15 settembre 2011
Amanita è l’unico fungo che ha nome di femmina ed è velenoso. Gabriele Cremonini, bolognese, giornalista, romanziere, scrittore per il teatro e la tv, racconta una storia che si snoda lungo quattro secoli, dal Seicento al 1921, e s’incentra su un inganno della natura – una donna che in una povera stamberga dell’Appennino bolognese mette al mondo una femmina con tre tettine – che diventa il segno di una potente maledizione. Per superstizione, viltà e cattiveria, le femmine che nascono con questa striatura velenosa, come l’amanita, subiscono destini impietosi, incrociando prima il fanatismo religioso e l’Inquisizione, e poi le voglie di uomini ricchi in un bordello bolognese. Una storia carnale di miserie e patimenti che mette sulla bilancia l’ingiustizia e il passare degli anni, facendo capire che i piatti stanno in equilibrio perché il dolore è commisurato al tempo.
Un segreto peccaminoso
Spesso l’amore, quando è travagliato, quando ad esso si frappongono ostacoli insuperabili causati dall’umano senso di ciò che chiamiamo bene, o dalla morale dei tempi, trasforma, trasfigura le persone che di esso sono prese, le porta a compiere gesta che non sono di questo mondo, ma ne divengono nuova parte con disperata chiarezza. Così dietro l’integerrimo frate Innocenzo Serpieri, dietro quella sua aria di religioso incorruttibile e savio, giudice erga omnes per dono divino, si celava una storia difficile a credersi, per un uomo che pareva nato già adulto, come se qualcuno o qualcosa avesse segnato il suo destino.
Gli occhi dell’ancor giovine Innocenzo Serpieri erano già severi ed indagatori: promettente studioso preso da tomi ardui per tutti ma non per lui, le faville sbucavano da un viso affilato che certo non poteva dirsi di putto, ma che nell’insieme suscitava inquietudine in chi da quello sguardo si sentiva indagato, come se covasse l’intento di denudare l’anima. Accadde così che il donzello e già lodato studioso, che mostrava particolare predilezione all’addentrarsi nei tortuosi meandri delle leggi, fu avviato ad un apprendistato tutorale presso la potente famiglia dei conti Masetti, per addestrare i due imberbi figlioli della contessa Camilla Caterina e del conte suo marito Prospero alle sottigliezze del discernimento. Due giovinetti, Romolo e Gianfrancesco, dall’aria già incupita, come se sulle loro spalle gravasse fin dalla nascita il peso della gestione di una difficile eredità, vasta ma da conservare con l’abilità e il lanternino che solo un’accorta conoscenza delle regole può consentire. Pareva si movesse un corvo, quando il segaligno frate Innocenzo s’avviava per i lunghi saloni delle dimore contesche, e tale era la visione che di lui avevano i due giovinetti, di dodici e quattordici anni, che avrebbero preferito certo sollazzarsi nel parco in giochi loro proibiti perché d’uso nel contado.
S’era d’estate e la contessa coi figli erano stati mandati dal marito a soggiornare nei vasti dominii che la famiglia aveva in quel di Malalbergo, quasi ai confini col Ferrarese, zona di paludi e risaie che s’andava ripopolando con gli scampati dalle purghe salvifiche e terribili dei principi vescovi delle terre trentine, famiglie avvezze a molta fatica in cambio di poco pane, che qui erano state accolte con benevolenza, protette dalle acque palustri, ed a molte di loro era stato dato il nome di Trentini. Il conte Prospero gestiva con polso fermo le terre acquose ed avare toccategli in sorte, che meglio sarebbero stati campi di pianura – che comunque aveva verso Anzola -, ma pur queste dovevano fruttare, e aveva in uso di mandare su di esse la moglie a testimoniare la presenza dell’autorità padronale, mentre lui in città soleva sollazzarsi, lontano dagli occhi della pia consorte, mantenendo la consueta discrezione, in ameni giochi con generose fanciulle d’accatto, che a Bologna si diceva che non bastavano le dita di due mani per contare i bastardi Masetti disseminati in città e per il contado.
La contessa Camilla Caterina era stata sin da fanciullina educata secondo la più stretta regola religiosa, e certo si sarebbero aperte per lei le porte del convento, non fosse capitata la ghiotta occasione per la sua famiglia, borghese e benestante, di acquisire anche un parentado nobiliare in cambio di generose elargizioni in forma di dote al Masetti, alla cui vita sperperosa non bastavano certo le magre rendite di un avvizzito contado. Matrimonio consumato quel tanto bastevole per consentire la nascita di due figli, meglio di uno per tutelarsi da un’improvvida mancanza dell’unico insostituibile erede. Poche notti nel talamo senza sentimento, che al conte quella che lui chiamava “quel bacchetto secco di mia moglie” non era mai garbata, ma l’aveva accettata in virtù della generosità mostrata dal ricco suocero. Così per la contessa c’erano stati i lavori di cucito, la solitudine, l’indifferenza. Con solo la messa della domenica come unico momento per sortire dalla casa bolognese e veder gente.
Quando sentì, quell’estate, gli occhi dell’istitutore dei suoi non amati rampolli – tanto poco inclini alla dolcezza materna, entrambi la copia sputata ma incupita del loro padre tronfio e dissoluto, becero e spaccone -, volgersi con la dovuta deferenza verso di lei, avvertì come una vampa di calore dentro la pancia, che era una sensazione nuova e sconosciuta. Fu come se gli occhi bluastri di frate Innocenzo le forassero le vesti, le carezzassero le cosce, le entrassero su su per il corpo, e sulle prime scacciò quel pensiero malsano, ché non era certo cosa consentita da ciò che aveva imparato sulle regole del mondo, che era sentimento di donna popolana, non certo adatto ad una pia donna di rango.
Non era, la contessa Camilla Caterina, il modello di donna allora in voga nei salotti cittadini, che si voleva popputa e ben tornita, di carni morbide e saporose nel quieto dell’alcova. No, lei era d’ossa minute, pur se alta più della media, ma senza quelle rotonde sporgenze che, pur castigate sotto abiti discreti, si potevano in ogni caso intravedere nelle femmine. Il suo viso gentile mostrava una fierezza che mai era stata doma alla vita quasi monacale impostale dal conte suo marito, gli occhi abbassati non erano mai remissivi, perché di sottecchi indagavano il mondo intorno, ed a volte le labbra sottili si aprivano su un malizioso sorriso.
La dolce Camilla Caterina, nonostante lo spingesse indietro con la preghiera, sentiva il turbamento crescerle dentro. Cercava persino di evitare di stare a lungo col domenicano, ma i pranzi e le cene erano comunque d’obbligo e qualche parola era da scambiare, per sapere degli studi dei non disiati figliuoli, per parlare del tempo e della calura in quella pozza d’umidità palustre e del come scacciare le zanzare. La sera, al lume di stanze ben protette da fitti tendaggi per impedire agli insetti di depredare le poche parti del corpo scoperte, la contessa amava indugiare per godere quel poco di fresco consentito dopo l’afa del giorno, ed una sera frate Innocenzo si prese la libertà di recarle due tra i tanti libri che aveva con sé, che erano di novelle lecite suggerite per una lettura divagante, ché non solo libri di legge c’erano nel suo bagaglio. Porgendole i tomi, ci fu un momento, un attimo, il tempo di un amen, in cui le sue mani sfiorarono quelle della contessa, e i loro sguardi si incrociarono, fermi l’uno nelle pupille dell’altro, come ad inseguire un sogno impossibile per entrambi. Bastò quel semplice istante per gettare nella disperazione la dolce Camilla Caterina, che da quella sera non ebbe più pace.
Del pari il probo frate Innocenzo mai aveva vòlto la propria attenzione ad una femmina vedendola come strumento di peccato, mai s’era dispiegata in lui quell’attenzione verso la carne, che quando a volte capitava di risvegliarsi col pistolo intriso d’umor di maschio si ripuliva con una pezzuola e subito con una preghiera scacciava la tentazione. Di fronte ad uno sguardo carico di maliziosa innocenza sentì per un istante la propria forza d’animo vacillare, ché arriva un momento per tutti, anche per i più santi, in cui l’istinto di bestia che è dato dalla natura la vince sull’intelletto, sulla testa riempita di sani principi.
Da quella sera dello sfioro di mani, i due – all’insaputa l’un dell’altra – repressero a più non posso ogni tentazione, e parevano due complici nel gioco sottile di evitarsi, di sfuggire ogni occasione che poteva vederli vicini. Ma faceva caldo, una calura che lasciava sul corpo un sudore appiccicaticcio, e il caldo così come allarga i pori della pelle allo stesso modo fa correre il sangue più veloce e con esso quei grilli malandrini che s’infilano nella testa e non ti fanno dormire. Così accadde che una sera, s’era di mezzo agosto e molte lume della casa erano già spente per l’incalzare della notte, la contessa Camilla Caterina bussò alla porta della stanzetta fresca al pianterreno, attrezzata in modo parco per il riposo del frate. La sua intenzione era di riportargli i libri prestati, e così fece porgendoglieli a cavallo dell’uscio, ma al lume fioco di un mozzico di candela capì che sotto il tonacone il frate era ignudo, apprestandosi, data l’ora, a coricarsi.
E quando le mani di nuovo s’incrociarono, la contessa ebbe come un lampo di pazzia, prese la mano del frate come per tirarlo a sé; e la pazzia contagiò anche il pio uomo, che non si sottrasse e con un moto inconsulto si trovò a sfiorare, con le sue, quelle labbra piccole e sottili che da tempo invadevano i suoi sonni e che non gli concedevano più pace. Fu un attimo, fugace, sciolto da entrambi con uno scatto repentino, come a voler dimenticare subito la grande vergogna di quell’insano gesto, più pensato che fatto.
No, non era possibile scorgere un domani per quell’amore che, pur ricacciato indietro da entrambi, continuava prepotente a intrufolarsi nelle loro viscere, nella loro testa. Non ci furono parole, ché non sarebbero servite, ma solo la supina accettazione di un destino che era già tracciato e non ci sarebbe stato verso di cambiarlo.