22 aprile 2010
Eraldo Baldini, scrittore, sceneggiatore e saggista, è nato e vive a Ravenna. E a Ravenna è ambientato Bambine, un romanzo avvincente e ben scritto che ha contribuito, insieme a Gotico rurale (Frassinelli, 2000) e ad altri titoli, a fare di Baldini uno dei riconosciuti maestri del noir italiano. C’è chi ha parlato di lui come del nostro Stephen King, per la sua capacità di costruire incubi e orrori di stile anglosassone, trapiantati nella campagna romagnola. E anche per il fatto che, nei suoi racconti, alla provincia reale si sovrappone l’elemento fantastico, quasi gotico. Come gotica, certamente, è la storia raccontata in questo libro, imperniata sulla sparizione, in poche settimane, di tre bambine, inghiottite dalla nebbia che spesso avvolge Ravenna, una città dove i paesaggi del porto, della marina e della zona industriale formano uno strano contrasto con il tranquillo salotto del centro storico.
Questa la trama. Un maniaco omicida gira a piede libero per la città e uccide le sue piccole vittime dopo averle mutilate. Un giornalista inizia a indagare sui delitti, spinto dalla paura che succeda qualcosa alla figlia del suo migliore amico, affidata a lui dopo la morte del padre per un incidente subacqueo…
Bambine, Capitolo 2
di Eraldo Baldini
Mi sembrò un’apparizione, o un brutto sogno, quando lo vidi per la prima volta. Non so bene perché, ma mi colpì così profondamente da causarmi quasi un malessere fisico. Un’impressione esagerata, mi dissi allora.
Era un mattino di marzo, e il cielo era scuro di nubi basse che lasciavano trapelare squarci di luminosità acquosa e metallica. Piovigginava a tratti, qualche goccia fine – e fredda, immaginavo – che il tergicristallo non faceva che spandere in scie unte sul parabrezza dell’auto. Procedevo piano sulla strada dall’asfalto nero, tra due bordi straripanti d’erba folta e verdissima. La strada fiancheggiava un canale e vedevo, bianchi e numerosi contro il cielo scuro di quella primavera capricciosa, volare lenti i gabbiani. Molti altri, come spettatori del rado traffico del mattino, erano fermi in fila sui grossi cavi della linea telefonica che seguiva l’altra sponda. Erano così tanti, ormai, che il mare per loro non bastava più: li si trovava a nuvole sulla discarica che fiancheggiava la statale, nei campi attorno alla città, lungo i canali. Si spandevano a chilometri di distanza come i fumi delle fabbriche che, lontano, si alzavano da un orizzonte piatto e basso, limite di una campagna priva d’alberi e già odorosa di mare.
Lo vidi davanti a me, e quando lo raggiunsi sentii il rumore acuto e fastidioso di un motore su di giri. Un piccolo motofurgone a tre ruote, blu scuro, riverniciato alla meglio. Dallo scarico usciva abbondante un fumo azzurrastro.
E, fissate a un tubo che si alzava di mezzo metro a contornare la parte superiore della cabina, c’erano quelle cose. Quei feticci, mi venne da pensare.
Bambole e bambolotti di plastica scolorita, raccolti forse in qualche discarica, o lungo la sponda di uno dei tanti canali della zona, dove la corrente lascia spesso cose buttate via.
Vidi, seguendo quel veicolo, le loro chiome svolazzare. Sembravano – ricordo che pensai con un brivido – piccoli, nudi e macabri trofei.
Superai il motofurgone e lo cercai nello specchietto retrovisore. Erano quasi tutte senza occhi, quelle facce scolorite. Come bambini torturati, impalati ed esposti al vento da un assassino folle, come corpi di nemici appesi al carro di un vincitore sanguinano. Questo mi venne in mente guardando quell’esposizione inquietante, quel volare di chiome attorno a visi pallidi e ciechi.
Cercai di vedere che faccia avesse il guidatore di quel rombante veicolo degli orrori. Ma il vetro della sua cabina, bagnato e riflettente lo scuro del cielo, non me lo permise.
Forse fu il ricordo di quell’immagine a farmi bere la prima birra della sera, senza avere ancora cenato.
Dal balcone vedevo il mare, imbronciato nella sua quiete plumbea. Pensai, finendo l’ultimo sorso di Ceres, che quando avevo aperto il frigorifero per prendere la birra vi avevo visto un vuoto desolato. Dovevo fare la spesa, era una necessità imprescindibile e urgente. Ma da diversi giorni tornavo tardi dal lavoro, e… beh, in realtà non mi piaceva guidare un carrello nel supermercato e fare la fila a una cassa. Così finiva spesso che i miei pasti fossero a base di scatolette e di verdure scongelate all’ultimo istante. Oppure mi attaccavo al telefono e trovavo qualcuno che mi facesse compagnia per una pizza.
Altre volte, e la cosa non era rara, cenavo con i popcorn e i cecini che nei bar e nei locali servono assieme alla birra, o con le olive che accompagnano i martini.
Appoggiai la bottiglia vuota sul tavolino e rientrai nell’appartamento. Si stava facendo freddo, cominciava ad arrivare vento umido dal mare, e chiusi la porta a vetri.
In soggiorno il televisore parlava e proponeva le sue immagini colorate alla stanza vuota. Mi venne in mente di non avere ancora controllato la segreteria telefonica; ci andai con la stessa impazienza con cui aprivo la cassetta delle lettere.
Non c’erano messaggi. L’occhietto rosso non ammiccava. La settimana prima avevo pensato che la segreteria fosse guasta, non aveva mai niente da raccontarmi; così avevo chiamato casa mia dal giornale, e dopo il bip avevo recitato una fila di numeri.
Quella sera l’occhietto lampeggiava. Non era guasta, la segreteria. Avevo riascoltato la mia voce e mi aveva procurato una tristezza tale che mi ero affrettato a cancellarla.
Andai in soggiorno. Il telegiornale mostrava lo strazio di Sarajevo, passavano veloci sul video le esplosioni, i palazzi devastati e anneriti, i corpi insanguinati, le ombre minacciose e rapide degli aerei. Tra i quali, forse, quelli che ogni giorno udivo e vedevo nel cielo sopra di me; partivano dal vicino aeroporto di Cervia, facevano larghi giri e poi puntavano su quell’inferno al di là del mare.
Lasciai acceso l’apparecchio, mi spogliai buttando gli abiti su una poltrona e andai a farmi una doccia. La vista del frigo vuoto e la birra mi avevano fatto passare l’ape petito.
Quando uscii di casa il vento aveva rinforzato e portava odore di alghe e di pioggia. A piedi andai al bar sul porto canale, sedetti fuori, mi feci portare una birra alla spina e un sacchetto di patatine. La grande petroliera che in quel momento sfilava davanti a me nel canale, diretta alle banchine della raffineria, riempì totalmente il mio spazio visivo provocandomi un senso di vertigine.
Si prospettava, pensai, una serata vuota e nervosa. Mi succedeva spesso di non avere voglia di chiamare amici, né di restare in casa, né di pensare a cose precise da fare o a luoghi in cui andare. Così mi sbattevo da un posto all’altro, con l’inquietudine che ben conosce – credo sia così, almeno – chi si ritrova single non per scelta, ma per destino. Ero separato da più di due anni.
Finii le patatine accorgendomi di avere briciole appiccicose sul maglione e sui pantaloni. Cercai di toglierle piano per non causare macchie d’unto, poi mi alzai e mi incamminai. A ponente, verso entroterra, c’era un bastione uniforme di nuvole così nere da sembrare un’alta catena di montagne. Il sole e la luce del tramonto erano spariti là sotto, come dietro un sipario; i lampioni arancioni del canale brillavano vividi nello scuro, riflettendo si sull’acqua e colorando le barche all’àncora, mentre il faro menava rasoiate di luce in cielo.
Tornai verso la palazzina dov’era il mio appartamento. Ebbi la tentazione di salire per vedere se nel frattempo qualcuno avesse chiamato e lasciato un messaggio alla segreteria telefonica; poi rinunciai, salii sull’auto e puntai verso la città, da cui ero tornato da appena due ore.
Andai direttamente al Red Rose. C’era già qualcuno, e fumo, come al solito. Salutai qualche faccia conosciuta; poi vidi Arianna, a un tavolo nell’angolo più buio della saletta. Mi sorrise, e andai a sedermi accanto a lei.
«Che fai qua sola?»
«La stessa cosa che fai tu, immagino», rispose col suo marcato accento ligure. Era di Genova, e viveva a Ravenna da appena un anno.
«Io cercavo te.»
Rise. «Sei il solito bugiardo.» Si accese una sigaretta e cominciò a fissarmi.
«Che c’è?» chiesi.
«Niente. Sei spettinato e hai la faccia stanca.»
Mi passai una mano nei capelli e ordinai due birre, vedendo che nel suo bicchiere c’era rimasta solo schiuma biancastra. «Sono stanco davvero», dissi. «Al giornale c’è sempre un sacco da fare, e parlano addirittura di ridurre il personale. E poi, più che stanco sono… stufo.»
«Stufo di cosa?» mi chiese sempre fissandomi.
La guardai per un po’ senza rispondere. «D’accordo, tu sei una psicologa; ma non devi portarti il lavoro a casa. Mi stai squadrando e facendo domande come se fossi un tuo paziente.»
«Beh, lo sei, in un certo senso. O no?»
Sorrisi, mi spostai sulla sedia per far posto alla cameriera che portava due grandi bicchieri appannati e gocciolanti, e subito immersi le labbra nella schiuma odorosa della birra chiara. «Sì, sono il tuo paziente. E tu sei paziente mia. Mi sa che da quando ci conosciamo abbiamo parlato molto, e nient’altro.»
«Perché, che dovremmo fare?»
Bevvi di nuovo. «Beh, per esempio potremmo fare l’amore.»
Non si scompose. Portò la sigaretta alle labbra, espirò una boccata di fumo e disse: «Sei irrequieto davvero, stasera». Poi girò lo sguardo intorno. «Anch’io lo sono. Sarà per via di queste solite facce. Sarà questa città», aggiunse. Era bella, coi capelli biondi raccolti in una grossa treccia, il maglioncino a coste blu su una camicia azzurra come i suoi occhi.
«Perché?» chiesi. «Cos’ha che non va, questa città?»
«Non lo so. Ma è così difficile per me entrare a farne parte davvero. E dire che mi piace, altrimenti non mi sarei fermata qui. Ma è come se in qualche modo non mi accettasse del tutto… Mi sento un’innamorata respinta.»
«Ravenna, in un primo tempo, fa questo effetto a tutti quelli che vengono da fuori. È come se avesse mura grigie attorno, oltre le quali puoi solo sbirciare; ma se riesci a entrare, trovi un posto che ti strega. Qui convivono la riviera dalle notti senza fine e il paesone immobile della bassa; puoi trovarci quello che vuoi, ogni cosa e il suo esatto contrario. È un posto ambiguo. Ed è come le sue basiliche: da fuori vedi solo vecchi muri di pietra, ma dentro ci sono i mosaici. La città è come le sue chiese, e la gente che ci abita assomiglia alla città.»
Arianna disegnò col dito ghirigori sul tavolino spargendo lo sgocciolio dei bicchieri. «In tutte le città del mondo la gente pensa di essere un po’ particolare, e di abitare in un posto speciale», osservò. «Ma forse un po’ strani lo siete davvero. Un branco di matti, siete.» Rise e mi accarezzò una mano.
«Distorsione professionale», dissi. «Lavori coi matti tutto il giorno, e ne vedi ovunque. A proposito: io credo di averne incontrato uno oggi, e non riesco a togliermelo dalla mente.» Le raccontai del motofurgone, delle bambole, di quei capelli al vento e di quelle orbite vuote.
Ascoltò senza parlare, poi si sporse in avanti e mi ravviò i capelli sulla fronte. «Non pensarci più, o farai brutti sogni.»
Le passai una mano dietro la nuca, la tirai piano verso di me e le posai un bacio veloce sulle labbra. Lei chiuse gli occhi e sorrise. Poi senza dir niente si alzò, indossò il giubbotto di jeans, prese la sua borsetta a sacco e io la seguii. Pagammo, uscimmo nell’aria fresca, salimmo sulla mia auto. «Andiamo a casa mia?» le chiesi.
«No, non metterti strane idee in testa. Siamo amici, io e te.»
Volevo rispondere qualcosa, ma mi limitai ad assentire col capo. Puntai verso il mare. La notte era nerissima e le birre cantavano alle mie orecchie. Arianna mi appoggiò la testa su una spalla e mi fece piacere sentirla così vicina e profumata.
A Marina parcheggiammo vicino al moletto. La musica arrivava alta dal bar, oasi di luce tra il nero dell’acqua e degli alberi scompigliati dal vento. C’erano come sempre decine di ragazzi, stretti nei loro giubbotti, seduti in fila sul basso parapetto del porticciolo con le bottiglie di birra in mano.
«Ti va una Ceres?» chiesi ad Arianna.
Si passò una mano sui capelli, poi annuì. Presi le birre e andammo a sedere anche noi tra gli altri sul muretto di cemento, come gabbiani posati su un filo. Una nave, isola mobile nera e occhieggiante di luci, usciva silenziosa verso il buio denso del mare.
«Vengo subito», dissi ad Arianna. Avevo la vescica che sembrava voler scoppiare. Girai dietro il bar e andai a liberarmi nella lingua di sabbia tra le tamerici. Quando tornai a sederle accanto, mi si accoccolò addosso; gli occhi le si chiudevano per il sonno e per le bevute di quella sera. Sentii un’ondata di tenerezza per lei, la cinsi con un braccio e le sfiorai la fronte con le labbra. Poi l’accarezzai sulla nuca, le infilai la mano sotto il giubbotto, sotto la maglia. Sentii la sua pelle calda e la strinsi più forte a me. Rimanemmo così a lungo, col vento del mare che ci portava odori da quel buio d’acqua.
Guardai alcune ragazze, giovanissime, che senza parlare, sedute accanto a noi, si muovevano al ritmo della musica ossessiva che veniva dal bar. 1 loro capelli si agitavano nel vento, e ancora pensai a quelle bambole. Non le dimenticavo. Non rimuovevo la loro immagine, come non si digerisce un cibo pesante o guasto.
Quando riaccompagnai Arianna in città, dovetti quasi portarla in casa tenendola a braccetto. Dormiva in piedi.
Ripercorsi, per l’ennesima volta quel giorno, i pochi chilometri fino al mare, a tutta velocità sulla strada nera e mai vuota di fari, neppure a quell’ora di notte.
Nel mio appartamento l’aria era calda e greve. Aprii una finestra lasciando irrompere il vento fresco, mi affacciai e vidi altre finestre illuminate, a fianco delle mie. Guardai l’orologio: le due, e Silvia ancora non dormiva. Come sempre. Andai a sciacquarmi il viso, mi tolsi le scarpe, il maglione, la camicia, mi accosciai a terra accanto al mobiletto su cui c’era il telefono e composi il suo numero.
Sentii gli squilli nell’appartamento accanto. Poi lei rispose con un «Pronto?» trafelato e spaventato.
«Sono Carlo.»
«Cos’è successo?»
«Niente,. Ho visto che eri sveglia.»
Tacque per qualche istante. «È una sera no. Ho preso qualcosa per dormire, ma non fa effetto.» Era anche lei separata, da quasi un anno. La conoscevo da tanto tempo; aveva la mia stessa età, trentacinque anni, ed era stata la mia ragazza quando eravamo poco più che bambini.
«Vieni a farmi compagnia», le dissi. «Almeno metteremo le nostre insonnie assieme.»
«Va bene.»
Dopo qualche minuto bussò piano alla mia porta. Aveva addosso una vestaglia corta e leggera. Ci abbracciammo, scalzi entrambi sul pavimento freddo dell’ingresso. Poi la presi per mano, come una bambina, e andammo a letto. Mentre l’accarezzavo piano, la finestra aperta del soggiorno sbatteva nel vento umido della notte.