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1 Settembre 2011 | Racconti d'autore

Amanita

di Gabriele Cremonini, Edizioni Pendragon, Bologna, 2009 (prima puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

1 settembre 2011

Amanita è l’unico fungo che ha nome di femmina ed è velenoso. Gabriele Cremonini, bolognese, giornalista, romanziere, scrittore per il teatro e la tv, racconta una storia che si snoda lungo quattro secoli, dal Seicento al 1921, e s’incentra su un inganno della natura – una donna che in una povera stamberga dell’Appennino bolognese mette al mondo una femmina con tre tettine – che diventa il segno di una potente maledizione. Per superstizione, viltà e cattiveria, le femmine che nascono con questa striatura velenosa, come l’amanita, subiscono destini impietosi, incrociando prima il fanatismo religioso e l’Inquisizione, e poi le voglie di uomini ricchi in un bordello bolognese. Una storia carnale di miserie e patimenti che mette sulla bilancia l’ingiustizia e il passare degli anni, facendo capire che i piatti stanno in equilibrio perché il dolore è commisurato al tempo.

Amanita

Frate Serpieri, l’inquisitore

L’illustre domenicano Innocenzo Serpieri era uomo di libri e di leggi. Era sottile, dal viso affilato e smorto, incorniciato da una pelu­ria rada e da capelli lisci e castani che parevano sempre unti. Ma erano i suoi occhi a restare impressi in chi lo incrociava: erano occhi grandi e bluastri che sporgevano quasi fuori dalla testa, occhi di pesce, occhi cattivi che parevan morti. Se frate Innocenzo guardava fisso uno, questi, se aveva un po’ di senno, sentiva come il gelo sottile della morte infilarglisi addosso. Era un erudito, e spesso il chiostro di San Domenico, a Bologna, veniva visitato da gente importante, nobili e magistrati, reggitori di destini piccoli e grandi, che recavano un’offerta per il convento e chiedevano di poter conferire con il religioso, per sottoporre al suo venerabile giudizio questa o quella quistione. Il fatto era che nel convento venivano conservati importanti tomi recanti leggi, sentenze, provvedimenti, e una volta valutato il problema il pio e dotto uomo cercava tra i suoi libri la risposta più acconcia da dare, facendo ritornare la gente sempre alla luna nuova, ché era il giorno delle risposte. Frate Innocenzo non era temuto, rispettato sì, né si dava daffare per compiacere alcuno, nemmeno dei suoi confratelli. Poco ciarliero, poco incline a lasciarsi trascinare in dispute anche di chiesa, preferiva il silenzio dello studium, l’odore polveroso della carta, il rumore sordo che fanno i fogli di pergamena quando li si gira.

Così rimase stupito quando il rettore lo fece chiamare una mattina, con urgenza, mentre il famoso notaio Romildo Ghelli gli stava dicendo di una eredità complicata, con dei Malvezzi e degli Arienti di mezzo, che bisognava decidere cum grano salis per non scontentare nessuno e non attirarsi le ire delle potenti famiglie.

Frate Serpieri era alle prese con le carte, sparse su un tavolo che si era fatto mettere all’aperto, perché nelle giornate autunnali ancora di bel tempo gli piaceva sentire l’aria alzare la polvere dai tomi, ma soprattutto il canto continuo dei tordi che venivano a poggiarsi sul grande tiglio al centro del giardino. Ed era stato ascoltando il canto dei tordi che l’anno prima aveva steso l’atto di condanna contro gli heretici iconomiasti Costantino Sacardino, il di lui figlio Bernardino e i fratelli Pellegrino e Girolamo dei Tedeschi, rei d’aver imbrattato immagini sacre. L’atto, per dargli peso e per far sì che fosse di monito al popolino, era stato letto in San Petronio e i quattro, portati nella piazza grande davanti la basilica, prima erano stati ‘piccati, poi i loro corpi morti bruciati con gran fogarazza e grande allegrezza di tutti, ché mancavano quattro giorni al Natale.

Il rettore, tal Ulrico Drusi, era un uomo tutto d’un pezzo: imponente nella figura, il viso grande ed accigliato, era nato per comandare e lo faceva bene, pur in tempi difficili in cui ogni mattina che il Signore faceva alzare il sole si levava un qualche erudito o supposto tale a confutare questo o quello, e c’erano in giro troppi libri, e anche la gente dappoco poteva leggere e istruirsi e si prendeva licenza di dire la propria in merito a troppe quistioni. Ma la sua fede era salda come la sua mano possente, che stringeva di continuo un pesante rosario fatto di noccioli di ciliegio, ricordo dei suoi poveri cari che stavano al nord, verso le montagne alte che menavano a Vienna.

Il rettore fece accomodare il Serpieri e lo invitò a versarsi dell’acqua dalla brocca che stava sul tavolo.

«Confratello in Cristo, ci giunse una novella che ci mise in allarme, e prima di parlarvene ho passato la notte in preghiera. Orbene, in un paese quasi ai margini col Granducato toscano, giù tra i monti del Sud, che è detto Chiapporato, uno dei tanti posti toccati dal vento infame di questa grama caristia – vera prova per mutare ogni sofferenza in fede, perché i disegni del Divino sono a volte difficili da comprendere per le comuni genti – hanno imprisonato una donna in odor di stregoneria, che sul suo corpo reca un segno del Diavolo che non è fatto ad opera, ma è parte del corpo ed esso stesso di natura maligna. Sul suo petto, proprio nel mezzo, tra le due poppe ne spunta una terza, che mi dicono grande come le altre due. Ora questo richiede che la Santa Inquisizione, che indegnamente rappresentiamo nel nostro convento grazie ai nostri atti a difesa della vera fede, dica una parola ferma, prima che il fatto venga alle orecchie di sciocchi o blasfemi e di esso si faccia motivo di turpiloquio o ingiuria per la nostra santa missione. Il tempo dei roghi non è finito, e anche se la condotta di alcuni ministri della Chiesa si è fatta più arrendevole e meno dura nei confronti del peccato, a noi tocca il compito di vigilare sui disegni oscuri del Maligno. Ora questo segno mi dà da pensare, e voglio che voi vi rechiate là tra i monti, diciate la vostra e disponiate al meglio tale vostro giudizio, e infine decidiate il giusto ed opportuno da farsi, così che le genti misere di quelle contrade non vacillino nella fede che le sorregge e deve continuare a sostenerle».

Mentre il rettore parlava, un sudore secco stava salendo su per il corpo al segaligno frate Serpieri, che già si vedeva caracollare a dorso di mulo con la schiena a pezzi su per sentieri impervi. «Ma come, io, e i miei studi, e le risposte che devo dare, ché mancano solo quattro giorni alla luna nuova…».

«Siete il solo tra noi che lesto può indagare tra le sentenze via via emesse negli anni, che conserviamo con cura» gli rispose il rettore «ed il solo in cui io stesso ripongo la speranza di un giudizio accorto e sereno, che non lasci dubbio alcuno tra la gente semplice di quelle contrade, ma anche tra gli eruditi di qui che sentissero prima o poi della storia».

Così frate Serpieri, accompagnato da due giovani domenicani, una mattina di metà ottobre che veniva giù una acquerugiola fina, come quelle d’inverno, e una nebbia sottile era sparsa su tutte le cose, segno che nostro Signore aveva rimesso le nuvole a posto e la dura caristia sarebbe divenuta, negli anni a venire, il ricordo di un monito del Cielo agli uomini, lasciò le mura sicure di San Domenico. Tutto intabarrato e su un mulo sellato, mentre i due confratelli cavalcavano a pelo e uno reggeva le redini di un quarto mulo carico di provviste per il viaggio. Nonostante le carte precise di cui era munito, gli ci vollero quattro giorni di disagi e grandi dolori di schiena per giungere in Chiapporato, sostando le notti ora in questa ora in quella canonica lungo la strada, e avendo ottenuto dai confratelli la consegna del silenzio sulla loro santa missione, ché i preti della valle del Reno erano per lo più impiccioni e non si davano ragione del muoversi di un tal personaggio illustre. La bugia che, chiedendo perdono a Dio, s’era inventato, diceva di una missione richiesta dal Granduca di Toscana in persona, per appurare il possesso di certe pievi della montagna.

Era passato da poco il mezzogiorno quando i tre domenicani, che l’ultima notte l’avevano passata nella pieve di Bargi, arrivarono in vista di Chiapporato: li vide scendere dal sentiero che scavallava il rivo un bambino di lì, il piccolo Claro figlio dell’Augusta, che aveva sugli otto anni e posò il cesto di cioppadelli che aveva sotto il braccio per correre, scalzo com’era, in paese a dire che stavano arrivando in tre con i muli. E urlò tanto che sulla volta da cui si passava per entrare in Chiapporato c’era mezzo paese, e chi aveva lasciato i campi, chi le faccende, per vedere chi mai fossero i tre in arrivo. In testa a tutti don Cornacchia, che era ancora lì che si fregava via uno sbaffo di sporco dalla manica destra mentre i tre fecero il loro ingresso. Lesti a smon­tare di sella, i due più giovani frati si fecero subito sotto a frate Ser­pieri, per aiutarlo a scendere dal mulo, il che gli provocò non pochi lamenti per la schiena malandata.

Prima d’ogni altro, don Igino Puzzarini detto don Cornacchia si presentò e diede il benvenuto agli illustri ospiti a nome dell’intero paese. Ma frate Serpieri non aveva certo tempo né voglia di compli­menti, e senza neanche sfiorare la mano che gli era stata tesa rispose a don Cornacchia, secco: «Portateci in canonica, e trovate qualcuno che abbia cura dei muli e delle nostre robbe».

La canonica di Chiapporato non era certo luogo da ospitare prelati importanti venuti nientemeno che da Bologna, che nessuno c’era mai stato e pochi sapevano dov’era se non che là, nella città, c’erano i nobili, e le guardie, e i commerci, e là c’era la vita ma anche il peccato, con le osterie e le potàne. Questa era la capitale nei racconti asfittici ma sempre magnificenti di chi passando in Chiapporato poteva vantarsi d’esserci stato, o che aveva sentito di uno che c’era stato e gli aveva raccontato mille facezie. Don Cornacchia aveva a fatica scritto e mandato una lettera al suo superiore di Vergato, per raccontargli alla bell’e meglio cos’era successo, ma questi non s’era incomodato più di tanto e per togliersi dalle beghe aveva spedito questa lettera, accompagnata da una sua, direttamente alla Curia di Bologna, imponendo poi a sé medesimo il silenzio sulla faccenda. Così don Cornacchia si aspettava qualcuno, e aveva messo a disposizione la sua camera, preparando un altro letto oltre al suo, ma intanto ci dormiva visto che nessuno arrivava. Chiese in fretta a una donna del paese, tal Giacomina, che qualche volta andava a turno con altre a pulire chiesa e canonica, di aggiungere un terzo letto e di prepararlo, ché lui si sarebbe arrangiato, e intanto tirò fuori vino e pane, e un pezzo di formaggio, e li mise davanti agli ospiti che si erano seduti al tavolo.

«Solo acqua, acqua di fonte, se ne tenete» gli disse guardandolo quasi male frate Serpieri, «il vino induce in tentazione e in mali pensieri, e non si confà al ministero del Signore». Don Cornacchia mandò giù come se un boccone lo avesse strozzato, lui che non disdegnava mai un cicchetto, e che anzi la sera, nella solitudine della sua stanza, indulgeva anche a qualcosa di più, per far passare ogni male ed ogni pensiero funesto.

«Ditemi dunque di questa streja, e del segno del Diavolo. Dov’è, ora?». L’occhio di don Cornacchia corse alla porta che menava alla cantina, che recava nella toppa la pesante chiave con cui era chiusa, e sibilò: «Venite meco, signorie».

Prese da un secchio dei bacchetti legati tra loro che sguazzavano nella sugna, li scrollò un po’, diede loro fuoco con una brace ravvivata del camino, girò con gran rumore e un gesto largo la chiave nella toppa e fece strada ai tre religiosi giù per le strette e basse scale, ricavate nella roccia viva, non senza avvertirli di reggersi alla corda messa a fianco dei gradini, che erano viscidi come la pelle di una serpe appena fatta la muta.

Zelda pareva morta, la testa ritta perché tenuta su a forza dal ferro tondo che le avevano girato intorno e fermato al palo, ma tutta piena di piaghe. Piaghe intorno al collo, per la corda che lo serrava, e sangue grumo intorno al capo, cinto dal ferro stretto che sembrava infilato nella pelle. Era lì da quasi una mesata, in un puzzo pestilenziale fatto del suo piscio, della sua merda uscita a fatica e quasi incollata al sedere, del suo sudore misto al sangue, e c’era il segno di, un morso al piede, che sanguinava fresco, e don Cornacchia fece appena a tempo a vedere una pondega che si infilava furtiva tra la legna. Da un mese a purgarsi, quasi senza cibo, che solo una sera sì e l’altra no le veniva porto alla bocca, da due vecchie a turno, ognuna benedetta dal prete prima di scendere le scale della cantina, del pane bagnato in acqua, per tenerla in sentimento, poi per tutto il tempo con la sola ac­qua che era quella che le cadeva sul capo, e che Zelda si faceva entrare anche in bocca, volgendo appena un po’ la testa verso l’alto e facendola scorrere tra occhi e naso.

«L’è morta?» venne da chiedere a frate Serpieri, che non gli pareva vero di poter scaricare sul prete montanaro la malefatta e tornarsene già all’indomani verso i suoi amati e sicuri libri.

«Macché morta» gli rispose pronto don Cornacchia, «questa l’è erba trista e dura, di quella che non la cavi tra le piante neanche a tirarla con tutta la forza».

«Allora fate di modo e maniera che possa parlare, rispondere, liberatela per un po’ dai tormenti» gli ordinò con voce secca e autoritaria frate Serpieri.

Don Cornacchia porse la torcia ad uno dei due giovani frati e chiese l’aiuto dell’altro. Montò su uno sgabello e prese il mastello d’acqua con il forellino che mandava la goccia in testa alla povera Zelda, e che era appeso a un gancio che una volta forse era servito per tenere un prosciutto lontano dai sorci. Smontato che fu dallo sgabello, le rovesciò sulla faccia, quasi con violenza, la poca acqua benedetta che ancora c’era nel mastello. Poi cercò di slacciarle il cerchio di ferro, e fu a quel punto che Zelda tirò fuori un lamento, flebile, che pareva venisse da lontano, dalla più profonda delle sue viscere.

«Piano, fate piano, che non si regge» venne da dire a frate Serpieri. Così con uno dei due frati assistenti che gli dava un aiuto, don Cornacchia prese a sciogliere tutti i legacci, quello al collo, quello che le teneva le mani dietro, quelli che serravano i piedi al ceppo, poi prese la donna sotto le ascelle e la posò per terra, come fosse una cosa morta, e le pareva leggera leggera, come senza peso, ma non poté risparmiarsi una smorfia per il puzzo infernale che emanava, tanto che a frate Serpieri venne da prendere lesto una pezzuola che recava nella tasca della tonaca, mettendosela su naso e bocca.

Zelda era lì, più morta che viva, piena di piaghe, quasi senza mangiare da settimane, del tutto incapace di aprire gli occhi, figurarsi di muovere la favella. Il tirarla giù dal suo ceppo aveva anche smosso quel po’ di veste che la copriva e il corpo era seminudo, ma talmente lercio e magro che poteva destare ogni sorta di pietà, non certo indurre in tentazione veruna. Del resto i tre domenicani erano ministri di Dio, allevati nel culto del rigore e del dogma, e li si voleva avvezzi a sopportare ogni sorta di visione, per meschina che fosse. Ma non questi tre, ché frate Serpieri la cosa più brutta che aveva visto in vita sua era un libro smangiucchiato dai sorci; i due giovani poi erano ai loro primi anni di tonaca, anzi quello che reggeva la torcia la porse al confratello e cercò un angolo per rigettare cercando di non far troppo rumore.

Frate Serpieri prese un bastone poggiato sulla legna e chiese al frate che reggeva la torcia di far più luce sulla donna, tanto che sulle carni già piagate cadde anche qualche goccia di sugna bollente e ci fu ancora un lamento, come venisse da lontano. Incurante del male altrui, frate Serpieri scostò col bastone quel lembo di veste che copriva il petto di Zelda e, non appena vide la terza tetta, la sua mano destra, reggendo la pezzuola, era già corsa alla fronte, per segnarsi. La ricoprì con la punta del bastone, e volgendosi verso don Cornacchia gli ordinò: «Portatele acqua e un po’ di mangiare, anco carne, che possa riaversi, ché abbiamo bisogno che ci parli. E una veste, perché copra come s’ha da fare ogni vergogna». E riprese lesto le scale per togliersi dal tanfo.

Brano corrente

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