasmo: articoli di terza pagina per il mio giornale mo­denese e altri due giornali emiliani (la «Gazzetta di Parma» e la «Libertà» di Piacenza); e articoli più ampi e argomentati per riviste. Mio fratello mi ha rimesso in mano, non inconsapevolmente, credo, l’arma segreta, lo strumento di tentazione che è una portatile Ico Olivetti. Nei decenni che seguiranno della mia vita di giornalista, sostituirò prima la Ico con una Lettera 22, che mi ruberanno all’aeroporto del Galeao, a Rio de Janeiro, nel 1964, poi con una Olympia, solo più tardi arriverò al primo computer portatile, che qualche anno fa ho sostituito con quello su cui sto scrivendo, e di cui sto, ovviamente, combattendo l’indole piuttosto ribelle. A volte vince lui; a volte, con qualche sforzo, dall’arduo confronto esco io vincente.

Troviamo Haifa una città splendida, troppo spesso igno­rata quando si parla d’Israele avendo in mente soprattutto Gerusalemme e Tel Aviv, Haifa che presto avrebbe riavuto una popolazione araba, musulmana o cristiana, piuttosto consistente. A Haifa, terza città d’Israele che ha raggiunto i 250 mila abitanti, vivono oggi, di nuovo in buona armonia, ebrei, musulmani di diverse sette, cristiani di ogni fede, ma­roniti, cattolici, greco ortodossi, ebrei laici e ultrareligiosi, bahai, drusi. Nel 2007, nei mesi dell’ultimo scontro con Hezbollah, gli arabi di Haifa hanno anch’essi sofferto sotto il lancio dal Libano dei missili, poi sospesi, anche perché loro, gli arabi israeliani, si sono rifiutati di accettare l’invito di abbandonare la città, in modo che Hezbollah potesse bombardare solo gli ebrei. A Haifa, una città animata e vibrante, c’è ancora oggi un ospedale italiano, fondato nel 1907, gestito da un ente cattolico, con la presenza silenziosa solerte delle suore infermiere. Anche questo è un pezzo di storia della Terrasanta, storia antica e storia d’oggi, con tutte le sue contraddizioni.

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