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22 Settembre 2011 | Racconti d'autore

Amanita

di Gabriele Cremonini, Edizioni Pendragon, Bologna, 2009 (terza puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

22 settembre 2011

Amanita è l’unico fungo che ha nome di femmina ed è velenoso. Gabriele Cremonini, bolognese, giornalista, romanziere, scrittore per il teatro e la tv, racconta una storia che si snoda lungo quattro secoli, dal Seicento al 1921, e s’incentra su un inganno della natura – una donna che in una povera stamberga dell’Appennino bolognese mette al mondo una femmina con tre tettine – che diventa il segno di una potente maledizione. Per superstizione, viltà e cattiveria, le femmine che nascono con questa striatura velenosa, come l’amanita, subiscono destini impietosi, incrociando prima il fanatismo religioso e l’Inquisizione, e poi le voglie di uomini ricchi in un bordello bolognese. Una storia carnale di miserie e patimenti che mette sulla bilancia l’ingiustizia e il passare degli anni, facendo capire che i piatti stanno in equilibrio perché il dolore è commisurato al tempo.

 

Un segreto peccaminoso – Seconda parte

Erano passati quattro giorni da quell’incontro, da quel bacio sfiorato, voluto e non preso né dato. Un mattino presto – ché nella grande villa, che pareva più un castello che una dimora tanto era adorna di merli e torrette in ricordo forse di antiche contese, ci si risvegliava di buon’ora per godere del fresco ancora intriso di rugiada -, la rotonda Ebe, possente governante della casa che aveva le braccia che parevan due prosciutti e sudava già a quell’ora ed era la moglie del Fioravante Mercurio, fattore della tenuta, andò a bussare alla porta della signora contessa, non vedendola ancora scesa per il primo mangiare della giornata, e non ricevendo risposta veruna entrò trovando il letto intonso. Diede una voce al marito Fioravante, mentre frate Serpieri insieme ai suoi due allievi, nel mangiare, progettavano gli studi della giornata. Furono messe in cerca anche le altre serve della villa, e i servi che badavano al giardino, fu messa sottosopra la dimora, dal­le soffitte al cantinone zeppo di botti e usvigli, ma della contessa Camilla Caterina non v’era traccia, in nessun luogo. Non vi furono nemmeno studi per i rampolli, a loro volta sguinzagliati nel parco, al pari di frate Innocenzo, e s’incrociavano le grida “Madre…”, “Signora…”, “Contessa…”. Venne anche mandato un cavaliere in città, per dare una voce dell’accaduto al conte Prospero, che di malavoglia s’accomiatò dall’alcova della generosa Anastasia, cortegiana di rango, come si soleva dire, con nomea di gran porcona tra i notabili bolognesi.

La voce era corsa anche nel paese di Malalbergo, da cui la villa non distava che un tiro di schioppo, e tutti s’erano dati a cercare all’intorno la contessa, fino a notte e ancora di notte, al lume di torce e lampioni a candela. Nessun cavallo mancava, per cui solo a piedi poteva essere sparita. Fu nell’assopimento della notte, dopo tutta una giornata passata sotto un sole a picco a correre per ogni dove, che a frate Innocenzo apparve in sogno la disiata e respinta contessa. Era uno di quei sogni che ti pare di aver la persona proprio lì con te, che ti vien quasi da toccarla tanto è viva e presente. Frate Innocenzo s’era indormentato su un comodo scranno nel grande salone ove la contessa soleva trascorrere le sue sere, che non era il caso di coricarsi in letto con tutto il trambusto che c’era per casa; e proprio lì, nel luogo in cui più forti si erano dispiegati i suoi pensieri, così la donna ebbe a dire in sogno al frate: «Non sono in terra, ma in acqua tumultuosa, che tumulto plachi tumulto del mio disperato core».

L’austero frate Innocenzo Serpieri ebbe come un sussulto e si ridestò. Correva, non lontano dalla villa, al margine del grande parco, il limaccioso canale Navile, che assicurava i commerci via acqua con Bologna contando su porti importanti, com’era appunto quello di Malalbergo, e nonostante il tempo non fosse prodigo d’acqua il traffico di barche e barconi era incessante anche in quel periodo. Dal canale si dipartivano chiuse, ognuna con la sua grata, rette da pesanti sportelli in legno che potevano venire alzati per irrigare, a turno, le vaste piane, in accordo con il commissario locale delle acque. Nonostante la notte, frate Serpieri s’avvicinò al fattore Fioravante Mercurio, che s’era preso la briga di dirigere le ricerche, e gli accennò solo: «Abbiam provato a cercare tra le acque del Navile?».

Così di buon mattino, mentre il conte Prospero indugiava ancora nel suo letto mal acconciandosi ad un’altra giornata lontano dalla porcona Anastasia, il Fioravante, che tutti chiamavan Sgorbia per via della sua grande destrezza néll’intagliare legni di ogni fatta, che era la sua passione, diresse tutti gli uomini verso il Navile, e in una spiaggetta che s’era creata non lontano da un attracco trovarono le scarpe, che non potevan che essere quelle della contessa, che certo una con­tadina non poteva permettersi due scarpe di tal fatta. Vennero fermate le barche in transito recanti sale e pescato dalla marina, e su altre barche con grosse e lunghe pertiche venne scandagliato il fondo, pieno di melma, e si andò avanti per buona parte della giornata, finché a sera, che ci si vedeva ancora bene ma il sole cominciava ad allentare la sua morsa e le ombre ad allungarsi, una pertica infilata contro una chiusa secondaria avvertì qualcosa sul fondo che non era melma e tirò su con l’uncino che aveva in punta un lembo di veste. Lì, proprio lì, trascinato dalla corrente contro la grata di ferro di una piccola canala, s’era infilato il corpo della povera contessa, che quando la trassero su pareva quasi atteggiata, nel pallore bluastro del viso, ad una smorfia di sorriso.

Tra le sue cose, che venne la fantesca di sempre da Bologna a riordinare, sul tavolinetto con la specchiera nella sua stanza, v’era una scatola d’avorio, con tante figurette di devozione scolpite all’intorno e una gran rosa sul coperchio, un lavoro mirabile venuto di lontano. Sotto il coperchio era infilato a mezzo un biglietto, su cui era scritto: “Questa mia scatola è per il signor istitutore dei miei figli, per il suo prodigarsi con essi”. Nient’altro aveva lasciato, con su scritto qualcosa, la povera contessa. Così la fantesca, che di nome faceva Isora Bergamini, una volta messo al corrente della cosa il conte Prospero e avuto il di lui beneplacito, portò a frate Innocenzo, che era già tornato a Bologna in San Domenico, la scatola data in lascito. Solo molto tempo più tardi il religioso scoprì, una sera per caso, che tale scatola aveva una segreta, un piccolo sportelletto celato sul fondo che si apriva torcendo la testa ad un putto che stava sul lato sinistro e che lui aveva mosso tenendo tra le mani, come faceva ogni sera nella sua stanzetta, il solo materiale ricordo della dolce contessa, per fare pian piano allontanare, col tempo e la preghiera, tal peccaminoso disio dalla sua mente. Un piccolo scatto e venne fuori una busta di quelle che s’usavano, allora, per messaggi di convenienza tra le signore della nobiltà petroniana. Stoppata dalla ceralacca, la busta recava una sola, laconica scritta: “Innocenzo”. Frate Serpieri stette per un bel po’ a rigirarsela tra le mani, combattuto dalla tentazione, ma non l’aprì: la tenne tra le mani per tutta la notte, che fu insonne, poi verso mattina, alla fioca luce che già cominciava a far vedere le cose celate dal buio, accese la candela che stava sulla comoda e, reggendo la busta per un angolo, pian piano la bruciò. Richiuse la segreta interna della preziosa scatola d’avorio e la recò al superiore, ritenendo che nessuno potesse ricevere un dono ad personam, ma che più giustamente tale prezioso manufatto fosse custodito tra i tesori dell’ordine.

E si diede la regola dell’oblio, per un suo attimo di cedimento che tanto grave disgrazia aveva procurato, cercando con tutte le sue forze di indirizzare non odio, che non era sentimento cristiano, ma decisa avversione verso tutto ciò che nelle donne poteva suscitare lascivia e peccato e tentazione.

Brano corrente

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